Cara Vale (suppongo Valentina....),
c'è nel servizio sociale italiano ancora una forte cultura dell'asimmetria, cioè un "distacco" (di ruolo e di storia) tra chi aiuta e chi è aiutato. Lo stesso lessico "operatore" e "utente" la dice lunga.
Io la penso al contrario (ci ho pure scritto un libro su questo tema): il vero rapporto di aiuto è simmetrico, è per questo che il servizio sociasle professionale deve lasciare i "contesti burocratici" ed andare verso quelli informali. I gruppi di auto-mutuo aiuto ce lo insegnano: se chi aiuta è passato per il problema, questo è più efficace come promotore del benessere altrui.
Anche io (ho 27 anni di servizio e qualche capello bianco..........) quando ero giovane e lavoravo nella tutela minorile, mi trovavo genitori che mi dicevano "Lei non ha figli, allora non può capire". A distanza di anni dico che avevano ragione. "Avere figli" non è partorire, ma vivere la fatica genitoriale,.....la stessa, poi, che si verifica nella tutela minorile. Io metterei PER LEGGE assistenti sociali con figli alla tutela minorile, e non come ora, piena di colleghe-ragazzine...........Ma, ahimè, l'Italia è uno strano Paese.....
Cosa voglio dire? Di dolore ci si può ammalare (chi ha un disabile in casa lo sa......), ma il dolore stesso può anche dare una chiave di lettura alla vita, anche professionale. Occorre però che questa motivazione sia prima di tutto fotografata, poi monitorata e comunque "ripulita" dei rischi (p.e. quello del "riscatto" sul lavoro per problemi personali). Già nella formazione ci vorrebbe la supervisione individuale ma, ahimè, da quel che osservo in giro, ci troviamo colleghi poco preparati al dolore.
Il rapporto col dolore non lo si impara. Nè viene trattato all'università. Ne consegue che per difesa personale se ne prende distanza: IO da una parte (col sapere, col potere, con i soldi, con i servizi da erogare) e l'utente dall'altra (sfigato, poverino, senza risorse, da assistere.....e chi se ne frega, in fin dei conti...............).
Perciò ti dico: fregatene di quel che ti dicono, queste colleghe hanno sposato l'aiuto asimmetrico perchè a loro più confacente (e più comodo.....). Piuttosto: come futura assistente sociale regalati alcuni incontri di supervisione per focalizzare come hai definito la tua storia rispetto al ruolo professionale che ti aspetterà Gli psicoterapeuti, per esempio, questo lavoro lo fanno ben prima della pratica. Da noi non si fa, ed è un peccato, perchè poi tanti colleghi soffrono come cani in questo lavoro, semplicemente perchè non lo sentono "loro".
Spero di averti risposto.
E, per cortesia, non usiamo più la parola "utente", che è ormai etichettante. Chiamiamoli "persone", "richiedenti aiuto", "cittadini", ecc. Sono persone come noi. Anzi: io in vita mia ho trovato da loro TANTA umanità, ho imparato da loro tantissimo.
Ugo Albano