Domanda provocatoria

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Gentile Giuseppe,

non credo davvero che per svolgere la professione di assistente sociale sia sufficiente un livello di studi inferiore a quello universitario, anzi: la complessità del lavoro sociale oggi è tale che secondo me il curriculum delle discipline dei corsi di laurea dovrebbe essere ulteriormente arricchito da insegnamenti interdisciplinari (psicosociologia delle organizzazioni, per esempio). Il servizio sociale non è certamente un lavoro da “applicati”: sono richieste conoscenze, abilità e competenze tali da gestire dimensioni correlate tra soggetti e sistemi, e saper osservare criticamente il proprio stesso modo di operare e di relazionarsi. Non la annoierò oltre, penso che sappia quanto me di cosa parliamo quando affrontiamo il tema della professionalità dell’assistente sociale: penso che il diffondersi di discredito sulla professione sia forse anche in parte dovuto al fatto che gli assistenti sociali sono sempre più percepiti come “distanti” dai territori, “chiusi” negli uffici a confrontarsi “solo” con quella parte della cosiddetta utenza (bruttissimo termine) che volontariamente si reca a chiedere aiuto. Ma penso anche che dovremo noi stessi sforzarci di affermare una “nuova professionalità”, un legame più profondo e forte con i territori e le popolazioni di riferimento (rivolgendo l'attenzione anche ai cosiddetti "invisibili") e riversare fuori dalle mura (a volte rassicuranti e protettive) passione e competenza. In pratica, smetterla di “aspettare i clienti a piè fermo a bottega”, parafrasando il professor Giovanni Pieretti. Ma per poter realizzare un passaggio simile dovremo convergere insieme e con decisione verso un modello nuovo di assistenza sociale, che dovrebbe però essere supportato da politiche sociali a sostegno di un welfare avanzato… Ad oggi, vediamo un welfare sotto attacco continuo, in una condizione di impoverimento e svilimento nella quale gli assistenti sociali per primi vengono travolti. Questo potrà mai indignarci abbastanza da far sentire la nostra voce prima che il sistema di protezione sociale e di assistenza si inabissi definitivamente?... Con altrettanta cordialità. Maria Antonietta

Quanto crediamo nella professione di assistente sociale e nella sua evoluzione?

Quanto ci fa comodo arenarci nella quotidianità lavorativa senza vedere oltre?

Cosa trasmettiamo alle generazioni di tirocinanti che passano nei nostri servizi?

Perchè molti colleghi continuano a ripetere "la teoria è una cosa la prassi è un'altra"?

Quanto tempo dedichiamo alla riflessività personale e con altri colleghi?

Quanto ci sentiamo parte del cambiamento e desideriamo esserne protagonisti?

Io non ho risposte, però mi faccio tante domande e penso che dalle domande emerga la mia curiosità e il mio interesse per la professione.

Nel servizio sociale non sarà tutto scientifico (evviva esistono dei margini di incertezza!), ma non è neanche tutto "a caso" o "a buon senso", altrimenti potrebbe farlo chiunque (come pensano molte persone!).

La strada è lunga, ma è già iniziata...riusciremo a dimostrare il valore aggiunto del servizio sociale?

Iniziamo da qui per tradurre la prassi in teoria...che ne pensate?

suggerisco questo video in questa giornata mondiale del servizio sociale:

http://www.cnoas.it/video.php?keytb=&id=77

Nazg:

Giusto quello che dici. Superiamo questo isolamento, proviamo a creare più occasioni per confrontarci... Non solo tra gruppi "ristretti", ma anche con scambi tra regioni diverse, visto che dopo la riforma cost. del 2001 lil sistema di welfare si è realizzato in modo frammentato e vario, con il regionalismo che ha portato a realizzare assetti territorialmente differenti (a volte divergenti). Concordo su tutte le tue riflessioni, potremmo cominciare proprio da qui per promuovere nuove idee e proposte... Maria Antonietta

La fatica di riconoscere la scientificità della nostra professione è dovuta sostanzialmente alla natura della nostra mission e vision,come già citato da 333 , differente da quella delle professioni “scientifiche”. La sociologia studia i fenomeni sociali e fa delle ipotesi sulla loro trasformazione,senza provocare particolari interferenze: può quindi usare strumenti scientifici di rilevazione e risultati verificabili empiricamente. Noi dobbiamo “ provocare” dei cambiamenti partendo da soggetti e risorse costantemente diverse e in continua trasformazione, mai ripetibili. La medicina definisce i criteri per le diagnosi e i protocolli di intervento, potendo contare su risorse ( es. i farmaci, gli strumenti diagnostici) standard e sempre presenti che permettono validazioni scientifiche, creazione di procedure e protocolli. Le azioni sociali, invece, sono necessariamente collegate all’interpretazione di fenomeni, per loro natura in continua evoluzione, e necessitano di costanti sperimentazioni che devono essere negoziate e condivise. Tutto questo richiede una lavoro che non rientra propriamente nell’area della scientificità, ma in quello della professionalità. In questo ci avviciniamo di più alle discipline umanistiche e pedagogiche, ma di questo non dobbiamo farci un cruccio. L’insegnante è, per esempio, un professionista che come noi non utilizza strumenti propriamente scientifici, non possiede protocolli operativi standard, ma riconosce le potenzialità soggettive e, tenendo presente un programma di massima, utilizzando le proprie conoscenze e gli strumenti a disposizione, accompagna ogni alunno verso un percorso di apprendimento il migliore possibile per lui ( progetto personalizzato?). Non mi pare che l’insegnante si preoccupi di non essere abbastanza “scientifico” e nessuno vorrebbe che lo fosse. All'ass. soc., come all'insegnante, si richiedono capacità di ascolto, di riconoscimento dei bisogni, abilità nel creare una relazione significativa attraverso la quale la persona può imparare, orientarsi,evolvere. Si desidera che tali professionisti siano equi nel loro giudizio, sappiano riconoscere e controllare i propri preconcetti e pregiudizi; siano inoltre in grado di riconoscere i cambiamenti sociali e le loro ricadute suoi soggetti e sappiano reindirizzare il loro intevento....e perchè riescano a fare tutto questo si spera abbiano molta cultura nel senso più ampio del termine non certo acquisibile in un limitato percorso formativo ( ed è per questo limite che si incontrano professionisti della "carità" e della "pacca sulla spalla").

Tutte queste peculiarietà, però, non attendono propriamente ai paradigmi scientifici, ma umanistici, oggi non più tanto in voga come le nostre professioni, ma non per questo di minor valore.

Il Servizio Sociale è una disciplina, che, entra nella vita delle persone, in alcuni casi consensualmente, in altri necessariamente ed in altri ancora "forzatamente" ma comunque, sempre in momenti delicati e situazioni personali e sociali nei quali il soggetto viene a trovarsi per forza di cose in una posizione subordinata nei confronti dell'operatore ed a percepirsi in tal senso nonostante, tutti gli accorgimenti ed i vincoli valoriali o etici che si possano opporre in merito. Proprio per tali ragioni quando si entra nella vita di un altra persona a qualunque titolo e con qualunque funzione lo si deve fare sempre in punta di piedi; a granzia di ciò nella relazione professionale d'aiuto non sono sufficenti ne le norme, ne tantomeno i codici, se, l'atteggiamento di fondo ed il modo di porsi (operativo intendo) del soggetto in posizione "di vantaggio" sono dettati dalle personali conoscenze e peggio ancora dal personale "metro di giudizio". All'Assistente Sociale non è infatti richiesto di esprimere giudizi di valore sulla persona (e questo mi sembra acclarato) ma, di compiere una VALUTAZIONE PROFESSIONALE, di prendere carico professionalmente della situazione rilevata e di agire nella realizzazione della migliore situazione/status auspicabile per il soggetto destinatario dell'intervento, tenendo presente in ogni fase e grado l'interazione con l'utente. Ecco dunque a garanzia di ciò la necessità di "mappe valutative" ovvero di strumenti che presentino un alto grado di standardizzazione; strumenti controllabbili, socializzabili e ripetibili : questi i criteri di scientificità nel lavoro sociale. E' in questi termini che si parla di "Scienze del" ma se per scienza continuiamo a fissarci sull'astrofisica ripeto stiamo parlando di cose sostanzialmente differenti. In altre parole se è questa forte personalizazione -opinabile?- la struttura entro la quale si regge l'intervento, se il discernimento dei fatti e delle vicissitudini intervenute ed intervenienti fosse lasciato completamente, al mio personale senso delle cose, allora, avremmo che, quello che a mio personale giudizio è inammissibile o deprecabile, potrebbe paradossalmente essere tollerabile o forse condivisibile dal collega X piuttosto che da Y e da Z...e non mi si tiri fuori la solita pappa del "conoscersi", dei "principi" etc...essi da soli, rimangono, perifrasi vuote ed asettiche. Ecco perchè sin dai suoi albori i famosi "Pionieri" nonchè Teorici del Servizio Sociale Professionale (ed in primis Social Workers) sentirono l'esigenza di emancipare il Lavoro Sociale dall'impeto umanitario (seppur lodevole, ma non professionale); sentirono l'esigenza di affrancare il destinatario degli interventi dai concetti di colpa e di disvalore. Alla luce di tutto ciò, termini come: Razionalizzazione, Laicizzazione, Professionalizzazione ed Istituzionalizzazione, dell'aiuto, acquistavano forse un senso. Si parlò in tal proposito di Diagnosi Sociale, di Scuola Diagnostica di Servizio Sociale di Social Case Work (M.H. Richmond e soci)...di "Valutazione Psico Sociale (Hollis)...di Problem Solving (Perlman); ecco perchè posero come fondamenti della nascente Professione, lo studio e l'elaborazione della teoria scaturente dalla prassi ed il tramandare alle future generazioni di Social Workers tale cultura scientifica, tali fondamenti. Ma se poi un Assistente Sociale del Servizio Comunale in una relazione tecnica all'A.G. si limita a riferire che: "tizio ha detto cha caio riferisce, che sempronio ha visto etc."...sta "valutazione psico-sociale" è una cosa che si mangia? e il ricevente nonchè commissionante, cosa se ne dovrebbe fare di tale resoconto? oppure se un Assistente Sociale della UOMD attende indicazioni ufficiose da parte di un Giudice: sul come, sul cosa e sul quando..."L'Autonomia Tecnico-Professionale e di Giudizio" è commestibile anch'essa? Se oggi si Parla di "Managment del Caso", di Managment dei Servizi, di Libera Professione, siamo sicuri del termine di paragone col Medico, l'Insegnante, il Sociologo (con tutto l'assoluto rispetto per gli uni e per gli altri)etc.? Se il raggio d'azione si allarga oggi alla CTP e CTU...ma consulenza dde che? Ha un senso concreto parlare di "Avventura Comunitaria", Territorializzazione, Programmazione, Pianificazione, quando, si smarriscono i punti cardine della propria identità nella relazione professionale con un altra persona (perchè è con persone che ci relazioniamo, lavoriamo, ci interfacciamo...aldilà della comunità territoriale etc.)? Concludendo: non è che forse ci piace usare termini, pensare e pensarci in termini (e per termini) così...a caso? Percui cari colleghi sono contento che ci sia confronto su temi centrali come questo e trovo sensate ed opportune le riflessioni di Nazg:"Cosa trasmettiamo alle generazioni di tirocinanti che passano nei nostri servizi? Perchè molti colleghi continuano a ripetere "la teoria è una cosa la prassi è un'altra"? Quanto ci sentiamo parte del cambiamento e desideriamo esserne protagonisti?". Tuttavia la domanda postata inizialmente, dà luogo, ad altri interrogativi che ci sembravano scontati e che davamo ormai per risolti, ma che forse oggi nel momento in cui in Italia si ritiene che il Cammino per il Riconoscimento della Professione di A.S. si sia concluso positivamente (anche se solo formalmente) si rivelano più pressanti di altri. Forse cari colleghi il tempo di far letteratura è finito! Visto che nei commenti precedenti (e visto che noi siamo a definire ed a definirci) ho sentito parlare di "etichetta", di "fatica nel riconoscere"...alla fine della fiera, se la scentificità decade: Siamo sicuri di poter parlare di Professione e di poterci proporre come Professionisti? e se parliamo di Professione di Aiuto qual è l'attività che professiamo? di che aiuto stiamo parlando? Alla luce della normativa di settore più recente, amiamo parlare di integrazione professionale, di lavoro d'equipe: quali sarebbero dunque le competenze integrate dall'Assistente Sociale? Sarebbe dunque il caso di correggere un attimino "il tiro"?

Sarebbe interessante trattare queste tematiche ad un livello più ampio; chessò un seminario, un convegno... se non per brevi cenni, non mi è mai capitato di partecipare ad incontri in cui si siano mai approfonditi questi argomenti...

Oppure: perchè non incontrarci anche a livello informale per disquisire sul tema?

Hai ragione ventinove tutto ciò dovrebbe essere trattato ad un livello più ampio senza formalismi, cerimonie e letteratura inutile e gli organi professionali dovrebbero farsi garanti di questo. Ma tutto ciò è sistematicamente ignorato, proprio dalla Comunità Professionale stessa. L'istituzione delle Classi di Laurea in SSS è tra le più recenti, nel campo delle Professioni d'Aiuto, rispetto agli altri rami ed ambiti disciplinari. Del resto è innegabile il divario esistente tra le nuovi generazioni di Assistenti Sociali e quelle precedenti; i primi assuefatti ad un contingente di conoscenze teorico-scientifiche fondamentalmente sconnesso e disorganizzato, i secondi forti di un rodaggio pratico maturato in anni ed anni di lavoro sul campo, ma che esula forse, dalla Professione, quale oggi la si vuole intendere. Il punto d'incontro tra il "vecchio" ed il "nuovo",potrebbe essere in primis una riforma seria dell'accesso alla Professione (perchè non prendiamoci in giro all'esame di Stato all'Albro A accede gente che non ha nemmeno il Triennio di base e peggio ancora Laureati provenienti da Cdl diversi seppur di grado Magistrale) con una riforma ancora più seria, unitaria e vincolante da farsi a monte, nel Piano di Studi Universitario e per l'istituzione stessa dei Cdl negli Atenei Universitari. Dico questo con cognizione di causa in quanto successivamente alla Laurea in SSS, ho potuto fare, il confronto (personalmente e direttamente) con il Cdl in ST Psicologiche nello stesso Ateneo; ho trovato innanzitutto: un Corpus di Discipline finalizzato ed attinente alla Professione (non come il mio Cl 6 dove...vabè lasciamo perdere...) e cosa utilissima i Laboratori e le Attività Professionalizzanti dove gli studenti acquisiscono e sperimentano in termini e con riferimenti molto pratici i vari ambiti d'intervento della Professione aldilà dei Tirocini (interno ed esterno)...e nessuno si offenda - in quanto in quello che dico non ci sono intenti polemici - ma è palese che la Psicologia sia quella che concretamente presenta le maggiori affinità con la Ns. Disciplina (anche se si tratta di due Campi d'Azione differenti) e non è un caso che Assistenti Sociali e Psicologi si trovino spesso ad operare in tandem (anche se per così dire non si "amano" ma questo è un altro discorso...). Solo così potremo difendere e palesare quotidianamente (nelle diverse situazioni e con le diverse persone - colleghi di altra professione e non) la Ns. Identità Scientifica e Professionale, e solo così, consegneremo nelle mani delle nuove generazioni una Professione ed un Disciplina solida ed inattaccabile seppur inperfetta, e, scegliere di fare l'Assistente Sociale non sarà un ripiego, poichè, concretamente non s'è potuto fare altro e ne tantomeno s'intraprenderà tale cammino Professionale misconosciendone l'identità e le fondamenta. Tirando le somme...non prendiamoci in giro, ma, esternamente ai Ns. uffici (o forse anche in quelli) siamo invisibili!

Io vorrei pormi un obiettivo di minima: cercare, se possibile, un confronto diretto con altri colleghi/e proprio su questo tema. Penso anch'io che

gli organi professionali dovrebbero farsi garanti di questo

Ma quando così non è, se voglio darmi delle risposte, vedo queste soluzioni:

- manteniamo il dibattito on line (fortuna che esiste questo canale!);

- mi butto sulla letteratura (ma resto chiuso al confronto);

- mi incontro con altri colleghi/e che hanno a cuore questa tematica.

Preferisco quest'ultima soluzione solo perchè non amo scrivere a lungo al pc e non mi va di sforzare gli occhi. ; )

Apro un altro post per proporre eventuale modalità di incontro e lasciare qui lo spazio a chi vuole mantenere il "dibattito" on line... potrà poi non andare a buon fine, ma almeno ci abbiamo provato!

Sono d’accordo che questi temi debbano essere ripresi in primis a livello di comunità professionale. Speriamo che il recente obbligo alla formazione continua venga colto come un’occasione per poterci confrontare. Lavoro da più di vent’anni e mai come oggi colgo una seria crisi di identità professionale. Saranno i cambiamenti del welfere che ci trova spiazzati e in prima linea a fronteggiare bisogni a cui non possiamo più rispondere utilizzando beni e servizi con i quali, da sempre, siamo stati comunque identificati (e con i quali SIGH! un certo numero di colleghi si identifica proprio) , sarà la formazione di base che, all’interno dell’università, sta perdendo sempre più la sua caratterizzazione perché non riconosciuta come disciplina scientifica con una sua autonomia . E qui torniamo al problema della scientificità. Noi utilizziamo senz’altro dei parametri (mappe valutative od altro) che ci aiutano a effettuare una valutazione più oggettiva possibile con molti limiti di ripetibilità e controllabilità perché applicata a situazioni molto complesse( dove rientrano contemporaneamente aspetti personologici, relazionali, di contesto, di fenomeno ecc.) Ma la nostra mission non è solo la valutazione, ma anche l’intervento e su questo, considerate le tante variabili in gioco (in primis le risorse per sostenere i progetti incerte, variabili nei tempi, spesso insufficienti) , pongo forti dubbi di scientificità ovvero di ripetibilità e controllabilità. Ed è anche per questi limiti che il mondo accademico fatica a attribuirci una specificità, oltre a ritenere che di proprio della professione vi siano solo due aspetti: la metodologia e i valori. I valori non sono scienza e la metodologia è solo una modalità che serve a raggiungere una conoscenza della realtà. Ma che conoscenze la nostra disciplina ha prodotto? Abbiamo elaborato una teoria?Abbiamo protocolli che garantiscono in modo controllabile e ripetibile risultati certi?Abbiamo, per esempio, test validati per sostenere una valutazione? E’ su questi temi che, secondo me, dovremmo confrontarci se no – e uso concetti obsoleti- non passeremo mai da essere semi-professionisti a veri professionisti e non potremmo mai ritenere scientifico il nostro agire.

Concordo con entrambi, sia in merito al confronto sul web che in merito alla Formazione Continua. Il Servizio Sociale nel suo universo di valori e di peculiarità trova, un valore aggiunto insostituibile ed inrinunciabile: il suo essere una Professione dinamica sempre attuale e sempre in evoluzione con la contemporaneità. E' un dato di fatto che il confronto, come ben si è espresso ventinove, oggi trova nei forum e nei social media un valido mezzo ed un punto di scambio e di confronto immediato oltre che un ottimo punto di partenza il nostro scopo deve essere quello di avanzare proposte concrete e soprattutto "agire" deve essere l'imperativo! Ma come giustamente osserva nuvoletta la Formazione Continua è l'occasione determinante. Questa crisi identitaria sarà un nuovo punto di svolta? segnerà un nuovo approccio ed una sostanziale "via italiana" della Professione? L'inserimento tardivo (come sempre del resto!) nel nostro paese, della Disciplina nell'istituzione universitaria ha negativamente influito sulla trasmissione e formalizzazione delle conoscenze prodotte. Del resto non dobbiamo dimenticare la nostra storia nel campo delle Professioni d'Aiuto. Percui il punto d'incontro tra il passato ed il futuro siamo noi e tutti noi potremmo essere determinanti, dobbiamo semplicemente alzare la testa, soprattutto in una fase epocale delicata come quella che stiamo attraversando. Percui l'augurio che mi faccio come nuovo Assistente Sociale e che faccio a tutti quanti voi e che in un domani molto vicino si possa misurare e valutare il cambiamento e possa concludersi anche sostanzialmente il Riconoscimento dell'Assistente Sociale nella sua Identità e Professionalità.