Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale degli AS

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Su suggerimento dell'autore vorrei aprire questo post come spazio di dibattito sull'interessantissimo articolo del collega Paolo Pajer.

L'articolo è al link:

http://blog.assistentisociali.org/2011/05/25/ladri-di-mele-alla-ricerca-del-peccato-originale/

I commenti sono stati numerosi quindi questo potrebbe essere un luogo utile per continuare la discussione e condividere i nostri pensieri sulla professione.

Io personalmente sono stata colpita dalla seguente frase: "L’assistente sociale, nella sua straordinaria ed assoluta peculiarità, costruisce la propria identità professionale con un po’ di tutto questo. In realtà viene considerato solo un intero ri-costruito con dei frammenti, ma tutti salgono sulle sue spalle per vedere più lontano."

E' un'immagine speciale, siamo come un puzzle che man mano si svela. Quando pare ci sia qualcosa di ovvio poi si scopre qualcosa di nuovo e questo credo sia la forza della nostra professione.

In accordo con il management del sito apro la discussione sul forum, lasciando al blog le impressioni sull’articolo.

Sono contento di aver fatto riflettere molte persone sul senso della professione: era il mio intento.

Accolgo inoltre con estremo interesse quello che scrive il sig. Bartolucci, perché intuisco che sia scritto col cuore da chi conosce ciò che racconta e perché credo che sia un’opportunità di crescita professionale ascoltare e cogliere il suo messaggio.

Non è paradossale? La professione votata all’ascolto è quella che esprime difficoltà all’ascolto, o che per lo meno viene criticata perché scarsamente aperta. Ma creare un punto di contatto che generi e garantisca la comunicazione credo sia un diritto, non una concessione.

Sono d’accordo con il sig. Bartolucci su un punto essenziale: l’assistente sociale gestisce enormi responsabilità, gestisce il futuro e il benessere di categorie fragili come i bambini e gli anziani.

Come ogni professione ci sono i più bravi e i meno bravi, i più appassionati e i meno appassionati.

In questo senso potremmo discutere per ore sulle responsabilità di Università, Ordine Professionale, Enti che gestiscono concorsi, in merito alla qualità del professionista a.s..

Investire sulla qualità dell’assistente sociale? Forse questo è un elemento di accordo, ma la debolezza del suo status non lo consente facilmente. Le professioni attraenti sono altre.

Come in poche altre professioni ci sono però molti colleghi lasciati da soli; per scelta (organizzativa), per vincolo finanziario (scelta politica), per ignoranza (nessuna scelta), per deresponsabilizzazione (scelta di comodo), per debolezza della categoria (impossibilità di scelta).

E a volte questa solitudine (che è un disagio) si può esprimere in chiusura, in rigidità, in paura del confronto (che sono meccanismi di difesa).

Come avrete capito dal tenore del mio articolo stimo la mia professione perché credo nella sua ricchezza.

Credo però che sarà solo con l’aiuto dei cittadini, come il sig. Bartolucci, che l’assistente sociale potrà crescere, qualitativamente e quantitativamente.

A presto, Paolo Pajer.

Carissimo Paolo, sono una collega che ha sempre partecipato ad Asit, allontanandomene negli ultimi tempi;adesso tra l'altro vivo all'estero, ma questo tema per me é molto scottante. Per me sarebbe facile abbandonare del tutto questa professione e chiudere per sempre il libro, diciamo cosí; la tentazione é forte, tanto piú che sto studiando psicologia e quindi ho altre chances future (all'estero, chiaramente!). Ma non é cosí, perché io ho scelto questa professione con dedizione e impegno, forse rinunciando a carriere e soddisfazioni che mi avrebbero fruttato altri studi accademici. Non l'ho scelta per ripiego, ma perché ci credevo moltissimo. Non dico che il sig. Bartolucci abbia torto in tutto; conosco personalmente colleghe e colleghi pessimi, che non credono nel nostro lavoro, sui quali le persone, ma anche le scuole ecc. rimbalzano come su muri di gomma. Conosco purtroppo peró anche molti colleghi forse inadatti a fare questo lavoro, perché troppo deboli caratterialmente e fragili emotivamente, peró motivatissimi, che si sono letteralmente rovinati per essere diventati i capri espiatori dell'organizzazione e degli utenti (utenti che sempre piú hanno rivendicazioni e sono arrabbiati, considerando l'estremo sfascio dei servizi). Ora é giusto che un lavoratore si debba ridurre cosí? É facile puntare il dito contro una categoria che é presente al 99,9 per cento nel pubblico impiego, considerata (stile Brunetta) "privilegiata". La realtá é anche questa: dobbiamo essere "professionisti" (come giustamente rivendica il sig. Bartolucci) quando fa comodo ad alcuni, dobbiamo peró essere "impiegati" (e quindi non avere nessunissima autonomia professionale) quando fa comodo ad altri. Quando ci vogliono duri e puri e con le palle, dobbiamo partire in quarta; quando siamo scomodi, dobbiamo essere blandi. Dobbiamo aiutare, ma occhio, non troppo se no il dirigente ci fa un richiamo per "scarsa professionalitá", non troppo poco se no ci denunciano per omissione di atti d'ufficio. Dobbiamo controllare: non troppo se no ci denunciano per abuso d'ufficio, non troppo poco se no andiamo sul penale. Un bambino in questa situazione in famiglia rischia la schizofrenia: e noi??? Noi non possiamo nemmeno sbagliare e, se lo facciamo, siamo responsabili: abbiamo lo stesso stipendio e inquadramento contrattuale dell'impiegato delle carte d'indentitá, che al massimo puó sbagliare una firma e rifá il documento. In compenso, io ho vissuto in pieno la completa solitudine professionale (autonomia?). Non mi riconosco nella categoria descritta dal sig. Bartolucci. Io, per esempio, riceveveo gli utenti in maniera libera, perché mi sembrava inconcepibile fare come facevano alcune colleghe: far aspettare 15 giorni (a volte anche un mese) per un primo colloquio (che a volte veniva rimandato ulteriormente, se il collega era assente, come capita). Avró sbagliato, ma io credevo nel nostro ruolo di base e di filtro: se un domani andró a fare lo psicologo clinico (come mi auguro) allora sará diverso, ma se faccio l'assistente sociale di base, devo rendermi accessibile. Ma anche nel fare questo, rischiavo: denunce contro la privacy (perché mancavano le stanze, ovvio) e ira delle colleghe. Tra l'incudine e il martello: meglio una denuncia per lesa privacy, o per inadempienza professionale? Tra l'altro, una denuncia per lesa privacy la presi davvero, da una simpatica ragazza che avevo aiutato in tutto e per tutto, mettendomi contro i dirigenti che mi volevano tagliare i fondi per il progetto (appoggio familiare, appoggio al minore ecc.). Mi supplicó di inviare una relazione all'ufficio istruzione di altro comune entro 12 ore, per perorare l'esenzione dalla mensa del figlio, io lo feci in tempo record non vi dico con quale fatica... Risultato: denuncia in procura per lesione della legge della privacy (avevo fornito il nome del bambino all'ufficio istruzione del Comune limitrofo). Questo é fare l'assistente sociale oggi in Italia, caro signor Bartolucci.

Caro Paolo,

ho letto con attenzione il tuo articolo: complimenti, sei una “buona penna”. Ho altresì letto con interesse i commenti, mi preme dire un po’ la mia, non sull’articolo, ma sulla nostra professione.

Personalmente, dopo trent’anni di lavoro e tante esperienze fatte (ho cambiato spesso datore di lavoro, ho svolto diversi incarichi) mi reputo un assistente sociale “borderline”, per un motivo chiaro: sono scisso tra un mio “sentirmi gruppo” (per cui difendo la categoria) ed un mio “non riconoscermi nel gruppo”. Lo dico chiaramente: il “nemico” l’assistente sociale italiano ce l’ha in casa, siamo noi stessi!!

Capiamoci sulle parole, perché spesso ci si fraintende. Io per professione non intendo l’aspetto formale (per cui basta essere iscritti all’Ordine per sentirsi professionisti), ma COME ognuno di noi si presenta ed agisce. In questo senso, per esempio, siamo MOLTO diversi tra noi, ed il problema è pure la bassissima contaminazione. C’è un NOI che prevale sull’IO.

Nel tuo articolo mettevi in evidenza il bisogno di “capro espiatorio” nel sistema a cui noi –consciamente o inconsciamente- ci prestiamo. Ma anche lì, capiamoci: stiamo parlando NON dell’assistente sociale, bensì dell’ASSISTENTE SOCIALE PUBBLICO oggi (perché qualche lustro fa era già ben diverso). Io questa scissione la pongo spesso a provocazione nei miei seminari sulla libera professione, con quel che a volte ne consegue. I giovani, infatti, che si sentono ancora “assistenti sociali” (e meno male, anche se a costo di precarizzazione) sono più aperti rispetto agli anziani, i quali non riescono a scindere se stessi (professionalmente, intendo) dalla “funzione organizzativa” derivante dall’Ente pubblico in cui operano. Quanto scritto da te sopra mi faceva pensare appunto a questo.

Ma scusate, colleghi, come si fa a pretendere autorevolezza e legittimazione da un sistema di “dipendenza pubblica”? Già letteralmente mi sembra una contraddizione di termini. Restiamo sul piano economico: i nostri contratti hanno avuto aumenti da fame nei precedenti quattro anni da CCNL, ora sono addirittura bloccati e nessuno fa sciopero, …..mi dite dov’è la legittimazione? Siamo esecutori di politiche “apparenti” e pagati di conseguenza. Se anche consideriamo l’impianto legislativo su cui lavoriamo, ci sono buchi grandi come case: basti pensare alla Legislazione Minorile (quella civile, intendo) ferma al 1940, c’è una frammentazione dei sistemi che tale resterà (ricordo che la L. quadro è stata invalidata subito un anno dopo per L.Costituzionale). Su ciò io non vedo riflessione o movimento nella categoria, quindi non c’è neanche lobbing politica,… e poi ci meravigliamo degli effetti della nostra assenza?

Ci sono tanti punti “deboli” nella professione, come la prevalente collocazione pubblica (vedi sopra), la fragilità epistemologica dello stesso servizio sociale, l’accanimento massmediatico nei nostri confronti, la poca attenzione “competenziale” (per cui, per citare una frase tua, Paolo, io dovrei saper spiegare bene a mio figlio che faccio, ….ma per me non dev’essere un problema SE …e dico SE sono un professionista….), la bassa specializzazione (mentre “altri” si specializzano, noi restiamo al “di tutto un po’”…), ecc.

Ma ci sono pure tanti punti “forti” che dipendono da noi. Specifico: dipendono DA OGNUNO DI NOI e non dal “noi istituzionale”, vedi l’Ordine, il Sunas e tutto il resto. Insomma, una cosa è l’AZIONE CONSAPEVOLE, altra cosa è la DELEGA. L’appartenenza ad un Ordine è UNO dei presupposti della professione, NON la professione tout-court. Essere o non essere professionisti dipende da noi, non dall’Ordine (che gestisce un Albo e funzioni disciplinari/ di controllo, ma non altro).

L’accesso all’accademia è stato importante: tanto per cominciare tutti siamo dottori (che, dal latino “docere” significa insegnare….), ci sono tra noi anche dottori di ricerca e docenti universitari. Scusate se è poco! Siamo consapevoli del nostro status, però METTIAMOLO IN MOTO in modo da produrre professionalità e scientificità. Scusate, ma chi ci vieta di fare teoria? Chi ci vieta di scrivere articoli e libri, di fare formazioni, di sviluppare modelli teorici? Chi ci vieta di comunicare come siamo ai giornalisti, ai mass-media, ai politici? Chi ci vieta di specializzarci, di fare impresa, di sviluppare nuove competenze (non dimenticando di non farci fregare le vecchie…)?

Sul senso di colpa e la matrice cattolica ci sarebbe tanto da dire. Resto però su di un dato formale: in un’Italia cattolica ed un welfare che in questi anni è andato in mano “cattolica”, noi abbiamo lasciato il posto ad “altri”. Ciò per una formazione sbagliata, “asettica”, “neutrale”, senza capire che è proprio l’adesione etica operatore-organizzazione a favorirne l’assunzione. Prendiamo la Caritas: all’estero sono tutti assistenti sociali, da noi (cattolici e vaticanisti) no. Quando le locali Caritas passano dal volontariato all’assunzione, noi non ci siamo, ma non per la Caritas, siamo noi che non ci presentiamo, siamo noi a sentirci “neutrali”, siamo noi a vederci SOLO come impiegati pubblici. Io credo che il mondo cattolico abbia tante assonanze con un “aiuto sano”. Basta leggere i documenti del Magistero (eviterei il “sentito dire”, occorre conoscere bene il pensiero cattolico, che è davvero rivoluzionario). E’ che c’è bisogno di contaminazione, e questa avviene se entrambe le parti voglio muoversi. Io vedi i colleghi “immobili”, non solo sul piano etico, ma pure di interesse verso il “welfare extra-pubblico”. E poi sono disoccupati……

Mi piaceva un passaggio, Paolo, in cui connettevi la formazione permanente al termine “taratura”. Tarare significa “portare allo zero”, “adattare”. Io credo che abbiamo tutti bisogno di “ritararci” sulla realtà. E’ scandaloso che l’Università prepari i giovani ad una professione “pubblica” di trent’anni fa che non esiste più. La taratura dev’essere sugli attuali bisogni sociali, sul mercato, sull’impresa, e per fare questo (scusate la cattiveria…) bisogna mandare a casa molti degli attuali docenti. Oppure (visto che i baroni non si possono cambiare) investire su formazione permanente che aiuti a “ritararsi” su di una realtà in forte movimento (e non i soliti convegni blablabla…).

Il “recupero scientifico” deriva non solo dallo sviluppo teorico (abbiamo già diversi ricercatori, come detto), ma da tante “buone pratiche” ritarate (appunto!) sui tempi odierni. Ora, per il primo ambito occorre fare ricerca, per il secondo spetta ad ognuno di noi. Anzi, per essere precisi, anche per il primo: non c’è bisogno dell’università per fare ricerca, ognuno di noi può farla, occorre però che ricerchiamo i modi più congrui.

Se “non ci diamo una mossa” (espressione meridionale, che spero venga capita da tutti) andiamo verso l’estinzione. In pochissimi anni ci sono tanti colleghi disoccupati e questo è un tragico segnale. Ci estinguiamo anche per “implosione interna” (tu parlavi di cannibalismo e di assenza di solidarietà tra i colleghi come caratteristica costante), e su questo io vedo chiari segnali. L’incapacità a fare gruppo è una nostra costante. I principali “mobber” degli assistenti sociali sono proprio i colleghi! E’ come se noi non credessimo in noi stessi. Un esempio chiaro è il non aver creduto alle potenzialità della L. specialistica/magistrale ai fini di un management nei servizi alla persona: è mancato al nostro interno un’istanza su noi stessi. E tutti noi della sez. A siamo rimasti al palo, mentre sui contratti si discuteva di dirigenza senza differenziare A e B.

Caro Paolo, mi fermo qui, non vorrei creare confusione. Pensa solo al tema della variabile sessuale nella nostra categoria (stiamo parlando di un gruppo a maggioranza femminile) o a quello del rapporto col potere. Certo è che quanto detto da me è una bella serie di “pugni allo stomaco” ai colleghi. Io però mi sento tuo alleato, perché “ a menare a pugni” hai iniziato tu. Se posso dire la mia, stiamo facendo una bella PROVOCAZIONE.

Generalmente quando si provoca arrivano risposte. Speriamo! Io però non sono tanto ottimista, perché in questi anni (tra Ordine, Sunas e formazioni…..) ho spesso registrato dai colleghi tanti silenzi, oppure (più spesso) sono stato denigrato proprio dai colleghi, i quali si “difendono dalla realtà” solamente. Basta solo pensare al fatto (emblematico, a mio parere…) che i nostri leader all’Ordine sono pensionati…..la dice assai lunga questa cosa….

Carissimo Ugo, sono d'accordo con il 100 % del tuo messaggio. La pensiamo allo stesso modo. Il problema é anche il mercato del lavoro italiano, peró. Se un giovane (o anche meno giovane...) volesse fare un lavoro serio e professionale fuori dal settore pubblico, trova molto poco perché nei nostri settori il pubblico ha l'egemonia, il monopolio. Sono d'accordo invece al 100 % quando dici che se c'e' qualche occasione alternativa, noi comunque non ci siamo. É vero, perché qui in Spagna il lavoro di centro ascolto parrocchiale (lavoro PAGATO, non volontariato) lo fanno gli a.s. in Italia lo fanno tutti meno che gli a.s.. La nostra categoria in Italia si é identificata completamente e solo nel settore pubblico e, in parte, fa comodo, non dico di no, per una serie di garanzie legislative; dall'altra, peró, se tieni al tuo ruolo alla fine stai malissimo... Peró, quando io verbalizzavo queste cose, mi sentivo spesso tacciare di "ingrata", perche' cosa volevo, in fondo avevo il lavoro a tempo indeterminato, lo stipendio di 1400 euro e non di 500, le ferie e la malattia... Insomma, il lavoro ce l'avevo, che volevo, anche un lavoro soddisfacente??? :-DDD Ecco, questa é la mentalitá tipica nostra italiana che ci rovinerá.

il problema dell'assistente sociale secondo me è il seguente : pretendere che la sua "professione" venga posta sullo stesso livello di altre (medici, psicologi etc..) quando nella realtà sta mooolto più in basso. la mancata accettazione di questa "inferiorità" causa frustrazione e incapacità nello spiegarsi il perché gli altri la percepiscano diversamente.

Perché è una "professione" inferiore? perché manca di Professionalità. Ma ve li leggete i tanto lodati Bartolomei e Passera & co??? vi rendete conto che il 90% delle nozioni fondamentali del servizio sociale sono solo elementi di marginalità?? un esempio : quanti libri parlano degli atteggiamenti che l'assistente sociale deve assumere con l'utente...di solito troviamo...disponibilità, ascolto, apertura etc etc... Ora queste che per noi sn cose importanti rapportate per esempio alla professione medica sarebbero discussioni in proporzione pari al : parlare del significato antropologico che lega il medico al camice. Nessun medico sognerebbe di dedicare a questa discussione materie universitarie o libri addirittura. Poiché le altre professioni sono in realtà talmente stracolme di nozioni scientifico-tecniche che giustamente nn hanno nemmeno il tempo di stare appresso a ste cose. Nel caso del servizio sociale, invece, le nozioni scientifico-tecniche si contano in una 50ina di pagine, ergo come riempire il resto della "professione"? con fesserie inutili (accogliere, ascoltare, valutare e decidere...oppure cosa? mettersi a pescare??? queste sono ovvietà inutili)

Rendiamoci conto che la nostra è già molto se è considerata una professione.

Ultima cosa e completo, per adesso. Ma qualcuno si è mai posto lo scrupolo di coscienza sull'opportunità della nostra professione?? Mi spiego meglio, talvolta penso che in realtà siamo lo strumento della politica statale per TAMPONARE (nn risolvere) le situazioni di disagio. E perché lo stato ha questo interesse?? perché l'ordine sociale(che noi contribuiamo a creare tamponando le emergenze) permette di mantenere lo status quo (ergo di non cambiare niente). Cioé indirettamente il nostro dare il sussidio alla famiglia indigente danneggia la stessa perché ne assopisce il malessere sociale (ovvero quando l'asino sta per scalciare lo stato mediante noi gli butta la carota e lo calma per un altro pò).

resta chiaro che nn è mia intenzione offendere nessuno con quanto dico, sono anch'io un assistente sociale, ma credo sia giusto essere chiari tra di noi e su di noi

Caro Android, molto interessante quello che dici: Riguardo alle "ovvietá", questa riflessione l'ho fatta anche io, pensando che per anni siamo stati a pontificare addirittura se fosse opportuna per noi la laurea :shock: oppure se in fondo ci bastasse il DU... Intanto gli psicologi, nati addirittura dopo di noi in Italia, sono arrivati ad agganciarsi al contratto medico quando, fra poco, manco esistevano... Allora, questa é una "fase" tipica di una disciplina debole e giovane; ma dopo trent'anni, dovremmo essere andati per lo meno un pó oltre... La cosa che mi strazia e mi fa ardere di rabbia e´che i medici fanno i congressi sulle nuove tecnologie, gli psicologi idem e noi? credo di aver visto addirittura un congresso sulla PEC (che, come tu dici, é come se gli ordini dei medici indicessero un convegno nazionale sull'importanza della linea ADSL per l'esercizio della professione medica oggi...). Peró, rispondendo alla tua seconda domanda: serve l'a.s.? io mi domanderei piuttosto: a cosa? Infatti, come tu dici, noi in Italia siamo serventi delle logiche politiche pubbliche e la logica assistenziale stravolge il nostro mandato. Ma saremmo disposti a fare un discorso serio per pretendere di cambiare questa logica? perché basta mettersi in contatto con a.s. di qualsiasi altro paese europeo, se non vogliamo scomodare i lontani USA, per renderci conto che questo problema ce l'abbiamo praticamente solo noi italiani. Ho provato a entrare in contatto con un forum di a.s. ispanici (quindi spagnoli, ma anche colombiani, argentini, ecc.) e, se pongo il tuo quesito, non mi capiscono. Non lo possono fare perché da loro l'assistente sociale non lo fa. Si chiedono, ad esempio: "gli obiettivi del nostro lavoro sono nostri o sono dell'utente?", ma non si chiedono: "quali sono gli obiettivi del nostro lavoro?". Quindi, io, come il collega che é intervenuto prima, credo che il mandato dell'a.s. sia la RELAZIONALITÁ, nell'ambito di un sistema integrato dei servizi alla persona che non puó esimersi dal coinvolgere altri operatori (medici, psicologi, educatori, terzo settore, volontari....). La nostra mission non sarebbe istruire le pratiche di sostegno economico, bensí quella di accompagnare la persona in un percorso di crescita personale, sociale e civile; se poi nel fare questo ci accorgiamo che serve ANCHE il soldo, bene, dovremmo poter far accedere la persona al soldo: ma certamente il nostro lavoro non é riempire il modulo, fare i conteggi e implementare la scheda informatica per attivare il contributo economico. É chiaro che se al Servizio accedono 20 persone ogni giorno che chiedono le 100 euro per mangiare, per quanto l'a.s. possa essere bravo e preparato, come fa a impostare il lavoro sulla relazionalitá? É chiaro che c'é una disfunzionalitá nel sistema dei servizi, per cui non sono garantiti alcuni diritti di base e le persone pongono il problema... É chiaro che dei servizi collassati da richieste di buoni alimentari ed esenzioni di ticket medici forse dovrebbero fare un discorso serio su scala nazionale, e fare scioperi, provocazioni e quant'altro, NON convegni sulla PEC, secondo la mia modesta opinione. É chiaro che alle entitá pubbliche non pare vero che ci sia la solita Cenerentola (ovvero noi) a continuare a prendersi le colpe e responsabilitá per lo scontento dei cittadini. É chiaro che, se un bambino muore di fame a Bari, come é accaduto qualche anno fa, é molto facile e immediato accusare "l'assistente sociale" che non faceva il suo lavoro, non vigilava e magari, infame, non ha attivato il buono spesa che magari (é solo un'ipotesi, non é accaduto davvero) i genitori avevano chiesto, e magari non l'ha attivato perché quella settimana aveva deciso di essere assertivo e di operare secondo logiche non assistenziali, e aveva dato proposta negativa al ventesimo contributo che gli avevano chiesto (o magari il responsabile glielo aveva bocciato perché aveva detto che la relazione sociale non era chiara, cosa accaduta davvero nel mio servizio). É chiaro che, se noi cominciassimo a rigirare la frittata e, a livello nazionale, fare un discorso serio e costruttivo di denuncia a provocazione, a qualcuno vacillerebbe il terreno sotto i piedi, perché forse l'opinione pubblica dovrebbe ammettere che il sistema dei servizi e della tutela al minore ha delle falle grosse cosí, e il singolo assistente sociale "fa la pipí in mare", tanto per usare un'espressione che rende l'idea. Ma per arrivare a qualcosa, dovremmo partire dalla teorizzazione: dov'é una teorizzazione seria e costruttiva della nostra disciplina? vogliamo andare a leggere, per curiositá, i piani di studio delle facoltá di servizio sociale degli altri paesi europei? vogliamo indire un convegno internazionale e farci aiutare dai colleghi europei, che non sono assolutamente ai nostri infimi livelli? Non so, sono solo idee che formulo in preda allo sconforto, perché 10 anni fa secondo me eravamo giá avanti e adesso siamo tornati indietro....

kappavis, grazie intato per la risposta che trovo molto interessante per certi versi. La mia controrisposta però (purtroppo) chiude tutte le porte alle tue ipotesi ed alle mie speranze. Ovvero io credo che sia impossibile "teorizzare" SCIENTIFICAMENTE la nostra professione per una questione molto semplice. l'oggetto del nostro lavoro è un elemento non fungibile ovvero l'essere umano. I numeri che li calcoli un tale in alabama o un altro tale in giappone se adoperati allo stesso modo proprio per via della loro fungibilità risponderanno sempre allo stesso modo. L'essere umano invece non è così. ad una nostra azione ciascun soggetto reagirà diversamente. Pertanto la pietra tombale alle speranze di teorizzazione sta nel nostro appartenere al ramo delle scienze umane che in quanto tali non permettono di elaborare regole universali/scientifiche. Riassumendo, quindi, poiché l'oggetto del nostro operare sono le persone e le persone non sono standardizzate né standardizzabili, mai si potrà trovare delle teorie scientificamente provate che se correttamente applicate ci condurranno verso un obiettivo sicuro e sempre riproducibile a parità di condizioni. L'assenza di questo fondamento nel nostro lavoro è il fattore che elimina la "professionalità". Per capirci, il 90% dei manuali di servizio sociale sono generali per questo motivo. Perché non c'è una formula chiara e non ci può essere. Pertanto potremo essere al massimo delle persone che fanno di lavoro i "sostenitori morali", ma all'occorrenza anche gli amministrativi, etc etc...

Ora se siamo adulti non possiamo girarci dall'altra parte per non guardare la realtà. In molti provano a farsi delle domande ma non sanno accettare spesso le risposte che trovano, perché talvolta accettare che la realtà sia diversa da come ce la immaginavamo o da come l'avremmo voluta è frustrante.

Ecco io provo a scindere la realtà da quello che vorrei. Io vorrei che la mia professione riuscisse ad essere tale ma nella realtà anche se con difficoltà sò ammettere che tale non è e forse mai potrà essere. non mi sentirei intellettualmente onesto

p.s. non per qualcosa...e mi riferisco a molte discussioni che sento e leggo in giro (nn mi riferisco a te)...basta con ste st**** delle stelle, delle frasette poetiche etc... la gente seria ci ride in faccia

cmq è possibile che io generalizzi troppo, sò che c'è gente che si fa il mazzo e che davvero ci sa fare a loro va davvero tutto il mio rispetto. i dubbi li esprimo sulla professione + che altro

Se posso dire la mia: c'è il peccato originale, ma c'è pure il miglioramento, il pentimento e la redenzione. Traduco: ci sono punti di debolezza (pure apparenti, credetemi) come la scientificità carente o l'appartenenza pubblica o gli ordini che pensano alla pec, ma ci sono anche punti di forza verso cui inviterei non solo a riflerttere, ma pure a muoversi.

Su tutte queste tematiche noi al SUNAS abbiamo dedicato qualche anno fa tempo e soldi per una ricerca che fosse finalizzata ad una consensus conference. Mi ricordo la mia personale delusione nel vedere, alla Conferenza nazionale, il disinteresse di molti colleghi. Stavamo appunto a proporre un decalogo "condiviso" sul servizio sociale: che cosè? Che cos'è il metodo? Cos'è la buona pratica?...ecc. Dico però che la piattaforma per una "condivisione di senso" c'è già, occorre riprenderla e lavorarci. Dovrebbe/potrebbe essere l'Ordine a prendere in mano tutto ciò, ma dipende da chi ci sta: ho letto le linee programmatiche sul sito e vedo che ancora stiamo lì a parlare dell'aria fritta......

Io sul tema del professionismo -se permettete- ci ho teorizzato non poco e qualcosa da dire ce l'avrei. Tanto per cominciare mi aggancerei alla sociologia delle professioni, che aiuta a capire meglio, e cercherei di calare la riflessione sul nostro specifico. Per chi ha letto il mio libro "servizio sociale e libera professione" mi riferisco ai capp. 1 e 2.

In questi capitoli ho riportato - in estrema sintesi - l'ipotesi in base alla quale l'assistente sociale oscilla tra la professione e la semiprofessione.

La "professione" in termini sociologici è un'esercizio di attività intellettuale, connessa a scientificità, esercitata in un contesto di controllo sociale.

Ora, viva Dio, se noi siamo o meno professionisti NON dipende dall'essere assistenti sociali, ma dal muoverci come professionisti. La verità è semplice: se ad "essere dipendenti" è meglio essere semiprofessionista (e nel mio libro l'ho spiegato bene), sul mercato non posso che essere professionista.

Cari colleghi, ma vi guardate attorno? Negli Enti spesso sono proprio gli "scemi" a far carriera, si preferisce l'obbedienza alla competenza, io non vedo tutta questa rivoluzione nei colleghi, anzi si adattano più che bene a quel che viene richiesto. Io non giudico questi colleghi, dico solo che è la dipendenza stessa ad aver bisogno di semiprofessionisti, le burocrazie sono come l'esercito, funzionano bene solo se i soldati obbediscono, anche (e specialmente) il compito è quello di "contenere" il disagio sociale. Non a caso il "diritto sociale" (che la sinistra ha sbandierato per anni) non esiste, si è fatta demagogia attorno ad un "diritto astratto" che nei contenuti è rimasto un titolo. Ora chi lo capisce sta male, ma io non vedo mica questa massa di colleghi rivoluzionari, tuttaltro!!!

Comunque c'è modo e modo di stare nella dipendenza. C'è chi media se stesso ed il proprio ruolo con il sistema, chi invece lo svende. C'è chi dice al medico "signorsì" e chi invece si interrelaziona bartendo dalla propria base di professionalità.

Mi è piaciuta la metafora del "medico che teorizza sul proprio camice" e delle pubblicazioni che (parlo di noi) stanno a fare quello. Concordo, ma guardiamo oltre. Voglio dire che se parliamo di professione (che è un vestito) devo parlare di competenza (che sono i contenuti). Cioè, non basta dire "sono assistente sociale", bisogna saper dire "che so fare?".

Se essere dipendenti significa non codificare le competenze (come detto, la dipendenza spesso richiede semiprofessionisti che facciano "di tutto un pò"), sul mercato io non posso che essere competente.

Paolo ci ha dato un ottimo stimolo, rischia però di farci deprimere se noi non guardiamo "oltre". La provocazione è questa: ma chi ci vieta di essere professionisti? La risposta-provocazione è questa: "siamo noi stessi".

Come uscirne? Semplice, bisogna fare come gli altri professionisti: smettere di farci le pippe mentali ed agire come professionista. Teoria? E scriviamo libri. Pratica? E sviluppiamo una nostra personale competenza. Modello vincente? E mettiamoci nel mercato e vediamo se siamo capaci di confrontarci con gli altri.

Io conosco tanti colleghi. Tolta la "massa" (lamentona e semiprofessionale), vedo tante belle teste con degli alti livelli professionali. Forse bisogna parlare di più di loro. Forse tra di noi dovremmo parlare di più di modelli operativi e di competenze, meno dell'aria fritta e di astrattismi filosofici.

Insomma, per parafrasare Paolo, il "peccato originale" c'è e nessuno lo nega, solo che da Adamo ed Eva fino ad oggi c'è una Bibbia che dimostra che non siamo rimasti lì e che una maturazione c'è stata. Come nella Bibbia, c'è chi resta indietro (gli ebrei aspettano ancora il messia) e chi è andato avanti (i cristiani, nel tempo separatisi ed ora verso l'ecumenismo).

Non c'è solo la mela, insomma.......