Purtoppo nel servizio sociale ogni caso è diverso da un altro e quindi nessuno potrà dirle a priori ciò che accadrà in concreto. Le leggi sono uguali per tutti, ma le persone e le situazioni sono sempre diverse e UNICHE..(per gli ass.soc. nessun caso è mai uguale ad un altro anche se apparentemente sembra simile)
Però sulla base di quello che ho letto..provo a risponderle (Ci tengo a precisare che non ho mai lavorato in quest'ambito per cui non so conosco la prassi e quindi non prenda come oro colato le mie parole..)
Suppongo che probabilmente prima di optare per la scelta della comunità sia necessario accertare, nell'interesse del minore, se eventualmente lo stesso possa essere affidato a qualche parente (non ricordo ora entro quale grado di parentela, ma credo il 3°). Se la madre all'epoca non era "idonea"(o meglio se le sue condotte, atteggiamenti, stili di vita risultavano pregiudizievoli per il figlio..) non potrà averlo in affidamento, a meno che la sua "situazione problematica" sia stata risolta durante tutto questo tempo.. Quindi se l'affidamento alla stessa secondo il GIUDICE non è pregiudizievole per il figlio, il figlio dovrebbe essere riaffidato alla madre. Dico "dovrebbe" perchè il giudice per decidere tiene conto della relazione dell'ass.soc. ma ci sono tanti casi in Italia in cui la cosa non è andata proprio così.. Cioè non è così automatico che a fronte di una "valutazione sociale positiva" fatta dall'assistente sociale il giudice decide di seguire i "consigli" dell'a.s.
Non a caso diciamo sempre che alla fine sono i giudici che decidono e non gli assisteni sociali ..!
Ultima cosa che vorrei dirle è di non guardare alle comunità come a dei luoghi di abbandono o di reclusione perchè non lo sono. Ci sono gli educatori (credo 1 per ogni 3 minori - per "riprodurre il clima famigliare" e fare in modo che i minori vengano "seguiti" bene - ma non sono sicura del rapporto 1 su 3 indicato dalla legge..non ricordo con esattezza francamente..) che hanno il compito fondamentale di educare i ragazzi e alla volte sono un vero "salva-vita". Le comunità sono delle "seconde occasioni" per far crescere un bambino in maniera diversa rispetto a quanto il destino aveva deciso per lui..
Credo che in una situazione come quella che ha descritto è meglio la comunità che non vivere comunque SOLI (perchè il padre di fatto è ASSENTE). Inoltre la soluzione potrebbe essere temporenea, tutto dipende dal percorso che (in teoria) dovrebbero fare la madre e il padre per "ri-educarsi ad educare"..