"Troppo creativo" per fare l'assistente sociale...

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Caro Red,

il Suo problema è che ha due lauree (come scrive), si è iscritto ad un corso di laurea e nel bel mezzo ne vuole fare un altro.

Lei è padronissimo di fare quello che vuole, Lei pone delle riflessioni e noi ne discutiamo.

L'invito che Le faccio io (e che altri colleghi Le hanno fatto) è non generalizzare. Lei continua ad insistere su questa visione "burocratica" che, se è relativa all'appartenenza pubblica, non la determina certo.

La Sua frase "sanzionare per me va contro i principi del codice deontologico, signor Albano, poi faccia lei" mi pare assai pressappochista e fuorviante. Le ricordo inoltre che sono un dottore magistrale.

Si legga il codice deontologico e si rilegga i testi di metodologia. Nel caso specifico: l'art. 75 del DPR309/1990 NON E' la soluzione della dipendenza, è un tentativo, tramite le sanzioni, di indurre alla riabilitazione. Se Lei ha visto solo patenti ritirate (il che mi sembra pure giusto), io in Prefettura ho visto ANCHE tante persone acciuffate per i capelli ed avviate a positiva riabilitazione.

La sanzione è uno strumento, non è un fine. Nei colloqui non si erogano sanzioni, ma si rivedono storie di vita in connessione all'uso di sostanze.

Dipende quindi dal contesto, ma anche da come il professionista si pone: se il Ministero ha assunto assistenti sociali e non poliziotti un motivo ci sarà pure, o no? Ma io mi chiedo: ma queste cose gliLe ha spiegate il tutor?

Insisto su di un punto: il lavoro di aiuto si basa non solo sulla volontà, ma anche sui contesti. Nello stesso processo di crescita del bambino non c'è solo il gioco, c'è pure la regola.

La "creatività" sta appunto nel saper comprendere ciò e dosare aiuto e controllo in un percorso in cui l'altro - a modo suo, trasgredendo e violando le regole - va accompagnato verso obiettivi di consapevolezza. L'obiettivo NON E' sanzionare, ma rendere la persona consapevole sulla propria salute: la sanzione, ripeto, è solo strumento.

Anche io, nel quotidiano, "erogo contributi". Ma, in verità, accompagno le persone verso percorsi di autonomia in cui l'ev. contributo diventa strumento, elemento facilitatore. Anche io ho il potere di "sanzionare": se non dò soldi non faccio campare le persone, più sanzione di questa! Ho però la facoltà di scegliere: o resto sul gioco del potere (ti do o non ti do) o uso il soldo come elemento facilitatore di processi.

Così come la sanzione amministrativa da sola NON MOTIVA AL CAMBIAMENTO, idem il contributo. Noi assistenti sociali lavoriamo sulle relazioni, usando risorse e poteri sanzionatori solo per facilitare la positiva evoluzione delle persone che ci vengono affidate.

Voglio solo dirLe che io sono abbastanza creativo. La creatività va però giocata nei contesti in cui si vive e nei limiti che la società ci offre.

Tutto ciò per non attaccare nessuno e per arricchire un discorso interessante, iniziato grazie a Lei - studente - nei confronti di nio - professionisti in servizio.

Saluti a tutti!

Non posso che dire che la riflessione di Ugo é ricchissima e la condivido in pieno. Vorrei solo concludere, per Red, ma anche per gli altri sempre facendo riferimento alla mia esperienza personale, vissuta e sofferta, che comunque una professione ci puó quagliare o meno. Dunque io ho studiato servizio sociale con tanta, ma tanta passione e mi sono approcciata al lavoro con infinita dedizione (all'epoca, diversamente da ora, mi sono trovata a dover scegliere tra 2 o anche 3 lavori offertimi in contemporanea). Ma fin dall'inizio avvertivo qualcosa di dissonante ed era il contributo economico e la parte diciamo "burocratica". Mi sono interrogata, ho letto fiumi di libri, di servizio sociale e non, non sono andata dallo psicologo/coach solo perché avendo bimbi molto piccoli e il lavoro pressante non ho avuto oggettivamente il tempo di lavorare su questo nel privato (e l'ente non mi offriva una supervisione personale). Sí, il discorso é quello che dice Ugo, comunque passatemi che ci possa essere un collega che non regge quella parte del lavoro, ed io ero una di quelli. In tirocinio non me ne ero resa conto perché, come dicono i coleghi, vedi solo una parte del tutto e comunque all'epoca era davvero diverso, non c'era tutta la richiesta di oggi, ancora si lavorava in equipe tra servizi e ancora gli enti credevano abbastanza nel servizio (io peró ho fatto tirocinio in 2 AUSL toscane diverse, quindi ancora la mia visione puó essere parziale). L'impatto con il lavoro "vero" é stato duro, duro, duro. Innanzitutto la sensazione di non sapere niente (arrivavano pacchi di decreti del Tribunale minorile e io non sapevo letteralmente che farci perché, nonostante avessi fatto la tesi sul diritto di famiglia, nessuno mi aveva spiegato poi cosa "fare" sul caso). Arrivavano madri incavolate perché avevano loro allontanato il figlio e chiedevano a me, 24 enne lí piovuta da 2 giorni: lo potrei vedere due ore invece di una? lo potrei portare a un compleanno? potrei andare il primo giorno di scuola a vederlo? e poi arrivava l'affidataria acida che diceva: non se lo pensi nemmeno, é una tossica patologica e basta. Poi venivano 10 persone a chiedere interventi economici di tutti i tipi, poi telefonava l'assessore che sollecitava di accogliere queste richieste, poi telefonava il funzionario incazzato perché se le accoglievi non andava bene perché erano gente che "ci provava", se non le accoglievi non andava bene lo stesso perché avevano bisogno e andavano aiutati. Se come dicono i sistemici-relazionali i messaggi contraddittori provocano reazioni schizoidi, mi sono spesso detta che sarebbe stato interessante fare un'analisi sui messaggi schizoidi dati dai responsabili agli operatori dei servizi. Tutto questo, senza che l'allora coordinatrice del gruppo mi spiegasse anche solo 10 minuti i casi e mi desse qualche pista, cosa che io ho SEMPRE fatto con i colleghi nuovi e spaesati che arrivavano dopo di me. Questa sensazione si é ovviamente mitigata con l'esperienza, arrivó un momento in cui mi sentivo efficace, ma sempre, sempre, sempre ho desiderato buttare a mare la parte del contributo economico e aiutare con le parole, con il corpo, con la mente ma non con le cose materiali (io sono cosí, non c'e' nulla da fare). Per caritá, una mia ottima collega e amica psicologa "alternativa" e diciamo "creativa" si lamentava sempre che lei rifiutava la parte burocratica, ossia redigere relazioni di adozione, aggiornare cartelle ecc. peró comunque io pensavo: caspita, magari la mia parte burocratica fosse solo questa, ci metterei la firma.

Poi un giorno ho avuto un grosso problema di lavoro, ma grosso, grosso e ripeto grosso, un problema grosso come una casa (la classica situazione in cui le responsabilitá vengono scaricate all'ultima ruota del carro) e me lo sono affrontato e gestito da sola, con zero supporto dell'ente. Da lí ho pensato che io avevo una famiglia e delle responsabilitá e non potevo piú rischiare di metterla a repentaglio per un lavoro dove ti pagano come un operaio e hai le responsabilitá di un primario. E badate che non parlo di aggressione, ma di cose legali. In 12 anni di servizio nessuno mi ha aggredita, nonostante abbia fatto segnalazioni al tribunale e seguissi anche i campi nomadi per scelta personale, ambito di fronte al quale molti colleghi scappano a gambe levate.

Detto questo voglio dire che alla fine del lavoro di a.s. mi porto via un grande bagaglio di umanitá. Pensate che una volta, gli ultimi giorni di servizio, un'anziana sconosciuta mi ha voluto a tutti i costi regalare una catenina e un braccialetto (non preziosi, per caritá, ma comunque d'argento) solo perché ero l'unica nel distretto che l'aveva aiutata a riempire un modulo ERP dove non capiva nulla, aveva il figlio cieco, ecc. e la collega ASL l'aveva mandata via dicendole che "noi non riempiamo moduli" (quando ho chiamato la collega dell'ERP, lei ha detto: ma cavolo, questa situazione non dovrebbe esere seguita dalla'ASL??? :-D). Ma se dovessi tornare indietro, no, non lo rifarei questo percorso di studi e di lavoro.

Questo per dire a tutti voi che il mondo professionale non é fatto solo di burocrati da una parte e a.s. soddisfattissimi dall'altra....

Eh, infatti, la fotografia è più che limpida e fedele della realtà.

C'è spesso un ente pubblico schizofrenico com messaggi contraddittori, c'è un "non fare gruppo" tra i colleghi, c'è un carico di lavoro che è insostenibile, tutti elementi che spingono al burnout.

Ma ci siamo anche noi come persone. Questo è un limite, ma anche una risorsa. Come dice il caro prof. Colaianni, se il servizio sociale ha una debolezza epistemiologica (al confronto la psicologia ce l'ha, per tanti motivi, anche di potere accademico...), i ruoli agiti sono meno "condivisi". Questo è l'elemento di confine, in termini sociologici, tra professione e semiprofessione: i professionisti, seppur persone diverse, al lavoro sono simili. Ogni professionista sa che, quando lavora, lui rappresenta gli altri. Ciò comporta di conseguenza una "protezione del collega" automatica: avete mai visto un medico che denigra un altro medico? Questo è il nostro limite.

Ma noi siamo anche risorsa. Se io devo aspettare che la professione sviluppi un modello condiviso, preferisco suicidarmi. Fermo restando lo sforzo di uniformazione professionale, noi nell'aiuto siamo, oltre che funzionati/addetti/professionisti, anche persone. L'altra persona, cliente/utente o come la volete chiamare, ci vede come "persona". L'entrare in empatia, agire un counseling efficace, toccare le giuste corde emotive per il cambiamento, ciò dipende da noi, un pò meno dalla nostra etichetta. Certo, la formazione aiuta non poco, ma poi ci siamo noi.

L'aiuto efficace non richiede solo tecnica, ma anche "fattibilità". Per esempio questa oggi non c'è nell'ente pubblico. Però, viva Dio, non c'è solo l'Ente Pubblico. L'aiuto richiede inoltre tanta etica: lì non siamo uguali, c'è chi dà significati all'aiuto e chi non li dà. Dipende anche dall'esperienza: se io vengo da una famiglia borghese faccio fatica a capire l'essenzialità tipica del barbone. L'aiuto richiede quindi consapevolezza: in ciò gli psicologi, con l'analisi obbligatoria a tutti, stanno meglio di noi. Se infatti un pò selezionassimo in formazione gli aass in base alla consapevolezza (pratica ed emozionale) manderemmo a casa non poca gente. Paradossalmente il solo tirocinio è l'unica occasione di ripensamento da parte dello studente, mai da parte dell'università (che ormai è un diplomicifio a caccia di soldi). Tocca poi a noi all'esame di stato trovarci dei veri e propri "mostri" da tagliare con l'accetta......

Certo, il "vestito professionale" crea identità, ed il nostro è assai debole. Il passaggio di colleghi a psicologia dipende anche dal bisogno di "stare in un vestito chiaro". Ciò è giusto e legittimo. Il problema è però "archiviare" nel modo giusto il passato. Nulla è negativo nella vita, anche la crisi può essere occasione di miglioramento. Solo che i cambiamenti bisogna farli "standoci".

E' come nell'amore: si cambia partner dopo una crisi a seguito di un percorso di vita a due. Ma se io non convivo mai e faccio l'eterno fidanzato, in base a cosa lascio il partner? Quindi una cosa è "stare nell'esperienza", altra cosa è osservarla da fuori.

Uh, pallaspina cara, mi sa che mi sono perso......

No, Ugo, analisi (come sempre) ottima e anzi non smetteró mai di ringraziarti per quando mi facesti notare che la mia "relazione" con il servizio sociale e la psicologia é un pó come quella della donna dell'alcolista, che gli dá mille chances e poi lo lascia finalmente... :D Comunque, nonostante questo mio guazzabuglio, i miei tirocinanti sono sempre usciti contenti e combattivi... l'ultimo, con il quale siamo amicissimi, piú mi demotivavo io piú si motivava lui :lol: :lol: :lol: ed ha dato in questi giorni l'esame di stato ricevendo i complimenti dalla commissione... grazie a tutti per quesra bella discussione!

Beh, che dire? Nonostante qualche incomprensione, mi fa piacere aver stimolato un fertile dibattito! :mrgreen: Forse tendo un po' a generalizzare, questo è vero, ma purtroppo l'esperienza in Prefettura è stata davvero di quelle troppo lontane dai miei ideali. La cosa che mi dava più fastidio era vedere come l'a.s. mettesse la faccia in un procedimento sanzionatorio spesso ingiusto mascherato da aiuto. E capivo gli utenti che si irritavano di fronte a domande sulla loro vita, quando poi il colloquio in soldoni era "non devi fare uso di queste sostanze, e comunque sono obbligato a farti la sanzione". La legge n.49 del 2006 contenente “Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi” ha determinato un ulteriore squilibrio tra intervento sanzionatorio e intenti riabilitativi, il tutto a favore degli aspetti di controllo. Per non parlare della mole di lavoro archivistico, tra mille carte e fascicoli che gravavano tutte sulle spalle degli assistenti sociali. Poi si, anche la sanzione "potrebbe" essere uno strumento in grado di spingere l'utente a non ricascarci, ma un discorso di questo tipo potrebbe farlo chiunque, non credo ci voglia la competenza di un professionista laureato per aiutare. Rimango sempre su opinioni personali, non voglio denigrare la categoria, anzi penso di difenderla perchè in sostanza dico che un assistente sociale avrebbe un bagaglio di ben altro livello e potrebbe spendersi in altro modo che stare giornate intere su fascicoli e carte varie. Ad esempio, perchè non valorizzare competenze di counseling di servizio sociale? Ma cavolo il colloquio dovrebbe essere una delle nostre competenze primarie! Ad ogni modo, ormai mi manca meno di un anno per conseguire la laurea in servizio sociale, e mi attende un tirocinio al Municipio nel settore minori. Valuterò bene se continuare con questa strada. Alle brutte, ormai a studiare sono abituato, magari lavorando come assistente sociale posso mettermi a studiare psicologia clinica per allargare le mie competenze, e magari diventare anche a 35 anni psicologo. Per ora mi interessa continuare ad esplorare il campo di questa professione, sperando di approdare ad esperienze più vicine ai miei interessi. Forse mi ero fatto incantare troppo dalla figura dell'assistente sociale in film come "Precious": del resto la realtà americana è bene diversa, là l'a.s. è un libero professionista a tutti gli effetti! :wink:

Non conosco "Precious, peró ai miei tempi appena tornavo dal lavoro mi mettevo a guardare "Giudice Amy" :mrgreen: e che dire, mi sarebbe tanto piaciuto prendere il posto di Maxine che non erogava MAI contributi economici ma faceva solo colloqui e visite domiciliari, aveva il tempo di ragionare sui casi davanti a un tazzone di caffé con il suo responsabile (a sua volta a.s. e non ragioniere o avvocato), stava in un bell'ufficio moderno e dignitosamente arredato (e non con i mobili a pezzi come il mio) e non aveva gente che ogni 5 minuti bussava alla porta interrompendola :D

Comunque, a parte il fatto che il ruolo in Prefettura é secondo me molto particolare, alcuni aspetti sono effettivamente connaturati al nostro ruolo almeno in Italia. Se ad esempio andassi a lavorare come operatore in casa famiglia o in Caritas, il discorso forse sarebbe a te piú conono.

A presto

Io non starò qui a raccontare la mia bellissima esperienza, soprattutto perchè non credo serva a te, Red86. Mi piacerebbe farlo, e spesso nel forum l'ho fatto, ma credo sia più importante in questa sede dirti altro. Quello che a te serve è capire, certo con l'aiuto di chi potrebbe guidarti in questa riflessione, come chi ha vissuto problemi uguali a tuoi. E' che di fronte ai problemi, come sai, non tutte le soluzioni posson andar bene per tutti.

E' difficile, mi rendo conto, continuare a "fidarti" di una professione che finora ti ha deluso nelle aspettative (per ciò che hai conosciuto), e infatti io non ti dico che fai male ad allontanarti. Non difendo in modo assolutistico la professione, non mi sembra davvero un atteggiamento adulto. Quello che mi sento di dirti, invece, è di non allontanarti se senti che potrebbe ancora far parte del tuo percorso. Se l'hai scelto, e l'hai scelto consapevolmente, avrai delle motivazioni che ti hanno spinto. Forse è più impegnativo cercarle e la realtà che hai incontrato con ti aiuta, ma qualcosa puoi fare.

Anche solo per capire che questa non è la strada, che quella giusta è un'altra. Ma non farti prendere dalle sensazioni del momento.

Io credo che ogni scelta vada ponderata, ed affrontata consapevolmente ma serenamente, una volta presa.

Credo che chi affronta in modo veemente un discorso sia ancora incerto sul proprio percorso. Tu datti tempo, il tempo che merita e che meriti. Poi vedrai. Datti la possibilità di continuare a conoscere e sperimentare, ovunque questo ti porti.

Mac

Sai cosa stavo pensando, Mac? che secondo me quello che manca in generale in Italia é un'analisi vocazionale fatta bene. Quello che voglio dire é che bisognerebbe assessorare tutti gli studenti in uscita dalle scuole superiori circa la loro strada futura. Adesso non so come funziona, ma ai miei tempi (1992) praticamente la scelta universitaria era molto dovuta al caso. Magari scarti alcune possibilitá a priori e ti dirigi ad alcune che, se una persona competente ti supportasse, invece scarteresti. L'esperienza dei miei tirocinanti lo conferma, e questa analisi motivazionale sarebbe alquanto imprescindibile per chi pensa di svolgere una professione di aiuto. A me fa alquanto paura che a nemmeno 20 anni debba scegliere la strada della tua vita. Buon per quelle persone che giá a 6 anni sanno che faranno il medico o l'ingegnere, perché io non sono mai stata cosí. Il fatto di capire "dopo" che la strada non era quella ha delle ripercussioni pesanti: non sempre si hanno le opportunitá di cambiare come l'ho avuta io grazie a una situazione contingente e quasi casuale, inoltre cominciare un percorso diverso in etá matura, se da una parte ti dá una marcia in piú, dall'altra ti taglia alcune chances per oggettivi problemi anagrafici e situazionali (io per esempio, con 3 figli piccoli, non potró seguire il master che sognerei davvero, perché richiede una frequenza praticamente a tempo pieno: a 24 anni certo che avrei potuto). Dunque magari, se io avessi avuto un professionista serio accanto, o a scuola, o al centro di orientamento giovani dove solo ti fotocopiavano i piani di studio delle facoltá... magari sarei andata diretta a psicologia, forse, chi sa.... perché magari io non sono davvero adatta al 100 per cento per questo lavoro, mentre invece magari, che so, quello che fa soffrire me, per te e per altri é qualcosa di assolutamente irrilevante... non so, é una riflessione che mi porto dietro da anni....

Io ti capisco Pallaspina, e credo fermamente che dovrebbe esserci un filtro attitudinale. Non credo sia semplice a 19 anni decidere il proprio futuro, e forse non è proprio così che deve andare perchè è ancora presto, ma sicuramente i ragazzi andrebbero guidati nella consapevolezza che la scelta è comunque molto importante. Io stessa non posso dire di aver iniziato questo percorso con la stessa determinazione e convinzione che possiedo ora: l'ho scelto perchè interessata alle materie e perchè legata al concetto di aiuto date alcune mie esperienze in contesti informali. La consapevolezza è nata poco a poco, e sono stata fortunata a vederla consolidata e ampliata nel tirocinio.

Il tirocinio è la prova del 9, e non gli vien data la giusta importanza. Tutto dipende dalla sede (non tutte sono uguali, fare tirocinio in un luogo in cui la figura dell'assistente sociale vale molto molto poco non è formativo a mio avviso, o quantomeno da' un'immagine molto distorta), ma anche dalla fortuna nell'incontrare un supervisore che davvero è in grado di guidarti alla professione.

Alcuni miei compagni hanno abbandonato il corso perchè "è meglio fare l'avvocato". Rimango sempre un po' allibita da queste motivazioni, perchè le due professioni non sono in alternativa. Sono davvero diverse, e non capisco come abbiano potuto scegliere "tanto per". Ma è avvenuto, per loro stessa ammissione, come dici tu.

A questo punto mi dico che l'importante è che se ne siano resi conto, sia per loro che per gli utenti.

Voglio dire che ci possono essere mille motivi per cui non sentiamo più nostro un percorso, anche quando non l'avremmo mai detto, come nel tuo caso, ma succede, è giusto così. E' giusto essere sinceri.

Sicuramente un filtro attitudinale sarebbe utile, necessario anzi. Anche se temo che, anche se venisse realizzato, si ridurrebbe ad una procedura banale della serie "perchè vuoi fare questo lavoro?"

Utili sarebbero magari corsi più lunghi che introducono alla professione, ma adesso sì che sto parlando di utopia pura!

Credo che l'assistente sociale, vista la responsabilità che comporta, sia un lavoro da intraprendere solo se si è spinti da un'enorme passione. In caso contrario è bene riflettere se è davvero la strada giusta, come sto facendo io. A proposito di ciò che dicevi Mac, ho conosciuto molte persone che da giurisprudenza sono passate a servizio sociale e viceversa, in Italia sembra esserci un collegamento netto tra l'ambito forense e quello del servizio sociale. Molti corsi di laurea in servizio sociale nascono all'interno della facoltà di giurisprudenza, come da me. Credo sia proprio a causa dell'inquadramento della professione in un certo ambito, soprattutto giuridico. Da noi in Prefettura, pur non essendo un vero assistente sociale, c'era un collega laureato in giurisprudenza che faceva i nostri stessi colloqui, faceva esattamente il nostro stesso lavoro, perchè la normativa parlava di "delegati del Prefetto", senza specificare nè nominare esplicitamente gli assistenti sociali. Però lui aveva una marcia in più perchè era espertissimo di legge e quindi spesso riusciva ad aiutare tramite la sua approfondita conoscenza di cavilli burocratici! :mrgreen: Non vi dico lo sdegno (pure giustificato) di molti assistenti sociali là nei confronti di costui, anche se nella maggior parte dei casi andavano ad elemosinare chiarezza in merito a dettagli della normativa! :roll: Trovavo la situazione abbastanza paradossale....