Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale degli AS

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Caro Android, io sono molto critica verso la professione, tanto che penso di abbandonarla (per il momento non la esercito). Tuttavia, sono solo parzialmente d'accordo con il tuo argomento e cercheró di dare una risposta sitentica basandomi sull'esame di introdiuzione ai metodi di ricerca in psicologia dell'Universitat Oberta de Catalunya, laurea in Psaicologia, che sto finendo di preparare. Indubbiamente, la differenza metodolgoca esiste, i quanto, come tu dici, una cosa é studiare organismi e un'altra studiare soggetti. Ci sono peró due cose da considerare: una, che oggi il paradigma "duro" positivista é in crisi anche nelle scienze naturali (non approfomdisco oltre perché ho visto che questo tema é stato trattato in altra parte del Forum, molto bene). Le stesse scienze mediche, sei sicuro che sono "esatte"? Esiste quindi una relazione causale (X causa y) ed esistono spiegazioni correlazionali e statistiche, che non per questo sono meno scientifiche, anzi. Studiando l'uomo, e quindi i suoi aspetti psicologici e sociali, é piú onesto ammettere che "nel X % dei casi, e con un errore probabile Y, A é legato a B". La psicologia non é molto piú "scientifica" del servizio sociale, nella accezione che dai tu. La psicologia ha una parte piú "certa" (la parte neuropsicologica, medica) e la parte meno "certa" (quella clinica-terapeutica e, ancora di piú, quella sociale). Quello che la sembra rendere solo un pelino piú "forte" della nostra beneamata disciplina é che le sue radici sono oggettivamente piú antiche (disciplina giovane con un lungo passato, dicono) e, soprattutto, che c'e' stata molta attenzione metodologica per portarla a criteri di maggiore scientificitá, non facendola "scomparire" di fronte alle scienze "dure". Mentre la pecca del servizio sociale é stata forse quella di voler dare enfasi sulla pratica pura, cercando poi di raffazzonare una teoria mutuandola troppo dalla sociologia (che adesso ci comanda a bacchetta). Ma io sarei ottimista sulla possibilitá ci costruire modelli teorici "nostri", che tra l'altro giá esistono (vedi la metodologia di rete, ad esempio, nella quale io credo moltissimo). Non sarebbe impossibile studiare le nostre prassi, teorizzandole. Per esempio, ci chiediamo se l'affido funziona? Operazionalizziamo i concetti, es: benessere del minore, che vuol dire? ci sará una componente psicologica ma anche una piú sociale... Costruiamo degli strumenti per rilevare queste dimensioni, facciamo una ricerca metodologicamente seria. Forse scopriremo che in una certa percentuale l'affido funziona con margine X, in altri casi Y magari é piú indicato un tutor di sostegno alla genitorialitá... É chiaro che i risultati avranno sempre un margine di validitá statistica e non di certezza assoluta, ma guarda che in psicologia e anche medicina non é molto piú "certo"... :) Tra l'altro noi giá le facciamo queste valutazioni, peró le facciamo in maniera troppo casuale: per esempio, quante volte gli operatori "anziani" ci hanno spiegato che l'affido ai nonni spesso fallisce... ma allora andiamo a vedere perché fallisce, o meglio, cosa vuol dire "affido che fallisce" e "affido che riesce", analizziamo i casi dei servizi nell'arco di un tot di anni, possiamo anche intervistare un campione di affidatari, genitori e minori "cresciuti"...e fare un'analisi qualitativa seria... Vedi che le cose sarebbero tante, il lavoro sarebbe affascinante... a me avrebbe affascinato lavorare nella ricerca sul campo.... vedi che per noi le chance sarebbero altre che istruire pratiche di aiuto economico... tra l'altro si potrebbero fare analoghe ricerche sugli effetti dell'aiuto economico... Quello che io lamento é che: !) vedo calma pressoché piatta tra i colleghi, oltre che tra le istituzioni; 2) almeno quando ho studiato io, non mi hanno dato gli strumenti di base per teorizzare e credo di starli aquisendo ora che studio psicologia (all'estero, tra l'altro). Non mi hanno insegnato a scrivere un articolo, a citare la bibliografia secondo le regole APA, a costruire una ricerchina. In questi sei mesi l'ho imparato (credo). E credo che all'estero dei modelli a cui potersi ispirare esistano. Certo queste non sono scienze esatte, su questo sono d'accordo con te. Aspetto altri commenti del preparatissimo Ugo :wink: !

Ugo, nel frattempo giá avevi risposto :lol: Che dire, sono d'accordissimo con te. Siamo veramente sulla stessa lunghezza d'onda. Io come te credo che il problema sia quello dell'ente e ti porto la mia esperienza. Chi é diventato il responsabile? la collega peggiore, quella che odiava il lavoro di a.s., quella che non riusciva a strutturare una relazione di aiuto con l'utente perché lo giudicava e che, dopo aver lavorato 3 anni 3 (e basta) nel settore anziani, si trasformó in amministrativa del settore del personale e scaló le alte vette della carriera tornando poi a comandarci come funzionario (sissignori). Ha distrutto completamente quel poco che c'era e funzionava, appoggiata dalla parte dirigenziale e non contrastata da quella politica. Nel mio servizio é accaduto quanto dice Ugo: in realtá, a molti va bene cosí, perché il ruolo dell'a.s. "galoppino" dell'ente per molti colleghi é anche comodo. Il problema, Ugo, e´che contrastare queste dinamiche é quasi impossibile. Anche ammettendo di essere uniti (e non lo siamo), ci sono forze grosse. Io per 12 anni ho esaurito le forze lottando contro i mulini a vento, qualcosa ho ottenuto, ma poco, e in due anni, grazie a questa situazione, ho perso anche quello. Per cui, onestamente, dovrete ammettere che é normale che io dopo 12 anni mi sia un pó stancata e non abbia piú voglia, no??? Adesso io provvidenzialmente sono emigrata e sicuramente faró di tutto per non tornare a fare l'assistente sociale nell'ente (pubblico), ovunque io sia. Ma in Italia é dura. Qui, non é che sia il Bengodi, ma un collega puó lavorare nella Caritas, nel privato convenzionato... é abbastanza normale leggere offerte di lavoro rivolte ad assistenti sociali che prevedono "una ricerca sul campo sulle reti sociali di un quartiere", oppure un lavoro nello staff di una struttura per anziani o disabili.... E con un ruolo tecnico... per cui, io, nei limiti delle mie possibilitá/impegni di famiglia e studio, sí che darei una mano a trovare modelli di riferimento (sto anche pensando, fra un pó, di fare uno stage volontario o qualcosa di analogo, ma ho tanti impegni e poco tempo.... e le prassi burocratiche di convalida del titolo, per ora sono ferme alle segreterie italiane :( ...) E soprattutto mi chiedo: ma i colleghi italiani, vogliono un cambiamento e/o potrebbero provocarlo?

[quote="android"]il problema dell'assistente sociale secondo me è il seguente : pretendere che la sua "professione" venga posta sullo stesso livello di altre (medici, psicologi etc..) quando nella realtà sta mooolto più in basso. la mancata accettazione di questa "inferiorità" causa frustrazione e incapacità nello spiegarsi il perché gli altri la percepiscano diversamente.

Perché è una "professione" inferiore? perché manca di Professionalità.[/quote]

Mi sembra troppo semplice buttare via tutto. Buttarci via.

Non siamo perfetti, lo sappiamo, ci sono quelli più appassionati, quelli attivi e ricchi di idee nuove, ma anche quelli più rigidi o in burn-out, ...siamo persone e quindi rappresentiamo una parte della popolazione, e così vale anche per tutte le altre professioni.

Io penso che la nostra professione non debba sentirsi inferiore alle altre perchè ha le sue specificità e può dare un buon contributo allo sviluppo della società.

[quote="android"]Nel caso del servizio sociale, invece, le nozioni scientifico-tecniche si contano in una 50ina di pagine, ergo come riempire il resto della "professione"? con fesserie inutili (accogliere, ascoltare, valutare e decidere...oppure cosa? mettersi a pescare??? queste sono ovvietà inutili)[/quote]

Io credo che parlare di valori e atteggiamenti positivi sia necessario altrimenti ci resterebbe solo il "fare", mentre il nostro lavoro ha una forte componente di "essere" proprio perchè ci mette in contatto quotidiano con le persone e le loro sofferenze.

[quote="android"]... in realtà siamo lo strumento della politica statale per TAMPONARE (nn risolvere) le situazioni di disagio. ....[/quote]

Ci siamo! Siamo lì vicino a chi ha bisogno, questa è una grande cosa! Se siamo consapevoli dei nostri limiti forse riusciremo anche a trovare strategie per non essere solo meri erogatori di contributi, ma promotori del benessere della persona e stimolatori della sua autonomia/partecipazione al processo di cambiamento.

Sono sostanzialmente d’accordo con Nazg riguardo al “saper essere”, Android; secondo me ancora una volta quello che manca è impostare un discorso metodologicamente serio. Ricordo come stampate in testa le 50 paginette che tu dici (ascoltare, non giudicare ecc.) e il libro della De Robertis da cui le ho studiate 20 anni fa (tra l’altro, allucinai quando scoprii che la De Robertis era un medico latino-americano che si era successivamente dedicata al servizio sociale…). Il problema è che, se io fossi un docente di servizio sociale, questo per me farebbe parte della prima lezione del corso e su questo non transigerei. Porterei agli studenti la bibliografia, spiegherei loro la questione, farei riflettere sulle loro (eventuali) precendenti o attuali esperienze di volontariato e cercherei di far fare collegamenti e differenze. Dopo averli fatti lavorare su questo tema almeno un mesetto, quelli che non accettano, li consiglierei vivamente di cambiare facoltá. Perché non è concepibile che nel mio servizio, 13 a.s. su 15 rifiutassero fermamente di seguire i nomadi, perché “sono sporchi, non collaborano, non li condivido”.

Passata questa prima fase, bisognerebbe studiare un programma serio di etica professionale, sviscerare il codice deontologico, non semplicemente fermarsi a “l’a.s. deve pagare la quota dell’albo”. Ragionare solo sul fatto che alcuni a.s non pagano la quota dell’albo è abbastanza marginale. Il problema è che “il codice deontologico, questo sconosciuto”. Un mio tirocinante mi ha raccontato che un docente di metodi e tecniche (sociologo) invitava gli studenti a non accettare l’offerta del caffè dell’utente. Ora, ci sono alcune metodologie professionali (vedi ottica di rete) che addirittura suggeriscono di sviscerare questioni inerenti al processo di aiuto durante un pranzo. C’é differenza tra andare a pranzo con l’utente o a prendere un caffè perché “siamo amici” e tra organizzare e pensare un momento simile per scopo professionale. È diverso accettare il caffè per far capire a un nomade che accettiamo il suo stile di vita o rifiutarlo (e motivarlo) perché in quel momento ci accorgiamo che il focus del colloquio rischia di essere sviato. Ma queste sono questioni da inquadrare il primo giorno del corso e da assestare strada facendo, ogni esame, con domande, riflessioni, simulate…. Ma in quante facoltá di servizio sociale italiano viene fatto ció? Studiare il codice deontologico non significa imparare a pappagallo gli articoli, significa spiegarlo, contestualizzarlo e poi, vi dico come fanno nella mia facoltá di psicologia per l’esame di etica professionale: si danno casi a tappeto e ci si ragiona sopra, cercando di motivare “come si comporterebbe il professionista”. Quasi sempre non c’é un’unica maniera di comportarsi, quasi sempre la chiave è “motivare” perché ho pensato di comportarmi cosí. Voi come vi comportereste se: la mamma ex detenuta per tentato omicidio del figlio con somministrazione di farmaci (sindrome di Munchausen per procura) vi venisse un bel giorno a raccontare che sta facendo da baby sitter a una bambina di 3 anni e le dá le medicine quando è malata? Io, con la mia ex responsabile, valutai di avvertire la mamma della bambina, la quale trovó una scusa per sospendere il lavoro, e risalii al nome della mamma facendomi dare accesso ai registri delle scuole del circolo. Eravamo consapevoli che stavamo ledendo pesantemente il diritto alla privacy. Tuttavia, di fronte a un giudice avremmo cercato di far valere il principio di difesa della vita del minore.

Ascoltare: qualcuno sa che esiste una tecnica che si chiama “ascolto attivo”, che viene anche insegnata? Qualcuno conosce Carl Rogers (al di lá del modellino tipico “relazione centrata sul cliente”?) Qualcuno pensa che possa aver a che fare con l’essenza dell’a.s. (avulso dal contesto-ente, chiaro)?

Leggendo le risposte a questo topic trovo profondamente triste il pensiero di android, soprattutto pensando che è un'assistente sociale. Vorrei rispondere ad un ogni punto, e credo che lo farò, ma non ora perchè al momento sono piuttosto amareggiata.

Non dico che non ci sia un fondo di verità, ma a mio parere ha reso completamente ridicola la professione, dicendo che non serve a niente, che non valiamo nulla, che diciamo tante belle paroline vuote e perse nel vento che non importano a nessuno.

E ciò che è peggio è che non dobbiamo neanche pretendere di essere riconosciuti come professione.

Non siamo utili? Non so in che contesto lavori tu, non lo riesco ad immaginare davvero se dici un'affermazione del genere. Ho nella mia testa tanti di quegli esempi pratici, reali e proprio per niente caratterizzati da paroline vuote e senza significato, che solo a pensarci mi sale un po' di rabbia dato che, a leggere qui, sembra che parliamo di quanto sia bello volerci bene e basta.

Ho profondo rispetto per gli assistenti sociali e vedo il mazzo immenso che si fanno per aiutare le persone in percorsi talvolta inimmaginabili. Per il medico tutto questo è aria fritta: mi dispiace per lui.

Vorrà dire che difetta di una parte fondamentale delle professioni d'aiuto. Lui potrà anche non curarsene perchè la parte preponderante del suo lavoro è curare il malessere fisico delle persone, ma noi no. Il nostro compito è quello di aiutare le persone a fronteggiare le loro difficoltà e i loro malesseri. E non è neanche la stessa cosa del fare lo psicologo, che aiuta le persone a sapersi meglio analizzare per affrontare la vita nel migliore dei modi.

Questo è utilissimo, ma rimane su un piano teorico. Noi arriviamo al gradino successivo: la vita reale.

Per questo siamo una professione così osteggiata, così criticata, così criticabile. A ragione, lo siamo. Abbiamo un "potere" molto grande e per questo motivo DOBBIAMO pretendere da noi stessi una serietà e una sensibilità enormi.

E per fare questo dobbiamo credere nella nostra professione, sennò perchè l'abbiamo scelta? Io di sicuro non l'ho fatto perchè credo nella pace, nell'amore e nelle cose belle. Ci credevo anche prima, ed indipendentemente da questo lavoro.

Leggendo tutte queste cose mi viene in mente di quando si prende in giro chi nella società ribadisce l'importanza dei valori universali e dei diritti umani, perchè "lo sanno tutti, sono sempre le stesse cose, è scontato". Si vede osservando la quotidianità quanto sia scontato. Lo si vede chiaramente. Come osserva Nazg non è corretto buttarsi via, e così facendo non potremo mai essere dei buoni assistenti sociali.

Non siamo come i medici. E chi lo desidera essere? Voler essere riconosciuti come una professione non significa voler essere COME le altre professioni, o al loro pari. Ma tu pensi forse che ci sia una gerarchia? Che qualcuna valga meno delle altre? Che noi siamo gli ultimi degli ultimi che non devono nemmeno pretendere di essere considerati?

Aveva proprio ragione Ugo Albano quando, tempo fa, diceva che il problema della nostra professione e del suo mancato riconoscimento arriva proprio dall'interno. Non ci ho mai voluto credere, dando sempre la "colpa" all'esterno.

Ma d'altronde si raccoglie ciò che si semina, e tutto dipende dal modo in cui si semina.

Non sono d'accordo sul fatto che lo psicologo si ferma alla teoria e l'a.s. va sulla pratica. In entrame le professioni c'é teoria e pratica. Pensare che lo psicologo non é effettivo significa pensare che il sostegno psicologico e le psicoterapie non servono, e mi sembra un pensiero disperante tanto quello di Android sull'a.s.. Riguardo al medico, poi, il difetto di tanti medici é proprio quello di non andare oltre il corpo. Questo spiega in parte il successo delle medicine alternative: questi medici danno molta importanza all'ascolto, al dialogo, all'anamnesi profonda e alla componente psicologica. Molti medici oggi fanno corsi di aggiornamento di psicosomatica. Il discorso centrale é che l'a.s. si occupa delle componente sociale e la deve valorizzare. Questa componente sociale si intreccia con quella medica e quella psicologica ma la sua essenza é campo nostro ed é un campo altrettanto rispettabile e difficile. Il problema é che, come diceva anche Paolo, oscilliamo tra onnipotenza e disperazione. Ovvero tra pensare che siamo fighi solo noi (e quindi che i medici e gli psicologi sono dei poveri sciocchi) e tra pensare che non serviamo a niente. É il nostro problema. Io, come Paolo accoglie le parole del signor Bartolucci, penso che siano da accogliere anche quelle di Android e non lo/la accuserei. Non lo farei perché mi farei un'autocritica di categoria: se i colleghi sono stati formati abbastanza, se il loro aggiornamento é congruente, se le loro mansioni sono congruenti. Io capisco il disagio di Android, perché quando hai vissuto alcune evenienze sul lavoro e non solo l'ente, ma la categoria stessa non ti ha supportato, puoi arrivare a pensare come lui/lei. Adesso non so se lui/lei lavora, o non lavora, quanti anni ha ecc. Peró penso che per non pensare almeno in parte quello che dice Android, dobbiamo essere persone veramente forti (oltre ad avere una preparazione tecnica impeccabile) e che hanno avuto la fortuna di vivere in contesti lavorativi ma anche personali molto supportivi. Magari avendo fatto anche esperienze parallele al mondo del servizio sociale che ci hanno aiutato. Perché il percorso dell'a.s. é davero in salita e sono poche le "anime salve" che alla fine non si stancano....

mac giusto per puntualizzare... qualche risposta più indietro scrivevo anche questo

comunque è possibile che io generalizzi troppo, sò che c'è gente che si fa il mazzo e che davvero ci sa fare a loro va davvero tutto il mio rispetto. i dubbi li esprimo sulla professione + che altro

io cmq ritengo che il discorso possa essere estremamente sintetizzato e brevemente spiegato così:

1) Lacuna della professione :

Allora, premesso che quanto tu dicevi tra la teoria e la prassi è una cosa totalmente inesatta (in psicologia non si mira a rimanere nel teorico ma proprio l'opposto a far si che concezioni teoriche agiscano per migliorare il reale della persona), nel trattare l'argomento teoria prassi indirettamente hai centrato il problema cardine (sempre dal mio punto di vista) della nostra professione. Noi a differenza degli psicologi e dei medici in realtà siamo slegati dall'anima teorica propria del nostro settore, ovvero la sociologia. In psicologia l'anima teorica e quella pratica convivono (non esiste lo psicologo e l'assistente psicologo) nel nostro caso invece esistono il sociologo (teorico della società) e l'assistente sociale. Da questo divorzio abbiamo ottenuto una sociologia screditata perché difficile nel tramutarsi praticamente ed un servizio sociale screditato perché privo nel suo agire di basi teoriche autorevoli.

2) Lacuna dei professionisti : auspicarsi (in astratto) una autocriticità estrema nell'utente tale da aspettarsi come possibile e giusto che questi possa talvolta arrivare a mettere in discussione persino fondamenti del proprio vissuto, senza poi noi per primi riuscire ad ammettere in che condizioni versiamo(e con riuscire voglio dire avere la capacità di accettare, avere l'apertura mentale per).

Il problema nostro sta in una ERRATA PERCEZIONE della rilevanza del servizio sociale. Senza voler fare scale (che tu contesti ma che poi sembri sposare quando confronti i più e i meno delle diverse professioni) semplicemente “percepiamo” un servizio sociale diverso da quello che è in realtà. Che piaccia o no anche se noi ci riteniamo i salvatori del mondo la professione non gode di tutta questa fama e nei fatti la professione non è (da sempre) quella cosa che noi immaginiamo. Ora davanti a questo STATO DI COSE ci si interroga e le risposte possono essere due. La prima risposta potrebbe essere “ ah la gente non capisce nulla, è colpa dell’altra gente, è colpa delle altre professioni che ci vogliono affossare, è colpa dei colleghi che non conoscono il lavoro, colpa del servizio etc etc etc... (risultato: difficoltà per i successivi 40 anni nel riuscire a trovare ancora una risposta e/o senso di frustrazione)

La seconda risposta invece potrebbe essere “ seppur io percepisca diversamente la professione, se la mia ricerca è seria devo mettere in conto anche l’ipotesi che le mie aspettative e la mia percezione generale della professione siano distorte” (possibilmente si lavora meglio, si finisce con le frustrazioni e si trovano della cause valide sulle quali lavorare, per esempio: come ci siamo ridotti cosi? Da par mio la causa e la soluzione stanno nel punto uno, bisogna unificare la sociologia col servizio sociale)

Per rafforzare quanto sostengo ricorro ad uno dei miei ormai soliti esempi : se tizio è un calzolaio sicuramente riuscirà nel mestiere del calzolaio e sarà sereno, se invece tizio è un calzolaio ma è convinto di fare l’ingegnere non riuscirà mai a fare bene né il suo lavoro di calzolaio né quello di ingegnere

x kappavis: apprezzo il tuo modo di porre le questioni

Cari colleghi, vorrei commentare ancora l'ultimo tema di Android. 1) Personalmente credo che la soluzione non sarebbe quella di unificare sociologia e servizio sociale. Il problema sarebbe creare una disciplina a sé che si chiama servizio sociale e che sintetizza ed elabora gli apporti delle altre discipline (sociologia, psicologia, medicina anche) ma che nello stesso tempo é originale e gode di autonomia accademica e di inquadramento professionale. Puó sembrare un'utopia, ma pare che in tutti gli altri stati europei funzioni cosí, magari non perfettamente, ma abbastanza meglio. 2) Come poni la questione, Android, a me convince abbastanza perché io stessa ho passato questa fase. Ad un certo punto, sono riuscita a sopravvivere alle dinamiche perverse dell'ente convincendomi che "era cosí" e che tanto valeva accettarlo. Questo pensiero mi ha veramente aiutato ad andare avanti, perché ho fatto pace con il sentimento di frustrazione. Ho fatto il professionista serio e scrupoloso, ho continuato a dare, peró con la certezza che il mio dare profondo andava solo verso l'utente e il territorio, assolutamente non verso l'ente. Tre testi che mi hanno aiutato molto sono stati "Il piacere di lavorare" di E. Piccinino, "Il bambino che sei stato", di non ricordo chi, e "Attraversare il dolore per trasformarlo" di Espanoli e Todesco (tutti Erickson). Ho relativizzato le aspettative e la decisione di cominciare gli studi di psicologia é stata una scelta derivata: sintetizzando molto, per fare quello che sempre avevi desiderato e che avevi "messo nel cassetto"; forse per fare la cosa per la quale veramente eri piú adatto (qui dove sono io non si scandalizza nessuno: esistono perfino avvocati e medici affermati che si iscrivono a psicologia per interesse personale) e forse, in fondo in fondo, per avere un piccolo sogno di via d'uscita (prima di lasciare il lavoro, veramente il pensiero di restare in quella situazione fino alla pensione mi toglieva il respiro). Aggiungo peró che ho avuto, negli ultimi due anni, delusioni non piccole anche da parte degli utenti. Non ti ho chiesto, Android, cosa intendevi quando scrivevi "basta con le stelle....", ma ti inquadro il mio pensiero. Cosí come é sbagliato demonizzare l'utente e considerarlo causa di tutti i mali da parte di alcuni a.s. (almeno, nel mio servizio era cosí: "perdo l'udito? mi ha stressato l'utente... mi si interrompe la gravidanza? é stato l'utente... e via dicendo), é anche sbagliato pensare all'utente come se fosse "buono" per natura e che quindi dobbiamo trarre tutta la soddisfazione del nostro lavoro dal smeplice fatto di poterlo "aiutare". Non é cosí. Purtroppo é accaduto, soprattutto recentemente, probabilmente a causa del clima generale di scontento e del cattivo funzionamento dell'ente, che gli utenti se la siano presi con noi, ovvero con gli unici che, a differenza di quanto esprime il signor Bartolucci, non rimbalzano poi tanto come omini del Subbuteo. Tutti gli apicali, cominciando dal direttore generale e passando per il sindaco, il dirigente, il funzionario ecc. rimbalzano, mentre noi ci becchiamo i colpi forti e non rimbalziamo piú, perché siamo l'ultima ruota del carro ma, per magia della pubblica amministrazione, quelli che alla fine ci rimettono siamo NOI. E non parlo assolutamente di aggressioni fisiche, ma parlo di rischi legali, che poi nessuno ti copre, perché alla fin fine tutti i bravi responsabili ti rispondono: la cavolata l'hai fatta tu, d'altra parte la responsabilitá civile e penale é personale. Ecco dunque che ogni volta che fai un passo devi stare attento e pesare tutto quello che dici e che scrivi, per non finire come il compagno di scrivania che deve pagarsi l'avvocato di tasca sua perché l'utente gli ha fatto l'esposto in Procura. Ecco finita la bellezza dell'aiutare. Queste mie riflessioni non vogliono assolutamente dare una visione distruttiva, ma vogliono stimolare a pensare che un professionista (se professionista é) deve vedere al di lá del piacere della mansione e deve anche pensare alla sua tutela e al suo inquadramento contrattuale. Altrimenti, benissimo guadagnare quello che guadagnamo ora e bellissimo anche non fare carriera: ma allora non ci vengano ad appioppare responsabilitá pari a quelle di un primario, solo perché bisogna trovare un capro espiatorio su cui scaricare tutti i mali della pubblica amministrazione.