Caro Paolo,
ho letto con attenzione il tuo articolo: complimenti, sei una “buona penna”. Ho altresì letto con interesse i commenti, mi preme dire un po’ la mia, non sull’articolo, ma sulla nostra professione.
Personalmente, dopo trent’anni di lavoro e tante esperienze fatte (ho cambiato spesso datore di lavoro, ho svolto diversi incarichi) mi reputo un assistente sociale “borderline”, per un motivo chiaro: sono scisso tra un mio “sentirmi gruppo” (per cui difendo la categoria) ed un mio “non riconoscermi nel gruppo”. Lo dico chiaramente: il “nemico” l’assistente sociale italiano ce l’ha in casa, siamo noi stessi!!
Capiamoci sulle parole, perché spesso ci si fraintende. Io per professione non intendo l’aspetto formale (per cui basta essere iscritti all’Ordine per sentirsi professionisti), ma COME ognuno di noi si presenta ed agisce. In questo senso, per esempio, siamo MOLTO diversi tra noi, ed il problema è pure la bassissima contaminazione. C’è un NOI che prevale sull’IO.
Nel tuo articolo mettevi in evidenza il bisogno di “capro espiatorio” nel sistema a cui noi –consciamente o inconsciamente- ci prestiamo. Ma anche lì, capiamoci: stiamo parlando NON dell’assistente sociale, bensì dell’ASSISTENTE SOCIALE PUBBLICO oggi (perché qualche lustro fa era già ben diverso). Io questa scissione la pongo spesso a provocazione nei miei seminari sulla libera professione, con quel che a volte ne consegue. I giovani, infatti, che si sentono ancora “assistenti sociali” (e meno male, anche se a costo di precarizzazione) sono più aperti rispetto agli anziani, i quali non riescono a scindere se stessi (professionalmente, intendo) dalla “funzione organizzativa” derivante dall’Ente pubblico in cui operano. Quanto scritto da te sopra mi faceva pensare appunto a questo.
Ma scusate, colleghi, come si fa a pretendere autorevolezza e legittimazione da un sistema di “dipendenza pubblica”? Già letteralmente mi sembra una contraddizione di termini. Restiamo sul piano economico: i nostri contratti hanno avuto aumenti da fame nei precedenti quattro anni da CCNL, ora sono addirittura bloccati e nessuno fa sciopero, …..mi dite dov’è la legittimazione? Siamo esecutori di politiche “apparenti” e pagati di conseguenza. Se anche consideriamo l’impianto legislativo su cui lavoriamo, ci sono buchi grandi come case: basti pensare alla Legislazione Minorile (quella civile, intendo) ferma al 1940, c’è una frammentazione dei sistemi che tale resterà (ricordo che la L. quadro è stata invalidata subito un anno dopo per L.Costituzionale). Su ciò io non vedo riflessione o movimento nella categoria, quindi non c’è neanche lobbing politica,… e poi ci meravigliamo degli effetti della nostra assenza?
Ci sono tanti punti “deboli” nella professione, come la prevalente collocazione pubblica (vedi sopra), la fragilità epistemologica dello stesso servizio sociale, l’accanimento massmediatico nei nostri confronti, la poca attenzione “competenziale” (per cui, per citare una frase tua, Paolo, io dovrei saper spiegare bene a mio figlio che faccio, ….ma per me non dev’essere un problema SE …e dico SE sono un professionista….), la bassa specializzazione (mentre “altri” si specializzano, noi restiamo al “di tutto un po’”…), ecc.
Ma ci sono pure tanti punti “forti” che dipendono da noi. Specifico: dipendono DA OGNUNO DI NOI e non dal “noi istituzionale”, vedi l’Ordine, il Sunas e tutto il resto. Insomma, una cosa è l’AZIONE CONSAPEVOLE, altra cosa è la DELEGA. L’appartenenza ad un Ordine è UNO dei presupposti della professione, NON la professione tout-court. Essere o non essere professionisti dipende da noi, non dall’Ordine (che gestisce un Albo e funzioni disciplinari/ di controllo, ma non altro).
L’accesso all’accademia è stato importante: tanto per cominciare tutti siamo dottori (che, dal latino “docere” significa insegnare….), ci sono tra noi anche dottori di ricerca e docenti universitari. Scusate se è poco! Siamo consapevoli del nostro status, però METTIAMOLO IN MOTO in modo da produrre professionalità e scientificità. Scusate, ma chi ci vieta di fare teoria? Chi ci vieta di scrivere articoli e libri, di fare formazioni, di sviluppare modelli teorici? Chi ci vieta di comunicare come siamo ai giornalisti, ai mass-media, ai politici? Chi ci vieta di specializzarci, di fare impresa, di sviluppare nuove competenze (non dimenticando di non farci fregare le vecchie…)?
Sul senso di colpa e la matrice cattolica ci sarebbe tanto da dire. Resto però su di un dato formale: in un’Italia cattolica ed un welfare che in questi anni è andato in mano “cattolica”, noi abbiamo lasciato il posto ad “altri”. Ciò per una formazione sbagliata, “asettica”, “neutrale”, senza capire che è proprio l’adesione etica operatore-organizzazione a favorirne l’assunzione. Prendiamo la Caritas: all’estero sono tutti assistenti sociali, da noi (cattolici e vaticanisti) no. Quando le locali Caritas passano dal volontariato all’assunzione, noi non ci siamo, ma non per la Caritas, siamo noi che non ci presentiamo, siamo noi a sentirci “neutrali”, siamo noi a vederci SOLO come impiegati pubblici. Io credo che il mondo cattolico abbia tante assonanze con un “aiuto sano”. Basta leggere i documenti del Magistero (eviterei il “sentito dire”, occorre conoscere bene il pensiero cattolico, che è davvero rivoluzionario). E’ che c’è bisogno di contaminazione, e questa avviene se entrambe le parti voglio muoversi. Io vedi i colleghi “immobili”, non solo sul piano etico, ma pure di interesse verso il “welfare extra-pubblico”. E poi sono disoccupati……
Mi piaceva un passaggio, Paolo, in cui connettevi la formazione permanente al termine “taratura”. Tarare significa “portare allo zero”, “adattare”. Io credo che abbiamo tutti bisogno di “ritararci” sulla realtà. E’ scandaloso che l’Università prepari i giovani ad una professione “pubblica” di trent’anni fa che non esiste più. La taratura dev’essere sugli attuali bisogni sociali, sul mercato, sull’impresa, e per fare questo (scusate la cattiveria…) bisogna mandare a casa molti degli attuali docenti. Oppure (visto che i baroni non si possono cambiare) investire su formazione permanente che aiuti a “ritararsi” su di una realtà in forte movimento (e non i soliti convegni blablabla…).
Il “recupero scientifico” deriva non solo dallo sviluppo teorico (abbiamo già diversi ricercatori, come detto), ma da tante “buone pratiche” ritarate (appunto!) sui tempi odierni. Ora, per il primo ambito occorre fare ricerca, per il secondo spetta ad ognuno di noi. Anzi, per essere precisi, anche per il primo: non c’è bisogno dell’università per fare ricerca, ognuno di noi può farla, occorre però che ricerchiamo i modi più congrui.
Se “non ci diamo una mossa” (espressione meridionale, che spero venga capita da tutti) andiamo verso l’estinzione. In pochissimi anni ci sono tanti colleghi disoccupati e questo è un tragico segnale. Ci estinguiamo anche per “implosione interna” (tu parlavi di cannibalismo e di assenza di solidarietà tra i colleghi come caratteristica costante), e su questo io vedo chiari segnali. L’incapacità a fare gruppo è una nostra costante. I principali “mobber” degli assistenti sociali sono proprio i colleghi! E’ come se noi non credessimo in noi stessi. Un esempio chiaro è il non aver creduto alle potenzialità della L. specialistica/magistrale ai fini di un management nei servizi alla persona: è mancato al nostro interno un’istanza su noi stessi. E tutti noi della sez. A siamo rimasti al palo, mentre sui contratti si discuteva di dirigenza senza differenziare A e B.
Caro Paolo, mi fermo qui, non vorrei creare confusione. Pensa solo al tema della variabile sessuale nella nostra categoria (stiamo parlando di un gruppo a maggioranza femminile) o a quello del rapporto col potere. Certo è che quanto detto da me è una bella serie di “pugni allo stomaco” ai colleghi. Io però mi sento tuo alleato, perché “ a menare a pugni” hai iniziato tu. Se posso dire la mia, stiamo facendo una bella PROVOCAZIONE.
Generalmente quando si provoca arrivano risposte. Speriamo! Io però non sono tanto ottimista, perché in questi anni (tra Ordine, Sunas e formazioni…..) ho spesso registrato dai colleghi tanti silenzi, oppure (più spesso) sono stato denigrato proprio dai colleghi, i quali si “difendono dalla realtà” solamente. Basta solo pensare al fatto (emblematico, a mio parere…) che i nostri leader all’Ordine sono pensionati…..la dice assai lunga questa cosa….