Che cosa ci manca

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Cari assistenti sociali,

volevo proporre una riflessione da fare tutti insieme.

Nel vostro agire professionale, dopo tutti gli anni lavorativi che avete vissuto (pochi o tanti), cosa sentite che vi manchi?

Conoscenze professionali, capacità adattive, strategie d'aiuto, capacità di fronteggiamento di determinate situazioni. Da un punto di vista strettamente personale, in che cosa vi sentite "carenti"?

E' un esercizio un po' difficile, ma credo che se riusciamo ad indagare i nostri punti deboli insieme potremo agire e stare meglio, con le persone e con noi stessi.

A voi!

La capacità di riposizionarmi.

Lavoro da più di vent'anni e in questo lasso di tempo i cambiamenti sono stati molti, su alcuni ho tenuto il passo, su altri faccio fatica. In particolare ho difficoltà ad accettare la contrazione del nostro sistema di protezione sociale che è stato per me, e per molti della mia generazione, una conquista e un vero e proprio valore. Nonostante mi sia chiaro il ruolo sussidiario dell'ente rispetto alle responsabilità di fronteggiamento della comunità e del nostro ruolo di stimolo e di indirizzamento di questo processo, sento in me un profonda frattura quando agisco in questo modo,perchè sento di appropriarmi di qualcosa che non mi appartiene, soprattutto quando l'eventuale funzione sussidiaria dell'ente in realtà non esiste proprio.

Concordo sul riposizionamento. Ma vorrei allargare il discorso.

Nuvoletta parla del "riposizionamento" del servizio sociale pubblico. Il problema, infatti, è che il passaggio dal "vecchio" al "nuovo welfare non è avvenuto. Oppure se è avvenuto, noi non l'abbiamo capito. Io (Ugo Albano) non l'ho capito ancora, anche se (o forse perchè) sul tema ci ho riflettuto (e scritto) in lungo ed in largo. Certo è che la professione in generale non l'ha proprio capita: i disoccupati che aspettano il concorso ci fa capire che c'è un "vizio di origine" nella formazione. Anche la questione della riforma degli Ordini (3 o 5 anni sono la stessa cosa....) la dice lunga su questa incapacità di leggere la realtà.

Il "riposizionamento" che intendo io è questo: come si pone o si evolve (grazie anche all'attuale crisi economica pubblica) la professione? Intendiamo sempre il servizio sociale come il "servizio pubblico"? Un riposizionamento è per definizione una combinazione di due fattori: lo sviluppo interno e l'evolversi esterno. Va bene seguire lo "sviluppo esterno" (scelte politiche per creare posti di lavoro), ma dobbiamo recuperare lo "sviluppo interno".

Anzi, proprio la crisi economica ci "costringe" a vedere meglio in noi stessi e a cercare lavoro dove c'è un trend, cioè nel terzo settore.

Vorrei ricordare che altre professioni (avvocati, medici, psicologi), se sono forti, è perchè si sono buttati sul mercato. La stessa sociologia del lavoro richiama l'aspetto liberale per definire unattività "professione".

La mia non vuol essere una provocazione, bensì un ragionamento logico per capire "cosa ci manca". Evitiamo di fare gli stessi errori dei nostri utenti "assistenziali": non è che "quel che ci manca" dipende dagli altri, forse un cambiamento "nostro" può aiutarci ad uscire da questo blocco.

Saluti.

Io lavoro da circa 10 anni, oramai non posso più ritenermi una novella, ma neanche una "vecchietta"....Ciò che sento carente nella professione sono innanzitutto le conoscenze professionali di base; devo dire che l' università è stata molto carente proprio nelle materie professionali...degli insegnamenti di metodi e tecniche ricordo solo che ci parlavano dell' accoglienza, di stringere la mano all' utente, di creare un setting di lavoro adeguato...ma cose molto superficiali....voglio dire...anche uno psicologo sa quanto sia importante l' accoglienza della persona, ma mica all' università fanno intere lezioni sul fatto che debba stringere la mano al paziente o mettere le tendine colorate nell' ufficio per creare un setting migliore....Poi quando ho iniziato a lavorare, mi sono resa conto che ci sarebbero state molte cose da approfondire: le tecniche di un colloquio, la progettazione, la valutazione....Insomma qualcosa di scientifico e non soltanto delle cose desunte più che altro solo dal buon senso...Altra carenza è secondo me la possibilità di rivendicare una nostra specificità professionale, soprattutto davanti agli amministratori...voglio dire; nessun amministratore ha da dire se lo psicologo ( che lavora in un Comune) fà un colloquio di un ora...se però lo fa l' assistente sociale, allora si, perchè l' assistente sociale deve fare atti amministrativi, tappare i buchi, andare a comprare le zappe per i lavoratori socialmente utili....Sapete di cosa parlo...E poi secondo me manca l' unità della categoria professionale...perchè ad esempio non riusciamo ad ottenere che nei servizi sociali dei Comuni il servizio sociale abbia personale amministrativo? Perchè non abbiamo forza come categoria....Scusate, forse sono uscita fuori tema, ma l' argomento è davvero interessante....

Mi sento assolutamente in linea con la riflessione di Didina, anche io lavoro ormai da 13 anni, sempre nei servizi comunali e anche io sento le carenze evidenziate dalla collega su tutte e tre le dimensioni. A livello personale molte volte mi sono chiesta cos'è davvero che differenzia la mia professione da quella di altri, mi sento carente di una metodologia condivisa, non ci sono protocolli, non ci sono approcci consolidati. Io me li sono creati ma sono miei, non sono comunemente accettati e praticati. Nel momento in cui veniamo chiamati a formulare un progetto confondiamo obiettivi ed azioni, non siamo in grado di valutarne l'impatto, siamo in difficoltà a formulare una valutazione, non sappiamo costruire degli indicatori. Nei confronti delle altre professioni e degli amministratori siamo sempre in posizione di sudditanza, ma perché? Recentemente ad un corso il relatore ha detto che il medico usa lo stesso linguaggio sia che parli con noi, con altri medici o con i pazienti, noi invece siamo gli unici che cambiamo a seconda di chi ci sta davanti, cercando di adattarci. Stessa cosa facciamo nei servizi. Ci sentiamo sempre un po' in colpa a dire "Questo non è compito mio" sia che parliamo con l'utente o con l'amministratore, e poi in fondo in fondo siamo davvero sicuri che quella cosa lì non è compito nostro? Ci è davvero chiaro qual è il nostro compito? Quello che mi manca davvero è una comunità professionale sostenente che mi dia forza, mi sento molto sola, come se la responsabilità di tutto quello che faccio sia solo mia personale, nonostante gli ambiti, le equipe, gli ordini. Mi manca scientificità nell'agire e qualcuno con cui confrontarmi e condividere la responsabilità della presa in carico.

Cara Didina e Monica,

vi sento molto vicine perchè mettete in evidenza i "nervi scoperti" della nostra professione: la carenza di una metodologia scientifica e condivisa, di conseguenza l' "adattabilità" al contesto che di volta in volta ci svuota.

Nel 2006 al SUNAS curai assieme ad altri colleghi una ricerca nazionale finalizzata proprio a questo: costruire un'ipotesi di consenso attorno a (soli) cinque punti fermi della professione. Pubblicammo le risultanze, facemmo manifestazioni pubbliche ma...... tutto cadde nel vuoto. Lo stesso Ordine Nazionale fu assente, il che la dice lunga.

IL PROBLEMA E' UN ALTRO: al di là dei contenuti della professione, il problema è che MANCA NEI COMPORTAMENTI (ma a parole c'è sempre) la comunità professionale. Non intendo Ordini, Sindacati o noi soliti "quattro fessi" che almeno ci confrontiamo: mancano i colleghi.

Ritornando al quesito: noi possiamo concordare sicuramente su "cosa ci manca", il problema è che la "massa dei colleghi" (mi piace chiamarla così) il problema semplicemente non se lo pone. Anzi, siamo al paradosso che il mercato del lavoro ricerca "gente che non pensa", mentre chi lo fa è fatto fuori proprio dai colleghi. Il mobbing (di cui non si parla per nulla) dei colleghi è un VERO PROBLEMA.

Faccio un esempio terra-terra: se per il primario io sono uno "svuotaletti", se io ragiono in termini di metodo e di contenuti sono disfunzionale. Ma chi mi fa fuori non è il medico, ma gli altri "colleghi svuotaletto". Io poi come faccio a mediare se il medico mi dice "ma le tue colleghe lo fanno e non si fanno queste pippe"??

Non so se mi spiego......

Ti spieghi assolutamente. Io però volevo chiarire un punto che mi pare importante della mia esperienza. Io sono un'assistente sociale entusiasta, propositiva, attiva, che si aggiorna continuamente, che non sta mai ferma, che è assolutamente contenta di lavorare nei comuni, è la mia dimensione. Sono riuscita anche a trovare un Comune buono, che mi dà tante soddisfazioni in termini di rispetto della professione e dell'autonomia. Poi mi confronto con i miei colleghi e dico "questa cosa si potrebbe farla così, perché non pensiamo ad un modo diverso per fare questo?" Niente, io sono quella che rompe sempre e nessuno mi dà ascolto. UFFAAAAAA! E' questo quello che mi manca soprattutto. Ti ritrovi a lavorare con colleghi che fanno patronato (l'equivalente nei comuni dello svuotaletti), che non hanno mai tempo per niente di diverso perché compilano domande di pensione e ricevono le persone continuamente, senza paletti o filtri, e tu ti ritrovi lì a dire OK, mi arrendo, mi tengo il mio Comune dove sto egregiamente, mi faccio le mie cose come credo vada bene farle, mi organizzo a modo mio, mi elaboro i miei metodi, le mie strategie, mi fronteggio la mia utenza....SOLA. Ma è questo lo spirito della nostra professione?

Cara Monica,

tu confermi quel che io dico: non siamo gruppo. Siamo diversi.

Per esempio: la propositività e l'innovazione, che sono aspetti (a parole) richiesti nelle Amministrazioni, ma (di fatto) negati fa capire che non basta il "noi": dipende dal contesto. Se trovi un dirigente illuminato (a me basterebbe pure "normale", ma in tanti anni non ne ho trovato uno...che dirti, sono sfortunato) di dà possibilità di innovarti. Il problema è spesso opposto: ti trovi dirigenti imbalsamati, spesso riciclati ed incompetenti (basta vedere le loro lauree) che (semplifico...) vogliono fare "patronato" ed hanno bisogno di impiegati.

VOGLIO DIRE: non è l'assistente sociale in sè, è pure il contesto che è determinante.

E' una questione CULTURALE dell'Italia: chi arriva a certi livelli di potere (o di sicurezza, o di "copertura politica) si AUTOCONSERVA e quindi evita l'innovazione, anzi si mobbizza che vuole innovare. Nel pubblico impiego il vero problema è la stagnazione: abbiamo migliaia di colleghi "immobili" nella testa e migliaia di giovani "fuori dalla porta" che sono davvero una risorsa sprecata.

Non so se si capisce: io sarei per una piccola rivoluzione, cioè trasformare tutti i lavori a tempo determinato. Ci vuole mobilità, chi entra e chi esce, tra pubblico e privato, tra giovani e vecchi.

RIPETO, però: stiamo parlando del pubblico impiego.

In contesti di mercato la tua professionalità non dipende dal dirigente o dalle colleghe, dipende da te e dalle tue competenze.

Che cosa manca? Una liberalizzazione maggiore delle opportunità, ma pure delle idee imprenditoriali.

Ogni tanto mi affaccio a leggere le vostre riflessioni e, che dire, mi piace sempre molto il punto di vista di Ugo, lo ritrovo veramente molto vicino al mio modo di pensare. Devo anche dire che quello che hanno scritto Didina e Monica avrei potuto scriverlo io, forse quasi con le stesse parole :D , tanto la mia esperienza é stata simile e sofferta. Quindi io come Ugo penso che una soluzione (anche se vedo dura che si applichi oggi in Italia) sarebbe la liberalizzazione, lo svecchiamento delle forme di servizio, l'emancipazione dal potere politico, il tempo determinato "d'alto bordo" (che non é co.co.co. rinnovati ogni 3 mesi, ma magari un contratto serio di alcuni anni, dove la persona dovrá dimostrare le sue capacitá e, perché no, potrá anche capire se "quel posto fa per lei" oppure no, é il caso di vendersi da un'altra parte (non studiare come "imboscarsi" nei meandri dell'ente per i prossimi 30 anni :( ). Oggi tutto questo é impossibile, ma in una realtá piú liberalizzata lo sarebbe (e nel resto d'Europa é abbastanza cosí). Sul fatto che dice Ugo dell'unitá di intenti, é vero, io vedevo e vedo (per essere rimasta un pó in contatto mail con i miei ex colleghi italiani) tanta, tanta sofferenza generale (con ben poche eccezioni), ma anche tanto adattamento al ruolo "tradizionale", purtroppo anche da parte dei giovanissimi che escono dall'universitá (il motivo di quest'ultima cosa non so se é da ricercare in una formazione carente dal punto di vista tecnico-professionale, carenza che del resto molti giovani colleghi smentiscono, o in un certo immobilismo dei giovani odierni, che mi sembra volino molto, molto basso in quanto ad aspirazioni...). Dunque anche io come Monica mi sono sentita, da assistente sociale, veramente una mosca bianca, e spesso tacciata di idealismo se non anche di mancanza di resilienza, parola che ultimamente va di moda... La cosa buffa é che me lo ha detto una giovane collega che non ha ancora avuto nessuna esperienza di lavoro, A ME, che in 12 anni di lavoro sociale ne ho viste e subite di tutti i colori, che ho avuto due figlie e ho dovuto conciliare la loro cura con tempi e ritmi di lavoro insostenibili, che sono emigrata in un paese straniero imparando due lingue in 3 mesi e contemporaneamente sono in pari con i miei nuovi studi universitari.... mah... Non so che dire... Non mi sono mai sentita parte effettiva della categoria, per lo meno italiana, e sono contenta di essere altrove per poter costruire altre strade e non dover lottare contro i mulini a vento, ma nello stesso tempo mi dispiace molto in quanto anche io ero molto convinta e dedita alla nostra professione....

Concordo con Ugo quando dice che molti colleghi non si pongono neanche il problema di "cosa ci manca"...Alla maggior parte dei colleghi va bene così, essere considerati degli impiegati, appunto....chi se ne frega se non facciamo più visite domiciliari, se facciamo i colloqui con l' orologio alla mano, ho sentito di colleghe che dicono " io preferisco fare l' amministrativo"...ecco io queste colleghe le manderei davvero a fare amministrativo e basta, come possono tutelare un minimo la professione nei nostri ambienti di lavoro? Per quanto riguarda la tipologia contrattuale non sono invece d' accordo....Io non ho un posto fisso da 10 anni, ho girato diversi Comuni e l' autonomia e il "potere" riconosciutomi è stato molto basso, perchè facilmente ricattabile diciamo....anche se non palesemente...Non è forse anche una questione di supervisione? O di controllo dell' esercizio della professione? Voglio dire: in un Comune, ad esempio, che è che può dire se sono una brava assistente sociale o meno? Il dirigente o il mio responsabile, che spesso può essere l' assessore di turno con un diploma, per esempio di geometra?????

Per quanto riguarda ciò che dice pallaspina, non sono d'accordo su quanto dici rispetto ai giovani...in parte secondo me ci sono gravi carenze nella formazione, per cui non abbiamo ( mi ci metto anch'io) le conoscenze necessarie, e in parte è la realtà che spegne l' entusiasmo....E' difficile lottare contro i mulini a vento, DA SOLI....Ma perchè non si può riuscire invece anche qui in Italia a far crescere davvero la professione???