Ci sono diversi livelli nella questione, tutti da non sottovalutare.
Quello che pallaspina mette in evidenza trova il mio accordo, ma è uno dei livelli, ripeto. Voglio però un pò approfondire questo, che è all'origine del post: qual'è la particolarità del mobbing nel servizio sociale?
Mi spiego: tutti quelli che lavorano sono soggetti a mobbing. Per esempio (assurdo) se io sono di colore e lavoro in una fabbrica di bulloni con operai leghisti ed i figli di questi sono disoccupati, è assai probabile che il mobbing serva per farmi licenziare, in modo che a fare i bulloni ci venga un indigeno (leghista). L'oggetto del lavoro sono i bulloni.
Il passaggio è proprio questo: il rapporto tra l'oggetto del lavoro (la solidarietà ed il benessere delle persone) ed il mobbing. Se il mobber non fa i bulloni, bensì "crea benessere", qualcosa (di grave, secondo me) non funziona.
Non so se mi spiego: certe professioni (non a caso) richiedono un'impostazione etica forte, essere o non essere in un certo modo non è un optional, è un aspetto "fondante" la professione stessa. Il nostro codice deontologico dedica un'intera parte al rapporto con i colleghi...
Il mobbizzato, oltre ad avere le stesse sofferenze del "fabbricante di bulloni", ha una sofferenza in più: vive come tradimento con se stessi il fallimento di una scelta lavorativa che ha una forte valenza motivazionale.
La questione che pallaspina pone (da psicologa) è secondo la mia opinione una questione di "supervisione professionale", che è ben altra cosa dalla psicoterapia.
Si tratta, secondo me, più di "accompagnare vissuti psichici negativi (e lì, per carità, lo psicologo ci sta, ma solo là!), di orientare il lavoratone nel contestualizzare quanto accaduto rispetto al proprio percorso lavorativo che, nel nostro caso, spesso è valoriale. Ecco, il vero aiuto (pallaspina intendeva questo, credo) è fotografare l'incidente, ma nel proprio percorso complessivo, sennò non si capisce niente.
Per esempio, un lavoratore che, ovunque va, è vittima di mobbing, molto probabilmente ha bisogno di imparare a porsi diversamente nell'integrazione tra se ed il contesto.
Nel mondo del lavoro ci sono poi codici culturali che vanno capiti. Per esempio quelli sessuali: comprendete come è probabile il mobbing in contesti "monosessuali" se ci arriva in diverso? A me viene in mente l'arrivo delle donne nell'esercito, ma pure (state attente...) l'arrivo di noi (pochi) uomini in un contesto non solo "statisticamente" femminile, ma pure "culturalmente" al femminile.
Un altro codice culturale è la "regola organizzativa". Se io sono in una burocrazia (e gli enti pubblici lo sono) e vige la cultura del capo, la regola è "non mettersi contro il capo". La regola lì NON E' il codice deontologico o la giustizia sociale o la solidarietà. La regola è il "signorsi". E' logico che chi si mette di traverso viene mobbizzato.
In letteratura viene dimostrato proprio ciò che dice pallaspina: la vittima è spesso il più bravo, intelligente, flessibile. Ma ciò vale in un contesto di mercato, non vale in un ente pubblico, in cui alle persone interessa solo lasciare tutto immutato in ragione dello "stipendio fisso".
Uh, mi sono perso. Volevo solo un pò riportare il focus sullo specifico tema, nonchè stemperare questo ricorso (che palle, ragazzi!!!) allo psicologo. Vorrei ricordare che una dimensione liberoprofessionale nostra è la supervisione.....