Il discorso si allarga, come vedi, e ci spostiamo sui significati nascosti del servizio sociale.
Si tratta di capire se, per la tenuta di un invalido a casa, il solo soldo basta. Ben venga l'assegno di cura connesso ad un progetto (ma che fatica, visto che la connessione soldi-progetto non c'è per Legge -in emilia-Romagna!- e quindi ben si presta per scopi clientelari), il problema è però se il mio compito è "dare" a prescindere dal progetto (il che è tipico dell'Emilia-Romagna). Lo dico con cognizione di causa, coordinando le politiche domiciliari nel mio territorio.....
Non si tratta di invidia del sud o del nord: tra l'altro non ha senso. La visione che i welfare ricchi siano il "modello" e che gli altri (più poveri) debbano adattarvisi non è solo chiaramente (anche se celatamente...) razzista, ma spinge pure tanta gente a spostarsi per motivi economici. Per me il malato calabrese che viene a Bologna per un'operazione chirurgica che può fare pure a Catanzaro non è diverso dall'immigrato africano che viene da noi per "stare meglio". Il nostro lavoro non è "dare", fa "attivare le risorse che ci sono": son parlo di soldi, ma di risorse e di contesti.
Voglio dire che il nostro lavoro non può dipendere dalla forza economica del welfare. Anzi, quando ci sono i soldi, sono più facili gli abusi. Sennò che facciamo se i soldi diminuiscono? Sta succedendo da noi in Emilia-Romagna, e tu lo sai!
Infatti la carenza di risorse per me è sacrosanta, perchè ci spinge a modulare la nostra professionalità verso altre direzioni. Vogliamo cominciare a fare servizio sociale senza soldi? Vogliamo cominciare a pensare che non è solo il soldo quello che mi permette di avere un anziano al domicilio? Possiamo iniziare a concepire altre modalità di lavoro a costo zero? Nel 2009, con assistenti sociali laureati, io mi aspetterei un pensierò più alto, più innovativo, meno da "impiegati sociali".
Ma scusate, nelle zone più povere d'Italia o in un recentissimo passato in tutta la penisola gli anziani erano abbandonati? Non credo mica: c'era una rete di sostegno ed una cultura che se ne facevano carico. Tutto ciò ora è più debole, lo so, ma vanno ricreate le condizioni con i servizi (a costo zero). Vogliamo parlare gi condomini solidali? Vogliamo parlare di sostegni ai parenti che si tengono un anziano? Vogliamo parlare di città architettonicamente concepiti a misura di "utente debole"? Vogliamo parlare di vicinato? Sto parlando di ipotesi di lavoro su cui nessuno lavora solo perchè, essendo a costo zero, non vengono considerati dalla politica. Sto parlando di campi "nostri" per storia.
Il nostro problema è di essere dipendenti pubblici e costretti all'esecuzione di politiche decise lontanamente dal territorio: siamo passati dal centralismo romano al centralismo regionale, ma lo stile è restato immutato (e meno male che il welfare è competenza comunale da sempre!). Se chi decide guarda al consenso politico e non all'efficacia dei servizi (i politici non sanno neanche che cosa sia), ecco che noi facciamo i bancomat. Per paradosso conosciamo l'ISEE estratto dell'anziano, ma non l'abbiamo mai visto il faccia. Dimmi tu che welfare è quello che funziona così. Dimmi tu che welfare è se neanche noi non ci poniamo criticamente in questo gioco politico-clientelare.
Ugo Albano