Mobbing nel servizio sociale

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Carissimi/e,

invitandovi a leggere il pezzo sul mobbing a cura di Federica Marchesani scritto su questo portale (ecco il link diretto: http://blog.assistentisociali.org/2015/11/29/il-mobbing-lavorativo/ )

volevo solleticarvi su questo tema: il mobbing NEL servizio sociale.

Può sembrare strano - perchè noi pensiamo di essere tutti "buoni" mentre in realtà siamo come tutti gli altri lavoratori - ma anche tra gli assistenti sociali ci sono vittime di mobbing e pure mobber. Siamo tra l'altro una razza abituata a gestire il potere, il cui esercizio, senza paletti, sfocia facilmente nell'arbitrio, siano gli altri "c.d. "utenti", siano essi semplici colleghi, ancorpiù se sottoposti.

Qualcuno vuol dare la sua testimonianza personale?

Ecco la mia esperienza. Era il mio primo lavoro, a tempo determinato in Lombardia, proveniente dalla Sicilia. In questo comune (non faccio il nome) erano abituati ad una collega anziana del posto che conosceva tutti e che dava contributi a tutti. Mi sono trovata a continuare questo modello di erogacontributi su segnalazione telefonica del sindaco, abituata alla collega, andata in pensione. Dopo un primo periodo ho cominciato semplicemente a dare pareri negativi per contributi in cui le persone erano abituate a vivere a spese del Comune. Queste persone (lombarde) si sono lamentate dal sindaco (lombardo) il quale mi accusava di non fare il mio mestiere. Col tempo sono arrivate le minacce di licenziarmi. Il sindaco ha poi aggirato l’ostacolo facendo dare i contributi dal mio responsabile, un laureato in scienze politiche, che poi me l’ha fatta pagare: non mi dava più le ferie quando le chiedevo io, mi contestava le relazioni, non mi ha permesso di rinnovarmi il contratto. Il problema è stato pure col sindacato, che mi ha ritenuto (ma non me l’hanno mai detto) di non essere all’altezza del lavoro. Io da siciliana ero fuori luogo in un contesto in cui era più importante aiutare i lombardi ed io, da “terrona” non dovevo permettermi di fare diversamente. Ho vissuto quel periodo male, pensavo io di non essere io capace del lavoro come as. Solo ora, che lavoro in un ente normale, capisco che ero in una trappola mentale, in cui davo la colpa a me stessa solo per fare il lavoro bene.

Elisa

Non so se di mobbing si tratta, peró, da new entry e senza nessuna esperienza, non affiancarmi minimanente e poi cazziarmi per presunti errori, lentezze, etc., quando io venivo da fuori e quindi non conoscevo il territorio, le prassi del Comune, niente, e criticare tutto quello che facevo come stupido e fuori luogo da parte di un coordinatore... per vari mesi se non anni... Fino a che forse entrai piú nelle sue grazie (o forse capí che tanto ero de coccio e non me ne sarei andata). Allora "ero brava". Ricordo che le "critiche" non si basavano su teorie scientifiche bensí sul "senso comune"; ovvero sulle teorie piú o meno fondate di questa collega. Mah. Ricordo anche che nella lista Asit molti anni fa commentai la mia situazione e i colleghi mi mangiarono, negando l'esistenza del mobbing nel nostro settore.

Adesso lavoro in una realtá estera, quindi sono ancora piú in difficoltá con le procedure, le leggi, etc., eppure fin dal primo giorno ho trovato un contesto molto accogliente e umano, un aiuto concreto e un riconoscimento del mio impegno che, vi posso assicurare, é sempre stato massimo in ormai 15 anni di lavoro.

Meno male si comincia a parlare di questo, evviva.

Vorrei portarvi la mia esperienza. Sono assistente sociale da trenta anni ed ho sempre studiato. Il problema è che non sono mai riuscita a fare carriera, mi trovo a lavorare in un gruppo di colleghi più giovani di me e col solo titolo triennale (io sono col titolo magistrale). Da anni cerco di portare il mio contributo di analisi e di sperimentazione alle colleghe, ma tutto ciò le ha destabilizzate. Il problema secondo me è un basso livello professionale che a loro da sicurezza, anche perchè la responsabile è una collega che ne sa meno di me, ma è raccomandata e fa il buono e cattivo tempo. Di conseguenza sia responsabile che colleghe hanno deciso di annientarmi, non parlano con me, nelle riunioni fanno finta di non capirmi, mi sparlano con il dirigente, aizzano i miei utenti contro di me se io non ci sono o sono in ferie. Ho segnalato il mobbing al mio ente, aspetto sviluppi.

Volevo solo far presente che il mobbing delle assistenti sociali è tremendo. Da una professione etica e con un codice deontologico io non mi aspetto questi comportamenti, eppure ci sono. Sento in giro che questi casi sono diffusi, spesso le giovani contro noi anziane e con più esperienza.

Ho segnali di depressione, la notte dormo poco, sono diventata nervosa in famiglia, con mio marito e con i miei figli iniziano ad esserci tensioni. Cosa posso fare?

Lisa

Ciao Lisa,

mi dispiace sentirti parlare così, avevo capito che dopo l'esperienza in cui hai vissuto discriminazioni ora ti trovassi a lavorare in un ente "normale" invece pare che ci siano problemi anche lì. Non ho gli elementi per valutare la situazione lavorativa... Però se le difficoltà lavorative iniziano a creare tensioni personali e familiari, deve essere pesante. Hai mai pensato di rivolgerti ad uno psicologo? A volte anche nel nostro piccolo possiamo contribuire a cambiare gli atteggiamenti degli altri nei nostri confronti. Te lo dico per esperienza. In bocca al lupo intanto e coraggio!

Sicuramente necessario un buon percorso di psicoterapia personale, che onestamente ritengo imprescindibile per chiunque svolga professioni di aiuto a causa dei contenuti emotivi del lavoro e del fatto che quando lavoriamo con persone mettiamo in gioco la nostra stessa persona e quindi aspettative, pregiudizi, vissuti più o meno negativi non elaborati... Purtroppo io l'ho capito solo a 40 anni dopo che ho lasciato il servizio completamente bruciata e mi ci sono voluti 5 anni di stacco totale e 2 di terapia per poter tornare a svolgere un ruolo d'aiuto. Devo dire che la prima persona in assoluto a mettermi davanti la necessità di terapia e' stata la direttrice della scuola di formazione in psicoterapia alla quale sono approdata dopo aver conseguito la laurea in psicologia. E meno male. Purtroppo nessuno mai, né nella facoltà di servizio sociale, né in psicologia, né sul lavoro mi aveva invitato a fare questo percorso. Però oltre a questo... Secondo me la collega deve anche in qualche modo poter denunciare la sua situazione perché vengano sanzionati i comportamenti scorretti. Quello che non so e' se esistono strade in questo senso che le possano offrire un supporto.

Mah, io distinguerei tra causa ed effetto. Il mobbing non è come l'influenza, per cui ci si ammala per contatto col virus in maniera casuale. Ma pure con l'inlfluenza il buon medico, oltre che prescrivere l'aspirina, pure ti vieta di uscire nudo da casa al freddo.

Il disagio psichico è conseguenza del mobbing, quest'ultimo NON E' un disagio psichico. Col mobbing non si va dallo psicologo, semmai dall'avvocato.

Non è che il danno esistenziale, solo perchè psichico, richiede lo psicologo. Anzi, questi inviti rafforzano il senso di colpa e di inadeguatezza della vittima.

L'importante è scindere le questioni. Il mobbing in sè non è reato, ma gli agiti sottostanti lo possono essere, il più è dimostrarlo.

Chi è in torto è il mobber, non il mobbizzato.

Che poi ci sia bisogno di capire fino a che punto è stata l'organizzazione e fino a che punto aspetti della personalità hanno contribuito, va bene, ma è un'altra cosa.

E' come nei casi di molestia/violenza ai bambini: scatta subito l'iperprotezione degli psicologi e non parallelamente un' equilibrata ricerca se il fatto sussiste. Di scivoloni di questo tipo ne abbiamo avuti fin troppi in Italia.....

La letteratura parla di fenomeni organizzativi, spesso le aziende lo favoriscono per liberarsi di soggetti non funzionali. Se i capi tollerano, è perchè vogliono che il disfunzionale dia le dimissioni.

Lo psicologo è importante per contenere disfunzioni emozionali, ma dovrebbe chiarire che la soluzione è legale. Ci sono leggi, ci sono i sindacati, c'è l'opinione pubblica, ci sono procedure precise nel lavoro.

Nella violenza/abuso è sempre importante evitare il silenzio e mettere all'angolo l'aggressore. Costui è solito nascondersi sempre e, se accusato, accusare la vittima di fantasie ed esagerazioni, ma va bene, fa parte del gioco.

Che poi siano colleghe ad agire violenza psichica,....beh, questo dimostra il bisogno di vagliare bene gli assistenti sociali fin nella formazione. Ma questo è un più generale problema in Italia, che riguarda la storica ignoranza in materia di gestione del personale. Ma questo è un altro capitiolo....

Buona notte!

Sono in parte d'accordo, Ugo, ma il mio intento era il contrario di quello da te interpretato.

Rivolgersi all'avvocato, al giudice, al sindacato è necessario ma paradossalmente può indebolire la vittima che in qualche modo sente che senza un intervento esterno non può cavarsela.

Rivolgersi allo psicologo, nel mio suggerimento, era in un'ottica di empowerment (non certo in ottica clinico- terapeutica) per portare quanto possibile all'interno di sè il locus of control. Imparare a percepirsi non più vittima ma agente in grado di influenzare gli atteggiamenti degli altri o quanto meno capace di non farsi ferire, è il primo passo sencondo me di un processo di cambiamento. Solo dopo può venire l'azione legale, se necessaria.

I contenziosi giuridici non aiutano certo a migliorare rapporti che DEVONO proseguire, come quelli di lavoro ad esempio o quelli genitoriali. Per questo credo molto agli strumenti della conciliazione e della mediazione, anche penale. Ciò non significa certo tollerare comportamenti di violenza, ci mancherebbe! Anzi, al contrario, significa sradicarli davvero, cosa che la sola azione repressiva non è in grado di fare.

Direi che i due percorsi devono essere paralleli. Lo psicologo e terapeuta che sia, perché una persona in depressione sta male e ha bisogno di un appoggio esterno per quanto breve possa essere. L'avvocato, perché é necessario partire con un'azione definita, perché suppostamente quella persona deve restare nel suo posto di lavoro (salvo decidere e avere la possibilitá di cambiare) peró se intraprende un'azione legale senza appoggio esterno di tipo psicologico la vedo piuttosto dura. C'e' anche da costruire un'alternativa personale e professionale. E' chiaro che soprattutto nella pubblica amministrazione non si favoriscono le persone che lavorano bene, ma spesso queste persone sono un disturbo perché minacciano lo status quo. Peró questo é molto difficile da cambiare in pochi mesi o anni. Forse la persona (penso a me a quel tempo) puó essere guidata a intraprendere sí azioni legali, peró anche a pensarsi in situazioni professionali alternative. Pensate voi quanto puó essere semplice continuare a lavorare con colleghi che si sono denunciati per mobbing. Io non creo nel cambiamento perché sí, non credo affatto che dei colleghi mobbizzatori solo perché magari ricevono un'allerta legale improvvisamente diventano buoni rendendosi conto dell'errore. Magari... Sta di fatto che io con il supporto terapeutico sono invece riuscita a riorganizzarmi una vita professionale dove adesso vengo apprezzata per le mie apportazioni e, parallelamente, ho anche acquisito strategie per poter gestire dinamiche difficili (non parlo di mobbing, eh) che inevitabilmente possono presentarsi con colleghi. Siamo persone che lavoriamo con persone e in contesti di alta sofferenza... non andrebbe sminuito.

Ci sono diversi livelli nella questione, tutti da non sottovalutare.

Quello che pallaspina mette in evidenza trova il mio accordo, ma è uno dei livelli, ripeto. Voglio però un pò approfondire questo, che è all'origine del post: qual'è la particolarità del mobbing nel servizio sociale?

Mi spiego: tutti quelli che lavorano sono soggetti a mobbing. Per esempio (assurdo) se io sono di colore e lavoro in una fabbrica di bulloni con operai leghisti ed i figli di questi sono disoccupati, è assai probabile che il mobbing serva per farmi licenziare, in modo che a fare i bulloni ci venga un indigeno (leghista). L'oggetto del lavoro sono i bulloni.

Il passaggio è proprio questo: il rapporto tra l'oggetto del lavoro (la solidarietà ed il benessere delle persone) ed il mobbing. Se il mobber non fa i bulloni, bensì "crea benessere", qualcosa (di grave, secondo me) non funziona.

Non so se mi spiego: certe professioni (non a caso) richiedono un'impostazione etica forte, essere o non essere in un certo modo non è un optional, è un aspetto "fondante" la professione stessa. Il nostro codice deontologico dedica un'intera parte al rapporto con i colleghi...

Il mobbizzato, oltre ad avere le stesse sofferenze del "fabbricante di bulloni", ha una sofferenza in più: vive come tradimento con se stessi il fallimento di una scelta lavorativa che ha una forte valenza motivazionale.

La questione che pallaspina pone (da psicologa) è secondo la mia opinione una questione di "supervisione professionale", che è ben altra cosa dalla psicoterapia.

Si tratta, secondo me, più di "accompagnare vissuti psichici negativi (e lì, per carità, lo psicologo ci sta, ma solo là!), di orientare il lavoratone nel contestualizzare quanto accaduto rispetto al proprio percorso lavorativo che, nel nostro caso, spesso è valoriale. Ecco, il vero aiuto (pallaspina intendeva questo, credo) è fotografare l'incidente, ma nel proprio percorso complessivo, sennò non si capisce niente.

Per esempio, un lavoratore che, ovunque va, è vittima di mobbing, molto probabilmente ha bisogno di imparare a porsi diversamente nell'integrazione tra se ed il contesto.

Nel mondo del lavoro ci sono poi codici culturali che vanno capiti. Per esempio quelli sessuali: comprendete come è probabile il mobbing in contesti "monosessuali" se ci arriva in diverso? A me viene in mente l'arrivo delle donne nell'esercito, ma pure (state attente...) l'arrivo di noi (pochi) uomini in un contesto non solo "statisticamente" femminile, ma pure "culturalmente" al femminile.

Un altro codice culturale è la "regola organizzativa". Se io sono in una burocrazia (e gli enti pubblici lo sono) e vige la cultura del capo, la regola è "non mettersi contro il capo". La regola lì NON E' il codice deontologico o la giustizia sociale o la solidarietà. La regola è il "signorsi". E' logico che chi si mette di traverso viene mobbizzato.

In letteratura viene dimostrato proprio ciò che dice pallaspina: la vittima è spesso il più bravo, intelligente, flessibile. Ma ciò vale in un contesto di mercato, non vale in un ente pubblico, in cui alle persone interessa solo lasciare tutto immutato in ragione dello "stipendio fisso".

Uh, mi sono perso. Volevo solo un pò riportare il focus sullo specifico tema, nonchè stemperare questo ricorso (che palle, ragazzi!!!) allo psicologo. Vorrei ricordare che una dimensione liberoprofessionale nostra è la supervisione.....