La questione non è Spagna-Italia o pubblico-privato. Si tratta di cultura del personale (e lì il capo o è competente o non lo è) e della natura intrinseca dell'ente (se deputato a far da sgabello al politico o misurarsi col mercato).
Nella mia esperienza in Germania ho imparato che la gestione del personale è un fatto di cultura. Lì basta candidarsi, se ti chiamano tanto per cominciare ti rimborsano il viaggio, nel colloquio ti strigliano con colloqui e test (a me hanno fatto pure l'esame calligrafico....) e, se sei utile, ti assumono. Non c'è una legge sui concorsi, con titoli, punteggi e pippe varie: se vali ti prendono, e ciò non per simpatia, ma perchè sei utile.
In Italia almeno io (non so gli altri) ho fatto esperienze simili alle tue. Tanto per cominciare il terzo settore non sa chi siamo, e ciò perchè la maggioranza dei colleghi si identifica con il lavoro burocratico: su ciò ripeto che la colpa è nostra. Poi, nonostante la rigidità delle selezioni (concorsi), preferiscono sempre il più scemo.
Però, RIPETO: dobbiamo farcela pure noi in Italia. Il fatto che i concorsi sono bloccati ci aiuta non poco nel costringerci ad agire in quanto professionisti e non in quanto "parte di una purocrazia pubblica e perciò clientelare. La nostra professionalità NON può dipendere dal dirigente di turno, dall'assessore di passaggio, dal "sistema mentale di gruppo" che spesso osservo da parte di gente che vegeta da decenni sulle scrivanie.
Certo, dipende dal contesto e dalla cultura del lavoro del Paese (da noi siamo al medioevo, secondo la mia analisi), ma pure da noi è necessario vedere oltre: lo dico ai giovani, specialmente. Adattarsi è troppo facile (ma non fa così l'ignorante?), darsi invece da fare (studiando, specializzandosi, creando impresa ed associazionismo) è più difficile, ma premia.
E' una questione di essere coerenti con se stessi, allo stesso modo di come si sta in coppia con un partner che ti usa violenza: aspettare il miracolo o decidere di lasciarlo fa la differenza.