Cara Monica,
tu confermi quel che io dico: non siamo gruppo. Siamo diversi.
Per esempio: la propositività e l'innovazione, che sono aspetti (a parole) richiesti nelle Amministrazioni, ma (di fatto) negati fa capire che non basta il "noi": dipende dal contesto. Se trovi un dirigente illuminato (a me basterebbe pure "normale", ma in tanti anni non ne ho trovato uno...che dirti, sono sfortunato) di dà possibilità di innovarti. Il problema è spesso opposto: ti trovi dirigenti imbalsamati, spesso riciclati ed incompetenti (basta vedere le loro lauree) che (semplifico...) vogliono fare "patronato" ed hanno bisogno di impiegati.
VOGLIO DIRE: non è l'assistente sociale in sè, è pure il contesto che è determinante.
E' una questione CULTURALE dell'Italia: chi arriva a certi livelli di potere (o di sicurezza, o di "copertura politica) si AUTOCONSERVA e quindi evita l'innovazione, anzi si mobbizza che vuole innovare. Nel pubblico impiego il vero problema è la stagnazione: abbiamo migliaia di colleghi "immobili" nella testa e migliaia di giovani "fuori dalla porta" che sono davvero una risorsa sprecata.
Non so se si capisce: io sarei per una piccola rivoluzione, cioè trasformare tutti i lavori a tempo determinato. Ci vuole mobilità, chi entra e chi esce, tra pubblico e privato, tra giovani e vecchi.
RIPETO, però: stiamo parlando del pubblico impiego.
In contesti di mercato la tua professionalità non dipende dal dirigente o dalle colleghe, dipende da te e dalle tue competenze.
Che cosa manca? Una liberalizzazione maggiore delle opportunità, ma pure delle idee imprenditoriali.