Salve a tutti, ogni tanto mi affaccio per vedere un pó se c'e' quzlche tema interessante e min piace dire la mia. Io ho avuto la stessa curiositá verso il mondo delle tossicodipendenze, nello specifico perché avevo vissuto un contesto parrocchiale di vera e propria comunitá terapeutica (sul modello del Gruppo Abele di don Ciotti, con il quale avevo fatto esperienze formative giá a 16 anni). Quando mi chiamarono in un CEIS per un colloquio, a seguito di mio invio di un curriculum appena laureata, ebbi un forte impatto. Prima di tutto, al colloquio erano presenti il responsabile (che, tra l'altro, conosceva il sacerdote con il quale avevo fatto questa esperienza) e una psicologa. La psicologa si era studiata e sottolineata tutto il curriculum e mi fece domande molto specifiche sulle mie competenze e sulla relazione specifica che avevo avuto con questi utenti (che ovviamente, era piú da "peer" che da operatore). Infine, il responsabile mi espressó la sua riserva sul fatto che io, ancora minorenne, mi fossi anche solo parzialmente implicata in questa attivitá di volontariato (seppur monitorata da persone competenti e serie). Quello che mi dissero é che io non potevo, nonostante la buona preparazione teorica (a quel tempo imperversava Roberto Mazza con il suo modello trigenerazionale della tossicodipendenza, all'universitá ci avevano portato varie volte al SERT di Aosta dove c'era un importante progetto sulla prevenzione, etc.), mettermi a svolgere una funzione educativa cosí d'amblé (ovviamente non mi avrebbero proposto un ruolo da assistente sociale perché, come dice Ugo, il privato sociale non richiede la figura dell'assistente sociale cosí come siamo abituati a pensarla a livello isitituzionale). Mi proposero un anno di tirocinio non retribuito per poi eventualmente valutare (da ambe le parti) se fosse possibile una assunzione.
In seguito ho toccato con mano, lavorando nei distretti socio-sanitari, che questo mondo é davvero tosto e bisogna veramente conoscere le dinamiche e, come dice il collega, corazzarsi per poter reggere il colpo (lo stesso ho sperimentato con i nomadi, ma molto, molto piú "soft", devo dire).
Anche se crescere e maturare professionalmente é una esigenza universale, per cui non consiglierei alla collega futura di precludersi qualcoss e mi orienterei, per esempio, a fare un tirocinio nel settore.
Saluti!