Ciao Didina, la mia risposta sará certamente fuorviata dal fatto che sto vivendo all'estero, esperienza che tra l'altro mi sento di consigliare a tutti quelli che possono, perché, in ogni caso, passare un periodo all'estero ti fa, oltre che imparare perfettamente una lingua straniera, cambiare un sacco di punti di vista decentrandoti come prospettiva. In Italia manca da molto tempo il credere nella professione dal punto di vista della, diciamo, societá civile, ovvero non si crede nel significato dei servizi. Questa prospettiva si potrebbe con molto sforzo e impegno cambiare almeno parzialmente ma, prima di tutto, andrebbe costruita una "comunitá competente" che sia interessata a prendersi carico di se stessa e quindi conseguentemente andare all'ente, al politico ecc. con capacitá propositiva e "pretendendo". Questo perché i servizi sono alla comunitá, non é la comunitá che é ai servizi. Dal mio punto di vista in Italia manca questo tipo di coscienza, ovvero il cittadino medio pensa a se stesso e ai suoi vantaggi, non a costruire obiettivi comunitari che ricadranno poi positivamente anche su di lui. In questo, gli a.s. potrebbero avere molto da fare. Io ho una formazione di rete e comunitá e nel mio piccolo ho provato a lavorare in questo senso nel mio ente, peró scontrandomi con la collega che mi guardava storto perché passavo due ore con il parroco del paese o andavo la sera dopocena a incontrare un gruppo di volontariato locale e poi magari recuperavo le ore la mattina dopo (perché non erano molto contenti di pagarci straordinario, tra l'altro) e quindi non ero "in sede" a "presidiare". Io credo fortemente che uno dei maggiori ruoli dell'a.s. sia in fondo questo, altrimenti cosa? Ma a parte questo esempio personale, non lavorare sulla comunitá porta al suo ancora maggiore sfaldamento e anomia (per usare un termine psico-sociologico), per cui le poche reti rimaste si sfaldano, le persone vanno in crisi, aggiungiamo che soldi e lavoro non ci sono e che oggi non si investe piú nemmeno a livello assistenziale... Un disastro; cosa puó fare il piccolo a.s. con 10 persone al giorno che vengono a chiedere casa e lavoro? i miracoli certamente no.
Il discorso sulla flessibilizzazione del lavoro non era lavorare tutti per forza a termine, era solo un riferimento (e mi rendo conto che parlo di cose che vedo con i miei occhi ma in Italia non esistono) al fatto che nel resto d'Europa esistono vari canali di accesso alle professioni sanitarie e sociali. C'e' il pubblico, piú o meno ovunque in crisi; c'e' il privato-sociale e c'e' il privato. Ma mentre in Italia questi ultimi due ambiti sono molto residuali rispetto al pubblico, all'estero sono entitá con un forte potere contrattuale, imprenditoriale e di autonomia. Per cui, non é affatto strano che un assistente sociale o psicologo venga assunto da un'associazione o fondazione o struttura residenziale o clinica, con stipendi corripsondenti a quelli del settore pubblico. Viene spesso chiesta un minimo di esperienza, spessissimo si tratta di tempo determinato, ma se tu lavori lí 2 anni (mettiamo) é relativamente possibile che poi, al limite, dopo quei 2 anni possa trovare un'occasione analoga in un'altra struttura. Oppure a volte la gente ha un contratto a tempo indeterminato nel privato, ma ció non vuol dire che sia a vita: un domani potrebbero mandarti via, e vá bé, cercherai da un'altra parte analoga. Il problema é che io tutto questo (che é ancora piú pronunciato in paesi come Germania, per esempio) in Italia non l'ho mai visto e non lo vedo.
Riguardo ai giovani, io parlo di alcuni che conosco e vedo che molto spesso tanta passivitá, non voglio dire che sia generale, vedo peró tanta lamentela sterile e tanto aspettare che il cambiamento venga dall'alto. Peró in altri settori (tenico, medico, anche psicologia, visto che negli ultimi anni ho bazzicato la facoltá di psicologia di Firenze e ora in Spagna) non lo vedo, ossia, si dá quasi per scontato che dopo la laurea ci si debba guardare intorno in Europa, andare un anno fuori, fare un master all'estero, magari lavorare in un Mc Donald o fare la au pair mentre si fanno queste cose. Tutto questo manca e, per caritá, é sempre mancato nella nostra professione, vuoi per carenze strutturali (con la triennale non accedi a dottorati e master, anche all'estero ci vuole per lo meno un anno in piú) ma anche per una certa mentalitá legata al pubblico impiego per cui chi usciva dall'universitá (me compresa, eh) si metteva in caccia del concorso locale. Ma oggi questo non c'e' piú! Per farti un esempio, sono colpita da quello che ha scritto una ragazza del forum della mia facoltá. Si é appena laureata in psicologia e qui, dopo 4 anni, sei psicologo a tutti gli effetti, perché tra l'altro il tirocinio si fa in itinere e non esiste esame di stato. Le hanno chiesto: "e ora cosa farai?", e lei ha risposto che prima di pensare a master, specializzazioni ecc. vuole lavorare, "ma non come psicologa, eh, che un conto é essere laureata in psicologia e un conto é fare la psicologa, quello penso che si impari con il tempo". Mi veniva da chiederle come mai, poi peró soffermandomi a pensare ci vedo tanta umiltá e tanto realismo in questa affermazione. Magari questa ragazza, che so, per un periodo fará la baby sitter e intanto si guarderá intorno, fará uno stage, metterá da parte i soldi per pagarsi un master. Magari sa qualche lingua straniera e troverá lavoro come segretaria amministrativa.
É solo un ragionamento a voce alta per riflettere sul fatto che spesso, al di lá del contesto che puó pure essere disfunzionale, molto dipende anche dalle nostre aspettative e dalla lettura di noi stessi, ma ripeto, io benedico il cielo ogni giorno che ha portato me e la mia famiglia a fare un'esperienza, spero lunghissima, fuori Italia perché veramente a me sono caduti tanti paraocchi.