Bel quesito, Marianna cara!
Quando lavoravo in Germania - ma pure dopo in Lombardia, ma parlo di venti anni fa - c'era il famoso "minimo vitale". Il nostro Stato, come al solito pasticciosamente, introdusse in via sperimentale il "reddito minimo", poi diventata lettera morta.
Il senso di ciò era: stabiliamo un tot al di sotto del quale un soggetto non può vivere. In Germania, per esempio, c'è una tabella dove, al netto dei costi di casa (assicurati, lì non ci sono sfratti per morosità perchè lo Stato paga), a seconda del numero dei componenti (se minori, disabili o meno) lo stato integra tra i redditi presenti ed i valori in tabella.
Su questa base - per assicurare il minimo per campare - si innesta il servizio sociale, ovvero per avviare percorsi di accompagnamento quando i soldi non bastano - per prodigalità, per debiti, per condotte di dipendenza, ecc.
Tornando al Belpaese: a mio avviso i Comuni dovrebbero, nei regolamenti, pur in assenza di "minimo vitale", dare le linee di azione. Ma non mi risulta che i Comuni siano così solerti. Ne consegue che io posso dare mille euro o zero ad arbitrio, e questo è un problema non da poco.
In assenza di tutto ciò il singolo assistente sociale deve dotarsi di un metodo. Uno di questo è appunto la gestione del reddito familiare: concordare con l'interessato un budget e, con i contributi, coprirlo. In mezzo ci sta non solo il controllo di entrate/uscite, ma a nche l'accompagnamento ad uno stile di vita più sobrio, e questo è un problema.
Si pensi per esempio al "non saper cucinare", per cui si usano i piatti pronti (che costano). O all'acquisto di "marche" al posto di prodotti locali. Come pure l'acquisto di vestiti alla moda invece di riciclare quel che c'è.
Non si tratta, come dici tu, Marianna, di agire controllo o aiuto: è una dicotomia vecchia, questa. Si tratta di stabilire un contratto d'intenti da una parte, ma pure convincere il Comune che questi monitoraggi richiedono tempo, non si fanno a tavolino. Io, per esempio, sono solito verificare a casa delle persone il tenore di vita, aprendo il frigorifero, verificando negli armadi cosa comprano, che livello di spesa c'è sulle tecnologie, se hanno auto, ecc.
Insomma: il "minimo vitale" riguarda il mangiare, NON il telefonino, l'abbonamento a sky, l'auto o i vestiti alla moda. Dietro questo c'è, logicamente, il bisogno di riorientare certi progetti di vita verso orizzonti di responsabilità, ma ciò dipende da cosa il soggetto ha imparato nella vita. Chi, per esempio, è cresciuto nella dipendenza economica, non comprende l'autonomia. Quindi le persone vanno "costrette" a fare le cose.
Dare il compito di redarre un budget (in soldoni, quanto spendi al mese) significa cominciare a coscientizzare le persone su come sono le uscite: mese per mese si concordano poi delle scelte, per esempio ridurre le spese voluttuarie, consolidare le spese necessarie.
Insomma, è necessario "addestrare al consumo consapevole rispetto ai propri limiti", è questo l'obiettivo del reddito familiare assistito. Ciò dobbiamo prima averlo noi in testa, poi coinvolgere i Comuni e, di conseguenza, cambiare metodo di lavoro.
Secondo me fare un progetto di questo tipo e presentarlo al Comune è vincente. Se poi questo non lo capisce o non ci permette di attuarlo, beh, che sia chiaro che vogliono un "servizio bancomat".
Queste cose ormai - ahimè- sono scontate in questo nostro welfare confuso. Npnpstante la legge-quadro. O, se ci pensi,..."grazie alla legge-quadro"....