Ad Ugo Albano dico che certamente non è solo,
alla comunità professionale esprimo alcuni pensieri.
Non è attaccando chi non la pensa come te che una comunità professionale cresce; il confronto si fa sulle idee, sul codice deontologico e sui principi di fondo che supportano le regole di civiltà. Le etichette sono facili da mettere, ma non aiutano.
Il tema dei diritti e della non discriminazione è ampio, serio e delicato; mette in gioco soprattutto una visione antropologica dell'uomo e non va scisso dal tema dei doveri.
Una politica che si preoccupa principalmente di riconoscere diritti senza pensare ai doveri ed all'impatto che le norme avranno sulla società è a mio avviso miope e populista, nel senso che è facile accontentare le richieste, ma forse alla lunga non regge. Se tutto può diventare diritto, alla fine niente rimane diritto. Questo lo esprimo in senso molto generale, vengo ora al tema. E ne parlo in senso laico, nel senso vero del termine, cioè razionale, non ideologico e non confessionale.
1. Mi chiedo quale sia la visione di persona che supporta il riconoscimento dei cd. diritti LGBT; documentandomi, non ho trovato molto di diverso da ciò che qui sintetizzo (consapevole che un riassunto rischia spesso di semplificare troppo, ma se serve, chiarirò meglio): i diritti sono una specifica richiesta di un gruppo (non importa qui il numero che lo compone) che pone al centro dell'attenzione alcuni desideri e comportamenti che dalla sfera individuale si vorrebbero disciplinati come diritto. Ebbene, mi chiedo: ogni desiderio deve diventare diritto? Se così fosse, penso che si aprirebbe la strada a molto altro, in diversi settori: voglio aprire sale slot all'uscita di scuola, desidero vendere alcolici ai minorenni, mi piacerebbe avere tre mogli, voglio vendere il mio sangue anzichè donarlo, mi piacerebbe comperare il figlio della mia vicina che poverina non ha soldi per mantenerlo, voglio che il medico mi faccia morire a spese dello Stato, ecc. Sono volutamente temi disparati, ma c'è un filo che li lega: il concetto di persona, le relazioni umane, il futuro della società, la tutela dei più deboli. Il tema del matrimonio in qualche modo li contiene tutti.
2. Matrimonio. Se la Costituzione va cambiata, parliamone: ma su questo tema è chiara, e molto. Non è un caso se la Costituzione riserva al matrimonio ed alla famiglia un posto specifico con articoli dedicati. Per chi non sapesse, il dibattito della Costituente sul matrimonio ha trovato d'accordo destra e sinistra: è un istituto pienamente laico e che guarda al futuro della società.
3. Inventare un nuovo istituto giuridico che somigli quasi del tutto al matrimonio non ha senso. Se è una cosa diversa quella che si vuole istituire è bene che lo sia nel senso e negli obblighi che ne derivano, altrimenti l'istituto matrimoniale esiste già, ed è collaudato ... da qualche millennio. Chi si sposa sa che stipula una sorta di contratto che impone obblighi e riconosce diritti; "se non ti vanno bene, non ti sposare!".
4. Le carenze o le discriminazioni che vengono spesso citate sono già disciplinate da norme esistenti, percui il ddl Cirinnà risulta superfluo; le tutele per i conviventi in tema di assistenza sanitaria, i permessi retribuiti, l'assistenza ai detenuti, l'equiparazione dei figli, l'assegnazione degli alloggi, il risarcimento del danno, ... sono già riconosciuti dal nostro ordinamento.
5. L'adozione. Questo è un nodo centrale. Non serve essere cattolici per dire che un figlio nasce da un uomo e da una donna, basta il buon senso per dire che la crescita richiede la figura paterna e quella materna. Poi sappiamo che madri e padri inadeguati lo possiamo essere tutti, ma - par condicio! - lo possono essere anche le persone LGBT. Per i bimbi orfani c'è già una normativa. Si tratta allora di soddisfare un desiderio dell'adulto: mi chiedo se normare in tal senso rappresenti il bene migliore per un bimbo. Si chiede quindi di accontentare un desiderio, pur seriamente motivato possa risultare (nessuno mette in dubbio la buona fede), contrapponendolo alle esigenze naturali del bambino. E per me il più debole è il bimbo, ed il diritto, se deve scegliere, deve preferire lui (... che purtroppo non vota e deve essere difeso e sostenuto dagli adulti).
6. La discriminazione. E' vero che ogni fenomeno discriminatorio va condannato, ed ogni discriminazione che porta a tragiche conseguenze va repressa e punita, non per il tipo di discriminazione, ma per il male arrecato, per qualsiasi motivo. Una norma anti-omofobia rischia allora di determinare gli offesi di serie A (una persona con orientamento omosessuale) e quelli di serie B: quelli che non hanno una legge che punisca chi deride gli anoressici, i lentigginosi o i figli dei contadini (ovviamente senza offesa per i summenzionati). E' a livello educativo che bisogna agire, come sempre.
7. Distinguere non significa discriminare, significa chiamare le cose col loro nome. Se per non discriminare, livello tutto in un mucchio indistinto, faccio un torto alla verità delle cose, anche a quelli che vorrei non discriminare, giacchè paradossalmente li omologo agli altri. Fare parti uguali tra diseguali, non sembra essere una buona operazione giuridica nel senso di dare ad ognuno il suo riconoscendo le differenze che di fatto ci sono.
In buona sostanza la domanda di fondo è: il diritto da che parte deve stare? Dalla parte del più debole o del desiderio dell'adulto?
Mi pare di avere risposto in senso laico e di non avere offeso nessuno; se l'avessi fatto chiedo scusa, ma non era nelle mie intenzioni.
Il tema antropologico richiede qualche riga in più, ma mi pare di avere scritto già troppo.
Colgo però l'occasione, per chi volesse, di segnalare il mio libro che affronta in parte queste riflessioni. Non è una propaganda per l'acquisto in quanto è scaricabile gratis:
http://www.ericksonlive.it/catalogo/genitori-e-figli/famiglia/il-bene-comune-passa-attraverso-la-famiglia/
Un caro saluto a tutti.
G. Marco