petizione ma..

Cara Sekywa,

la "pesantezza" o il "grigiore" sono indicatori di percezione sociale. Se gli utenti ci perpepiscono così, probabilmente siamo così.

Chiediamoci perchè. E' l'effetto di anni di rapporto col "dolore"? E' il burn-out organizzativo?

E specialmente: cosa fare? La prima cosa è abituarsi a fare "revisioni" di tanto in tanto: si chiama "supervisione". Il fatto di sentirsi "grigi e pesanti" dev'essere un campanello d'allarme, perchè dietro c'è il burnout. Nè più e nè meno come in coppia: più che "far finta che vada bene", è il caso di dirsi in faccia cosa non va e fare delle scelte (di recupero o di rottura).

Il lavoro di aiuto richiede entusiasmo, pazienza, decisionismo e passione: sono questi gli aspetti che l'utente coglie. Quindi sto parlando di atteggiamenti del professionista che derivano da un suo "posizionamento emozionale" positivo. Facevi l'esempio del chirurgo: se lui opera ed è rilassato, vuol dire che lui ha elaborato il sè personale rispetto al sè lavorativo.

Nel servizio sociale ognuno dio noi, fin dall'università, ha motivazioni all'aiuto e competenze empatiche che vanno capite, curate, monitorate. Il problema è che questo lavoro nessuno lo fa, ma gli effetti di tutto ciò sono evidenti nell'immagine che (singolarmente) si dà. Aldi là della supervisione, che non si fa -per disabitudine, perchè costa e perchè è di origini anglosassoni-, è però il caso di convincerci della necessità (per il nostro bene) a "parlare delle nostre emozioni".

Per esempio: imparare fin dall'università ad "avere fiducia del collega", essere sicuro del suo ascolto e della sua riservatezza e "comunicare le emozioni". Fare dei gruppi tra colleghi (per esempio, di città diverse che lavorano sullo stesso tipo di utenza) e parlare di cosa va e cosa non va.

"Comunicare le emozioni". Lo so, è difficile, specialmente perchè noi non lo facciamo neanche con noi stessi. In quest'Italia in cui "si fa" senza "riflettere", noi che aiutiamo dovremmo per primi essere consapevoli di noi stessi per accompagnare gli altri ad esserlo. C'è, insomma, un ineludibile rapporto tra noi e le nostre emozioni. Noi che aiutiamo, però, dobbiamo esserne consapevoli. Semplicemente perchè l'utente le nostre emozioni le percepisce, eccome!

Per esempio: quali emozioni si scatenano in voi colleghe donne (in qualche modo madri o future madri) nella tutela di un minore? Come vedete questi modelli di "genitorialità compromessa" col vostro modello genitoriale? Altro esempio: la sessualità. Come la concepisco io e come "tratto" quella degli altri? Se non ho una sessualità matura (attenzione: parlo di sessualità, non di genitalità, quindi della propria maturità a "stare in relazione con l'altro sesso") come faccio ad avere rapporti di aiutocon l'altro sesso?

Tutto ciò per dire (concludendo) che la nostra capacità di governo di noi stessi, delle nostre emozioni e dei nostri comportamenti (anche riferiti a scelte etiche, religiose,ecc.) è UNA COMPETENZA importante nel lavoro di cura, è una competenza che determina il modo in cui siamo percepiti dagli altri e quindi l'immagine.

Ugo Albano