Buonasera a tutti, scrivo qui stasera perché mi piacerebbe aprire un dibattito intorno a un argomento con voi colleghi, sicuramente molti dei quali con molta più esperienza di me.
Io sto svolgendo il servizio civile all'interno di un patronato da maggio 2015 e, dopo i primi mesi di assestamento, mi sono resa conto di un bisogno molto forte da parte degli utenti che si rivolgevano nel nostro ufficio ma soprattutto, ho sentito di poter usare le mie conoscenze e competenze per poter offrire un servizio che, a prima vista, sembrerebbe estraneo alla nostra professione. Ho progettato e realizzato uno sportello di orientamento al lavoro e alla formazione finalizzato all'inclusione socio-lavorativa di soggetti a rischio di emarginazione sociale e alla prevenzione della dispersione scolastica.
Mi sembra di non essermi inventata alcuna competenza per farlo, parliamo di offrire informazioni per orientarsi e far conoscere i propri diritti, promozione dell'autodeterminazione e del cambiamento, lavoro di rete con soggetti istituzionali, privati profit e non profit.
E allora perché a nessuno interessa che io sia un'assistente sociale, anzi quando lo faccio presente mi guardano con diffidenza? Se, incrociando le dita, dovessi continuare a gestire lo sportello anche quando avrò finito il servizio civile, potrei tranquillamente cancellarmi dall'albo, perché non solo non rappresenta un requisito indispensabile (e ci sta) ma neppure un valore aggiunto. Allo stesso modo, vedo che l'argomento è quasi indifferente al mondo del servizio sociale...
Eppure intorno alle politiche attive del lavoro sta avvenendo una vera e propria rivoluzione, non sarà che stiamo perdendo l'ennesimo treno e lasciando il lavoro dell'orientamento nelle mani di psicologi, se va bene, se non di semplici operatori?
Volevo capire se è un tema che a voi colleghi è completamente estraneo o se vi è mai capitato di pensarci su.