Infatti, confermo.
Io che ho ormai cinquant'anni, io che ho visto i manicomi e come erano, io che ho visto come poi la riforma è stata attuata (di fatto procrastinando le megastrutture, trasformandole magari in tante unità-alloggio) posso dire questo: le riforme sociali in Italia non servono MAI E POI MAI alle persone, bensì ai poteri forti (p.e. alle holding che ieri ed ancora oggi gestiscono le macrostrutture) o alla "politica dell'immagine".
Come lo svuotacarceri degli OPG o l'indulto di qualche anno fa. I motivi sottostanti sono il sovraffollamento, l'incapacità gestionale, l'assenza di soldi, NON l'implementazione di una giustizia che va riformata. Per esempio depenalizzando i reati minori, per esempio dando alternative diverse per gli indagati (buona parte dei carcerati sono in attesa di giudizio), per esempio espellendo gli stranieri nel loro paese.
Io mi ricordo che quando chiusero i manicomi molti ospiti buttati fuori (ve le ricordate le stazioni italiane tra l'80 ed il 90?) facevano di tutto per ritornare dentro tramite i "ricoveri volontari": il malato di mente sa bene che una struttura contiene. Con gli ospiti degli OOPPGG sarà così: al di là di quelli che comunque resteranno in carcere per condanna, che uscirà si troverà a reiterare le condotte antisociali per cui, anche se il segmento "contenitivo" dovrà essere territoriale, sempre di strutture si tratterà.
Noi abbiamo sempre l'idea degli OPG o delle carceri come di "luoghi chiusi". Chi conosce l'Ordinamento penitenziario sa benissimo che erano (e sono) previste le colonie agricole le quali, ove realizzate, sono OTTIMI contesti di riabilitazione. Ora, che si vada in quella direzione (se pensate che decine di carceri finite e vuote sono in campagna) o se si vogla procedere verso comunità terapeutiche psichiatriche, la questione è ECONOMICA. Questa deriva però da scelte politiche che - se non c'erano negli anni 80 quando c'erano risorse - oggi le vedo difficili da realizzarsi. Di fronte a ciò non ho sentito i politici nazionali fautori di questa riforma dichiararsi in tal senso.
Siamo ancora sullo stile italico: "dichiarazione di principi, ma mai pragmatica realizzazione". E' come ai tempi di Mussolini: "andate in guerra....voi, io resto quà a Roma....".
Personalmente io prendo distanza emotiva da questi giochi. C'è un gioco politico-economico che noi assistenti sociali non governiamo, nè la politica ha la buona educazione e l'umiltà di chiederci alcunchè.
Insomma, nel nostro piccolo "facciamo il possibile", governiamo però i nostri limiti. Non è che - come al solito- fungiamo noi da capro espiatorio di un sistema che non funziona.
In tutto ciò - lo dico per esperienza - c'è un solo fronte che ci capisce: è il malato di mente. Ragionando sul "possibile" ci si aggancia sempre. E ciò è molto bello, a mio parere.