Mi colpiva molto questo passaggio di Monica: ....."voglio semplicemente riappropriarmi di quella dimensione di professione di aiuto che nell'ente locale non esiste più. Voglio poter fare un colloquio come si deve, preparare il setting, toccare le aree, capire come la persone vuole risolvere il suo problema............"
Monica, come cosciente professionista, sta dicendo "fatemi lavorare in scienza e coscienza". STOP, fermiamoci lì, perchè questo passaggio è basilare: perchè nell'ente locale prevale l'esecuzione di politiche di consenso (dare, acquietare, eliminare il conflitto sociale, che è politico.....) e non la "buona pratica", che per non è coerenza di metodo?
INSISTO: una colpa ce l'abbiamo pure noi nel non insistere sulle buone pratiche. Con un'aggiunta: non lo sappiamo comunicare.
BUONA PRATICA: è la modalità con cui si crea un modello di intervento efficace, efficiente, verificabile, condivisibile, trasparente. PER ESEMPIO se l'assessore mi manda disoccupati per il contributo e se io li erogo vincolando il loro impegno (per esempio: "marito disoccupato, io ti pago la bolletta, ma tu fai i lavori a casa così da alleggerire il doppio carico di tua moglie") produco una "buona pratica". Il soggetto si incazzerà pure con l'assessore, ma sta a me nero su bianco giustificare il metodo sottostante.
COMUNICAZIONE: la buona pratica va comunicata. Ci sono riviste su cui scrivere, ci sono forum (come questo) in cui riportare buone esperienze.... perchè no? Per farvi capire questo bisogno io ho sudato non poco per trovare su internet qualcosa su "cosa fa l'assistente sociale". Ne ho trovato uno (per chi lo vuol vedere vada sul mio sito, alla home-page sotto a sinistra) che è un'eccezione e, manco a farlo apposta, non è italiano (anche se è in italiano). Se infatti cercate su google o su youtube "assistente sociale" escono spesso solo contributi autocentrati.
Tutto ciò per dire che, se il cittadino o l'assessore pensano che siamo dei bancomat, è perchè la categoria quello comunica, oppure "non comunica".
La RICETTA CONTRO IL BURN-OUT (mi permetto di consigliare) è sforzarsi di recuperare le buone pratiche e monumicale. Ciò richiede una mentalità da professionisti e non da semiprofessionisti. Dentro ciò c'è anche il VALORE DEL NOSTRO LAVORO, che non è solo fatica o esecutività, è anche e specialmente un NOSTRO percorso di crescita nel tempo. Altrimenti - ha ragione Pallaspina - andiamo a fare le pulizie, che è meglio.
Quindi attenzione, nel fronteggiamento del burnout, a scindere le variabili organizzative da quelle personali: sulle seconde è possibile agire, eccome!
Saluti.