"Troppo creativo" per fare l'assistente sociale...

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Ebbene, alcuni di voi già mi conosceranno. Avevo aperto tempo fa un topic nella sezione "Laurea e facoltà", a proposito del fatto che meditavo un passaggio a psicologia, dopo aver scoperto quanto burocratizzata e squallida mi sia sembrata la professione durante l'esperienza di tirocinio in Prefettura. Molti di voi mi avevano fatto capire che ci avevo visto giusto, che l'assistente sociale in questo paese si è un po' ridotto a figura che si occupa di carte, cavolate, senza autonomia professionale, e per certi versi lontano dal vero processo di aiuto. Bene, qualche giorno fa ho sostenuto il mio primo esame di tirocinio, e il mio supervisore, nonostante vari complimenti sulle mie qualità, mi dà un consiglio spassionato, dicendomi: "Guarda tu sei una persona eclettica, creativa, dinamica e idealista, che vedrei poco a rinchiudersi nell'ottica di un servizio e di rigidità dell'assistente sociale, quindi io credo che tu faresti meglio a fare altro. Ti ci vedo poco a inquadrarti nell'ottica di questa professione". Insomma, detto in maniera brutale: l'assistente sociale non c'entra una mazza con la tua idea di aiuto, non ha autonomia, e quindi lascia perdere di sacrificare la tua creatività e dinamicità rinchiudendoti in questa professione "quadrata". Bella cosa, eh? Da una parte l'ho preso come un complimento, dall'altra direi che è l'ennesima conferma del fatto che fare l'assistente sociale sociale in Italia è come dover calarsi nei panni di "prolunga di un servizio", zero libera professione, zero ideali di aiuto: questo è quello che devi fare per l'utente, stop. E in Prefettura l'assistente sociale sanziona, ritira e restituisce patenti e di aiuto fa davvero un cavolo. E' una facciata. E io l'ho detto senza peli sulla lingua, che quello per me non è servizio sociale. Forse le parole del mio supervisore sono dettate dalla voglia di voler salvare una persona idealista dalla brutale realtà che mi ritroverei ad affrontare. Forse è perchè nella mia relazione ho scritto che per me l'assistente sociale dovrebbe essere il professionista dell'aiuto, non delle carte e delle pratiche amministative. Insomma ragazzi, che tristezza...forse davvero passo a psicologia.

Io mi chiedo (come si dice a Roma) se "ce sei o ce fai".

O fai finta di essere uno studente, o sei uno psicologo che spara a zero su di noi.

Forse confondi l'assistente sociale con l'impiegato pubblico. Questa confusione è pure vera, per carità, ma noto in te una "generalizzazione preconcetta" che mi insospettisce. Come dire: se non ti piace la pizza, perchè non vai in pizzeria?

Se invece è vero quel che dici, io bacchetterei il tuo tutor: c'è modo e modo di restituire un'esperienza. E lo dico avendo lavorato in Prefettura: c'è modo e modo di lavorare. Se questo tutor fa il passacarte e si sente mortificato nel suo lavoro, perchè cavolo ci sta, ed inoltre perchè cavolo prende i tirocinanti?

Ma veniamo a noi ed al tema. Mi interessa perchè io sono un "creativo". Il problema è più che semplice: se si è creativi, bisogna andare in contesti facilitanti la creatività. Una burocrazia, per propria natura, non ha bisogno di creativi, ma di esecutori. Bisogna capirlo prima e fare scelte conseguenti.

La creatività è necessaria nella libera professione e nell'impresa sociale più in generale, perchè è su questa che ci si approccia al mercato.

Nel settore pubblico la creatività può anche servire, per esempio per creare servizi innovativi, ma ciò solo se l'amministrazione lo richiede (quasi mai). Nell'ambito delle procedure, però, ci sono discrezionalità che possono essere alimentate dalla creatività.

Ma capiamoci. La creatività non vuol dire "faccio come mi passa per la testa". Nel nostro caso specifico, significa agire l'aiuto proponendo percorsi diversi, ma seguendo l'approccio di chi ci sta davanti.

Ma io mi domando e dico: ma chi ti ha mandato in prefettura? Perchè non hai optato per un tirocinio "creativo"? Che so, con i barboni, in un dormitorio, o su strada a salvare le prostitute dal racket. Là si che ci vuole creatività, anzi te la chiedono?

Anch'io sono sicuro che passerai a psicologia: il tuo pre-giudizio si è avverato. Considera però la tua esperienza come parziale e non la generalizzare.

Saluti.

Intanto, capisco che siamo su un forum, ma non si permetta di rispondere alle mie riflessioni con un "ce sei o ce fai". Questo potrei dirlo io di lei, dal momento che al mio precedente post se ne uscì dicendo, riporto le sue parole :

"Caro/a red,

quì Ugo Albano, 30 anni di servizio.

Prima di tutto i miei complimenti: hai fatto una fotografia perfetta ed hai fatto emergere i nodi che, alla maggior parte degli assistenti sociali sfuggono"

Dal topic in laurea e facoltà "Continuo con servizio sociale o passo a psicologia?"

Dunque, sottolineando il fatto che sono uno studente di servizio sociale e non altro, anzi anche in possesso già di un'altra laurea (ho intrapreso questo secondo percorso perchè credevo fortemente nei valori di questa professione), le chiedo intanto di portare rispetto, non approfittando della comunicazione indiretta di un forum. Poi le vorrei far comprendere, signor Albano, che la mia esperienza in Prefettura non è stata scelta mia, ci sono stato mandato dall'università. Sennò le assicuro, sarei andato anche a fare servizio sociale in mezzo alla strada e ai barboni, come ha detto lei con pungente ironia. Detto ciò, che io passi o meno ad un altro corso di laurea, non è la questione importante. Era fondamentale per me riportare un vissuto che evidenzia le criticità di questa professione in Italia, troppo adagiata sulle burocrazie pubbliche, e poco evoluta in termini di buone pratiche di servizio sociale, le faccio notare che il colloquio di sostegno qua in Italia è considerato quasi esclusiva dello psicologo o di altri operatori anche in servizi come il Ser. T, mentre per l'assistente sociale si parla più di coordinamento, organizzazione (?), prima accoglienza, management di politiche e servizi sociali...(ehm...). Questo è ciò che non ho visto solo in Prefettura, ma anche in altri servizi, e molti assistenti sociali hanno confermato le mie opinioni. Dunque, se lei la pensa diversamente, va benissimo, ma la invito a rispettare le riflessioni di una persona molto più giovane di lei, che ha intrapreso una seconda laurea in servizio sociale proprio perchè piena di passione nei confronti di questa professione. Il tirocinio per ora mi ha ampiamente deluso, e non parlo della sola Prefettura, ma di una professione che in generale non ha accesso alla libera professione, e ha poche competenze proprie rispetto ad altre figure. Poi si sa, a tutti piace mettere la testa sotto la sabbia. Saluti.

Mi scusi per i toni coloriti, ma è molta la delusione accumulata da quest'esperienza, e non è bello sentirsi anche dare del finto studente. Non sono uno psicologo che si diverte a sparare sugli assistenti sociali, proprio no.

uuuhhhh che fuoco in questa discussione...sarà il caldo! :lol:

caro Red, l'esperienza di tirocinio serve proprio a capire se la professione fa per noi o se è meglio formarsi in altri campi.

Ricordati però che è un'esperienza parziale, una goccia rispetto a quello che può fare un assistente sociale.

Aggiungo anche che ogni collega ha un modo diverso di lavorare e quindi c'è chi rende la propria quotidianità lavorativa uno spazio ricco di vissuti umani e chi accetta che sia solo uno spazio per la burocrazia.

La professione è rappresentata da ciascun assistente sociale sul campo...e quindi anche un giovane studente può sognare la professione ideale e tentare di realizzarla quando sarà laureato...perchè no?

io vorrei dire anzitutto che tutte le professioni dell'aiuto sono oggi sottoposte ad un attacco pesante.. la professione di pedagosista è stata fatta fuori, il filosofo non esiste più, l'educatore e diventato un tecnico della riabilitazione e il processo di medicalizzazione dell'aiuto, e di burocratizzazione delle mansioni è una realtà oramai dilagante. l'aiuto oggi o è un farmaco...o un documento di una cartella clinica o di servizio. la società attuale oggi individualizza e ostacola la relazione..perchè la relazione da potere alle persone e questo non è certo l'obiettivo del potere.

io dico che siamo assistenti sociali ma siamo anche individui e nel codice deontologico c'è un chiaro riferimento all'"autonomia professionale" ma..sta a noi..

L'autonomia è un concetto molto ampio, che ha dimensioni psicologiche ma anche umane ed esistenziali.

in tutto rispetto, la mia è una domanda generale che colgo l'occasione per fare qui, chiedo, ma perchè si interpreta ogni santa volta il ruolo dell'assistente sociale, dello psicologo o dell'educatore, sempre con questa connotazione "gerarchica"...

anche questo è sintomo del fatto che le istituzioni universitarie non sono "efficaci"nella formazione, che gli ordini stanno fallendo il loro compito.

noi assistenti sociali anzichè metterci in discussione facciamo le gare con le altre professioni oppure al contrario le subiamo facendoci incontaminare...oppure tutti pensano a volere ottenere più prestigio ma in tal modo elimanandoci a vicenda perchè poi non facciamo certo i vantaggi dell'utenza a voler imitare lo psicologo o lo psicologo che pensa di fare l'educatore, o il laureato in giurisprudenza che pensa di lavorare nei servizi sociali.

io dico che bisogna stare attenti, pensare per esempio di utilizzare, per fare riferimento al tuo esempio "il marketing" nei servizi...questa è una chiara dimostrazione del fatto che il nostro percorso di formazione non è in linea con lo sviluppo di una professionalità.

dire che lo psicologo è una professione creativa poi è tutto da vedere,potrei ammettere la psicoterapia, e neanche tutte le scuole se penso alla cognitiva, e comunque non si ha un parere unanime;

ma la psicologia e la clinica utilizzata da un laureato in magistrale stanno andando sempre più verso una scientificità estremamente rigorosa dove vengono utilizzati, sopratutto a livello di pubblico servizio, strumenti come i "test psicodiagnostici.." i questionari , le interviste strutturate da manuale dei disturbi e tanta tanta statistica.meno creativo di questo che c'è??

e per idealista e per dinamico??cosa si intende??

direi che l'eccletismo delle funzione dell'assistente sociale sia reale e la rigidità sia spesso una scelta.. considerato il ruolo politico che potrebbe avere la professione.

in questo senso, quella del tuo tutor, non è la professione di assistente sociale, è una sua versione.

l'assistente sociale però è l'unica professione che ti consente di spaziare in questa maniera.. di passare da una teoria psicologica, ad uno studio sul territorio...perchè ha un ruolo di "sintesi". sta a te però difendere questa sintesi..o renderla una risorsa.. ma questo vale per tutte le cose nella vita. e come facciamo a parlare di risorse a di aiuto, se noi stessi per primi, pedagogicamente non sappiamo accettare e trasformare i nostri limiti in risorse.

secondo me ci vuole entusiasmo. e ti chiedo ti sei mai chiesto se l'insoddisfazione professionale che nutri nei confronti della professione sia solo influenzata da ragioni "esterne" ?e hai mai messo in discussione il tuo significato di entusiamo?

Cordialmente.

Il tirocinio è un'ottima occasione per verificare se la professione si addice allo studente.

In ciò sono due i fronti: il posto in cui si va, l'attività svolta, il rapporto col tutor, dall'altra lo studente, le sue abilità, la sua voglia di sperimentarsi ed anche la capacità di autolettura.

Secondo me quando alla fine di un tirocinio si capisce che il proprio percorso è un altro, ciò è sempre un bene.

Ma c'è modo e modo. Se si ritiene, di fronte ad un bivio, di andare a destra e non a sinistra, ciò lo si fa perchè a destra ci piace di più che a sinistra, NON perchè fuggiamo da destra.

Fuor di metafora: non si può sparare a zero sugli assistenti sociali italiani solo perchè sei capitato in prefettura, nè li si può tacciare di "burocrati" o privi di creatività.

Quì non si tratta di essere artisti, ma professionisti. Occorre quindi capire se ed in che misura la creatività è richiesta, ma anche capire che ogni professione richiede comunque un agito preciso, logicamente in negoziazione a seconda dei contesti.

Tutto quà.

Buona giornata.

Buongiorno a tutti. Davide, hai fatto una riflessione magistrale. Io rispondo da a.s. che studia psicologia. Devo dire che ho svolto per anni molto volentieri la professione di a.s. cercando di mettere in gioco la famosa "creativitá", ovvero lavoro di rete e di territorio, ed é stato gratificante ma certamente molto, molto faticoso perché comunque lavorando nell'ente certi vincoli ci sono e comunque le "scartoffie" le devi mandare avanti (io lavoravo in Comune e di procedure burocratiche richieste ce n'erano assai). Lavorare in modo creativo voleva dire anche fare qualche serata o fine settimana tenendo riunioni presso associazioni e parrocchie. Alla fine, tirando le somme, avrei voluto un lavoro dove facevo "solo" questo perché alla fine le scartoffie le vivevo davvero male, un pó come evidenzia Red (e sinceramente io ai tempi del tirocinio, nel lontano 1994 o giú di lí, non ricordavo tutto questo problema burocratico, anzi...). Quello che dice Davide della psicologia é assolutamente vero, alla fine devi molto, molto, molto selezionare e io sto facendo tutto un lavoro di studiare per poi "distruggere" o meglio andarmi poi a leggere fonti alternative (ma é chiaro, partendo da una formazioen previa sono molto facilitata rispetto a uno studente "novato") e soprattutto avendo chiaro che psicologo si vuole essere (parafrasando, che assistente sociale si vuole essere). MI passerete peró che oggettivamente con il servizio sociale é molto piú difficile questa scelta perché oggettivamente gli sbocchi possibili sono minori. Con una laurea in psicologia puoi fare il musicoterapeuta, il danzaterapeuta, il teatroterapeuta e molti altri indirizzi meno "artistici" ma comunque non rigidi come tu dici il cognitivismo (e non parliamo del comportamentismo, che qui in Spagna dove vivo io fa la parte del padrone). Io per esempio ho ben chiaro cosa voglio essere e non sará il ruolo tradizionale dello psicologo né nel pubblico né nel privato (per questo mi devo progettare un tirocinio ad hoc). Non é oggettivamente facile in Italia questo percorso per un assistente sociale per questioni logistiche e non sarebbe onesto negare questa cosa. Un esempio terra terra: se io propongo da psicologo la musicoterapia come alternativa alla clinica rigida, non dico che mi arricchiró, ma probabilmente troveró qualche "cliente". Se io propongo da a.s. il lavoro di territorio in alternativa al lavoro di distretto, chi mi commissiona??? sí, in teoria é possibile, ma in pratica, diciamolo chiaramente, no (in un sistema a prevalenza pubblica come l'Italia, chiaro). Ecco perché alla fine da sempre moltissimi a.s. proseguono con psicologia, e come mi diceva la mitica Anna Maria Bacherini, "da assistente sociale che avevo fatto formazione in USA con Virginia Satir ero una sfigata; da psicologa che aveva dato solo qualche esametto in piú, nemmeno difficile, rispetto a servizio sociale, ero una ganza; feci la scuola di psicoterapia e a quel punto ero un GURU". Triste veritá....

Provocatoriamente, vi lancio una domanda alla quale penso da ieri: quanti psicologi proseguono il loro percorso studiando servizio sociale? ne conoscete almeno uno? io no. Proviamo a chiederci perché... e non sarebbe affatto una stupidaggine fare il percorso inverso perché, come mi diceva una brava supervisora NPI, agli psicologi manca proprio la parte sociale, ovvero una visione piú ampia e contestualizzata.

Detto questo, che deriva dalla mia esperienza personale di piú di 12 anni di trincea nei servizi sociali, uan specialistica, un master in mediazione familiare e ora psicologia all'estero, suggerisco a Red che ci provi, che orienti da subito la sua formazione, per quanto possibile, verso il terzo settore (ma mi chiedo: glielo faranno fare un tirocinio in dormitorio? mah... a volte l'universitá é molto rigida) e POI se ha voglia prosegua con psicologia, che indubbiamente arricchisce tantissimo al di lá di cambiare o meno professione.

Saluti

Cara pallaspina, come si dice spesso "non c'è sordo peggiore di chi non vuol sentire". E aggiungo che riportare un vissuto personale e oggettivamente lontano da ciò che dovrebbe essere servizio sociale (sanzionare per me va contro i principi del codice deontologico, signor Albano, poi faccia lei) NON significa criticare l'intera categoria. Significa fare i conti col fatto che purtroppo evidenti limiti ce ne sono, e scarse possibilità di evitarli, soprattutto se c'è una precisa normativa che inquadra l'assistente sociale in un determinato ruolo, e ne definisce margini d'intervento. Non è che uno può svegliarsi la mattina e diventare creativo in un contesto in cui non te ne danno mezza possibilità, questo significherebbe illudersi di poter fare qualcosa che nei fatti è davvero arduo da realizzare. Lì eravamo obbligati a sanzionare entro determinate condizioni, che facevi? Dicevi che eri un assistente sociale e quindi non lo facevi? Siamo realisti, da quello che ho visto in certi contesti l'a.s. ha potere decisionale pari a zero. Detto ciò, la mia scelta sarà dettata unicamente dal rivolgermi alla professione che più si adatta a ciò che vorrei essere: un professionista dell'aiuto con un minimo di autonomia, non mi piacerebbe diventare un esecutore di qualche procedimento amministrativo/giuridico. Nessuna "fuga", solo una giusta presa di consapevolezza che posso permettermi alla mia età. Anche perchè, con due lauree alle spalle diventare un esecutore sarebbe una bella presa per i fondelli rispetto a tutto ciò che ho studiato con passione e impegno, lo sottolineo. Saluti.

Io, come sempre, sottolineo quanto sia contenta e super convinta del percorso che ho scelto proprio perchè l'assistente sociale NON è un burocrate, ma è profondamente dentro i problemi e alle relazioni.

Con tutto quello che ho vissuto davvero non posso dire, perchè non corrisponderebbe a verità, che gli assistenti sociali stiano in ufficio.

Ognuno fa la sua esperienza, la mia è stata ottima e da qui continuo. Ma credo che anche chi non l'ha avuta, possa comunque conservare in sè la stessa passione per questo lavoro, quella che anche riscontriamo nei libri di università, nelle riflessioni con persone di spessore, nelle letture che invece ci cerchiamo noi per formarci in tutti i sensi, e dobbiamo farlo.

Chi non ha tutto ciò, meglio che cambi, per lui stesso in primis. E' giusto così.

Chiedo solo di non denigrare la professione. Essa è diversissima nei suoi vari ambiti ma davvero, come dice Nazg, state attenti a non farvi ingannare dalla visione parziale perchè ci sono realtà in cui l'assistente sociale è davvero un costruttore di relazioni...ed è così bello, totalizzante, assolutamente difficoltoso ma coinvolgente al massimo.

Io più contenta di così non potrei essere, e credetemi, è un percorso non dovuto, ma che mi costruisco ogni santo giorno, tra mille dubbi. Ma che prosegue e spero avrà vita molto lunga.

Un saluto a tutti e buona strada :wink: