Ciao, Valentina.
Rileggendo i due ultimi post, in fin dei conti, vedo che diciamo la stessa cosa.
Concordiamo sul fatto che il precariato (un mese quà, un mese là) inteso come "prestito di manodopera non fa bene nè al lavoratore, nè all'organizzazione.
Io dico solo che la "stabilità" (che non è solo il "posto fisso", ma pure una dimensione di "condivisione degli obiettivi tra lavoratore e impresa") non la offre solo il settore pubblico. Anzi: è proprio il pubblico a non volere persone stabili.
Il problema del pubblico è, per mia opinione, l'eccessiva flessibilizzazione di "chi sta fuori" e l'eccessiva stabilità di "chi sta dentro". E "chi sta dentro" non è detto che sia più competente. Lo dici pure tu, a proposito dei concorsi, che ad entrare sono i "fedeli", meno i "capaci". E ciò nonostante il mandato costituzionale che impone l'assunzione sul solo merito. Guardiamoci in faccia: se così è, se cioè la mafiosità in questo settore è così palese ed attuata proprio dalle Amministrazioni, che invece dovrebbero rifarsi alla Legge,....... vuol dire che qualcosa (ed è assai grave, credimi....) non funziona in questo Stato. La stessa "stabilità", ripeto, fa male e sovente fa disinvestire cognitivamente dal lavoro le persone. Ciò con i dovuti distinguo, s'intende. Però vi invito a non negarvi il malcontento e la frustrazione grandi che si respira tra i colleghi fissi nel settore pubblico. Allora diciamo le cose come stanno?
Se così è, allora PERCHE' CAVOLO voi giovani volete entrarvi in questo sistema perverso, antimeritocratico e che vi rifiuta di fatto?
Non condivido l'idea che il privato=precariato. L'ISTAT dimostra il contrario. Ci fu, tra l'altro, un'interessante ricerca dell'Università di Trento (verso il 2000......) in cui si dimostrò che era il terzo settore a dare lavori continui ed il pubblico a precarizzare.
Io credo che voi giovani sbagliate a porvi nel mondo del lavoro privato. "Prendere il privato in attesa del pubblico" è una strategia perdente, capitate quindi solo nelle imprese (coop. e interinali) che "prestano" lavoratori. Porsi in senso stabile nel settore privato significa fare una scelta. D'altra parte ogni impresa si pone diversamente a seconda se un lavoratore dice "oggi sto quà, domani se trovo di meglio scappo", o se dice "mi piace stare qui, voglio scommettere su di voi e quindi accetto un investimento su di me".
Quanto alla flessibilità: è addirittura necessaria per non andare in burnout. Io, per esempio, ogni tanto cambio lavoro e (credimi, ho famiglia e figli...) mi costa non poco: ma è un mio forte bisogno, appunto per ridarmi obiettivi professionali che, nella stabilità pubblica, perdo. Io sogno un "pubblico impiego a tempo determinato": ogni x anni mettiamo in circolo tutti, fa bene a tutti , ai cittadini ed ai professionisti stessi. In questo gioco c'è chi entra e c'è chi esce. Non come oggi, dove c'è un'esercito di "vecchi iperstabilizzati" (nella testa) che si trascinano fino alla pensione, lasciando voi giovani fuori, di fatto. Questa è un'ingiustizia sociale.
Voler essere giusti, in questa vicenda, non vuol dire "gli altri sono stabili, voglio esserlo anch'io". Pensare così è troppo semplice e non è da professionisti (così ragionano le lavandaie ed i giardinieri, non dottori laureate, quali siamo....). Essere giusti vuol dire pure SCARDINARE il sistema che ipergarantisce alcuni e precarizza altri. Significa anche (viva Dio!) capire che il mondo non è poi così nero e che il "sistema lavoro" non è solo il "sistema pubblico". Dopo la Legge-quadro e tutti i chili di libri macinati in materia di sussidiarietà , stiamo ancora ad aspettare il "concorso"? Ma allora che abbiamo capito dall'Università?
Lo so che ognuno poi ha la sua storia personale, per cui la "stabilità" è presupposto per fare famiglia e fare figli, farsi il mutuo, ecc. Però occorre pure "guardarsi intorno" ed andare dove c'è il lavoro. Stare lì ad "aspettare il concorso" e nel frattempo arrangiarsi come precario mi sembra poco strategico per un professionista. C'è invece un privato ed un mercato che ci aspetta, e noi non ci andiamo.......
Non vorrei venir frainteso sulla vicenda. Io credo che su un forum professionale, nonostante l'anonimato (a cui io per scelta ho rinunciato) sia giusto discutere in maniera costruttiva, propositiva. La chiacchiera, il "sentito dire" ed il lamento, credo, devono appartenerci sempre di meno: in ciò ci distinguiamo dagli utenti..............
Ugo Albano