Il Servizio Sociale è una disciplina, che, entra nella vita delle persone, in alcuni casi consensualmente, in altri necessariamente ed in altri ancora "forzatamente" ma comunque, sempre in momenti delicati e situazioni personali e sociali nei quali il soggetto viene a trovarsi per forza di cose in una posizione subordinata nei confronti dell'operatore ed a percepirsi in tal senso nonostante, tutti gli accorgimenti ed i vincoli valoriali o etici che si possano opporre in merito. Proprio per tali ragioni quando si entra nella vita di un altra persona a qualunque titolo e con qualunque funzione lo si deve fare sempre in punta di piedi; a granzia di ciò nella relazione professionale d'aiuto non sono sufficenti ne le norme, ne tantomeno i codici, se, l'atteggiamento di fondo ed il modo di porsi (operativo intendo) del soggetto in posizione "di vantaggio" sono dettati dalle personali conoscenze e peggio ancora dal personale "metro di giudizio". All'Assistente Sociale non è infatti richiesto di esprimere giudizi di valore sulla persona (e questo mi sembra acclarato) ma, di compiere una VALUTAZIONE PROFESSIONALE, di prendere carico professionalmente della situazione rilevata e di agire nella realizzazione della migliore situazione/status auspicabile per il soggetto destinatario dell'intervento, tenendo presente in ogni fase e grado l'interazione con l'utente. Ecco dunque a garanzia di ciò la necessità di "mappe valutative" ovvero di strumenti che presentino un alto grado di standardizzazione; strumenti controllabbili, socializzabili e ripetibili : questi i criteri di scientificità nel lavoro sociale. E' in questi termini che si parla di "Scienze del" ma se per scienza continuiamo a fissarci sull'astrofisica ripeto stiamo parlando di cose sostanzialmente differenti. In altre parole se è questa forte personalizazione -opinabile?- la struttura entro la quale si regge l'intervento, se il discernimento dei fatti e delle vicissitudini intervenute ed intervenienti fosse lasciato completamente, al mio personale senso delle cose, allora, avremmo che, quello che a mio personale giudizio è inammissibile o deprecabile, potrebbe paradossalmente essere tollerabile o forse condivisibile dal collega X piuttosto che da Y e da Z...e non mi si tiri fuori la solita pappa del "conoscersi", dei "principi" etc...essi da soli, rimangono, perifrasi vuote ed asettiche. Ecco perchè sin dai suoi albori i famosi "Pionieri" nonchè Teorici del Servizio Sociale Professionale (ed in primis Social Workers) sentirono l'esigenza di emancipare il Lavoro Sociale dall'impeto umanitario (seppur lodevole, ma non professionale); sentirono l'esigenza di affrancare il destinatario degli interventi dai concetti di colpa e di disvalore. Alla luce di tutto ciò, termini come: Razionalizzazione, Laicizzazione, Professionalizzazione ed Istituzionalizzazione, dell'aiuto, acquistavano forse un senso. Si parlò in tal proposito di Diagnosi Sociale, di Scuola Diagnostica di Servizio Sociale di Social Case Work (M.H. Richmond e soci)...di "Valutazione Psico Sociale (Hollis)...di Problem Solving (Perlman); ecco perchè posero come fondamenti della nascente Professione, lo studio e l'elaborazione della teoria scaturente dalla prassi ed il tramandare alle future generazioni di Social Workers tale cultura scientifica, tali fondamenti. Ma se poi un Assistente Sociale del Servizio Comunale in una relazione tecnica all'A.G. si limita a riferire che: "tizio ha detto cha caio riferisce, che sempronio ha visto etc."...sta "valutazione psico-sociale" è una cosa che si mangia? e il ricevente nonchè commissionante, cosa se ne dovrebbe fare di tale resoconto? oppure se un Assistente Sociale della UOMD attende indicazioni ufficiose da parte di un Giudice: sul come, sul cosa e sul quando..."L'Autonomia Tecnico-Professionale e di Giudizio" è commestibile anch'essa? Se oggi si Parla di "Managment del Caso", di Managment dei Servizi, di Libera Professione, siamo sicuri del termine di paragone col Medico, l'Insegnante, il Sociologo (con tutto l'assoluto rispetto per gli uni e per gli altri)etc.? Se il raggio d'azione si allarga oggi alla CTP e CTU...ma consulenza dde che? Ha un senso concreto parlare di "Avventura Comunitaria", Territorializzazione, Programmazione, Pianificazione, quando, si smarriscono i punti cardine della propria identità nella relazione professionale con un altra persona (perchè è con persone che ci relazioniamo, lavoriamo, ci interfacciamo...aldilà della comunità territoriale etc.)? Concludendo: non è che forse ci piace usare termini, pensare e pensarci in termini (e per termini) così...a caso? Percui cari colleghi sono contento che ci sia confronto su temi centrali come questo e trovo sensate ed opportune le riflessioni di Nazg:"Cosa trasmettiamo alle generazioni di tirocinanti che passano nei nostri servizi? Perchè molti colleghi continuano a ripetere "la teoria è una cosa la prassi è un'altra"? Quanto ci sentiamo parte del cambiamento e desideriamo esserne protagonisti?". Tuttavia la domanda postata inizialmente, dà luogo, ad altri interrogativi che ci sembravano scontati e che davamo ormai per risolti, ma che forse oggi nel momento in cui in Italia si ritiene che il Cammino per il Riconoscimento della Professione di A.S. si sia concluso positivamente (anche se solo formalmente) si rivelano più pressanti di altri. Forse cari colleghi il tempo di far letteratura è finito! Visto che nei commenti precedenti (e visto che noi siamo a definire ed a definirci) ho sentito parlare di "etichetta", di "fatica nel riconoscere"...alla fine della fiera, se la scentificità decade: Siamo sicuri di poter parlare di Professione e di poterci proporre come Professionisti? e se parliamo di Professione di Aiuto qual è l'attività che professiamo? di che aiuto stiamo parlando? Alla luce della normativa di settore più recente, amiamo parlare di integrazione professionale, di lavoro d'equipe: quali sarebbero dunque le competenze integrate dall'Assistente Sociale? Sarebbe dunque il caso di correggere un attimino "il tiro"?