se l'assistente sociale è utente

Sezione: Fuori Tema · Aperta il

scusate e chi invece ha scelto di fare questo lavoro proprio perchè in vita sua non ha mai avuto problemi particolarmente gravi, riconosce questa fortuna e vuole mettere a disposizione le sue competenze per aiutare l'utente?

anche questo potrebbe essere un punto di forza credo, non necessariamente non aver avuto dolori personali o familiari impedisce o toglie qualcosa al lavoro dell'as.

credo costituisca anche una naturale abitudine a volgere lo sguardo al cambiamento, al miglioramento, al positivo; il che non significa necessariamente al sogno, all'impraticabile.

ciao Nazg, prima che tu diventassi assistente sociale, qualcuno che già conosceva il settore (e la tua vita privata) ti ha mai sconsigliato di fare questa professione?

[quote="Vale"]ciao Nazg, prima che tu diventassi assistente sociale, qualcuno che già conosceva il settore (e la tua vita privata) ti ha mai sconsigliato di fare questa professione?[/quote]

Sinceramente non per i motivi di cui sopra (al massimo sconsigliavano la professione perchè lamentavano la loro personale fatica dovuta al tipo di lavoro). :)

Il mio percorso di crescita personale non è evoluto solo per le mie vicende familiari, ma anche per diverse esprerienze di volontariato. Chi mi ha incontrato all'epoca posso immaginare che abbia visto un orizzonte di partenza sufficientemente ampio che si univa alle mie predisposizioni e capacità di ascolto, accoglienza, attenzione all'altro.

Siamo come un mosaico fatto da tanti tasselli e molti di questi portano nella stessa direzione, basta riuscire a rendere le nostre competenze fluide.

Salve, a riguardo la mia professoressa di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari,durante una lezione spiegò che ci sono persone che scelgono di svolgere una professione di aiuto per riparare se stessi bambini e non solo per altri motivi che possono essere attitudine e altruismo.Io credo di rientrare in questa categoria poichè ho un caso di depressione in famiglia...Anche se credo che questo non sia l'unico motivo per cui ho scelto di fare l'assistente sociale.La professoressa aggiunse poi che chi sceglie questo tipo di lavoro, per riparare se stesso,non lo svolgerà bene.Che ne pensate?

Beh, a stare a sentire gli psicologi c'è tutto ed il contrario di tutto: chi fa l'ingegnere è per recuperare la sua frustrazione da bambino con i lego, il chirurgo per scaricarsi dal sadismo subito, il cuoco per recuperare la carenza di affetto (nutrimento affettivo), ecc. La psicologia si basa sul determinismo, non può che essere così.

Siccome siamo tra assistenti sociali dovremmo ragionare come tali e quindi comprendere che, oltre al determinismo, ci sono altri fattori da considerare.

Ma in fondo, scusate, "ma che ce ne frega"?? Io credo che non dobbiamo oscillare tra il "non essere stati persone problematiche" o il contrario, ovvero essere belli e felici. Il dolore vissuto può essere una risorsa, ma anche un ostacolo. Dipende............

Dipende da che? Dall'elaborazione che se n'è fatta. Si può aver sofferto nella vita, però è necessario aver digerito il dolore ed averlo sistemato nella propria vita. E' solo così che nell'aiuto ci si orienta verso l'altro senza rispondere a bisogni (reali) di se stessi. E se anche fosse? Va pure bene, l'importante è esserne consapevoli senza tirare gli altri nel loro gioco. D'altra parte, se pensate ai "grossi nomi" del sociale italiano "dai don.....ai Muccioli di turno", ma non vedete che narcisisti? E che interessi economici????

Io sono solito fare esempi. Per esempio l'amore. Quando ci si lascia, se non si elabora il fatto (dove ho sbagliato io? Dove l'altro?) si ripetono gli stesso errore col partner successivo. Allo stesso modo sul lavoro: se non ho sistematizzato un problema mio (o familiare, o quel che è) è normale che proietto me stesso sul lavoro, in modo che la risposta all'altro sia, in effetti, verso di me.

COME USCIRNE? Facendone supervisione. Oppure semplicemente abituandosi al confronto con gli altri. Se io fossi docente, per esempio (ma non lo sono) vi farei fare lavori di gruppo sulla motivazione all'aiuto: occorre comunicare agli altri il proprio progetto di vita e, facendolo, accettare restituzioni dagli altri. Non è l'esperto colui che guida, ma ognuno di noi: l'importante è creare il contesto che induca autoriflessione. Un'altra strada potrebbe essere il confronto col supervisore di tirocinio: è lì che, oltre il "fare" il collega, che vi osserva, connette i vostri punti di forza o di debolezza alla vostra storia di vita.

Ugo Albano

[quote="giusy-miele"]Salve, a riguardo la mia professoressa di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari,durante una lezione spiegò che ci sono persone che scelgono di svolgere una professione di aiuto per riparare se stessi bambini e non solo per altri motivi che possono essere attitudine e altruismo.Io credo di rientrare in questa categoria poichè ho un caso di depressione in famiglia...Anche se credo che questo non sia l'unico motivo per cui ho scelto di fare l'assistente sociale.La professoressa aggiunse poi che chi sceglie questo tipo di lavoro, per riparare se stesso,non lo svolgerà bene.Che ne pensate?[/quote]

Credo che la sua sia una interpretazione piuttosto personale. D'altro canto la psicologia di indirizzo psicodinamico è piuttosto categorica nelle sue interpretazioni, non tutti gli indirizzi della psicologia danno questo tipo di spiegazione o di logica causa/effetto e spesso coloro che hanno una formazione psicodinamica sono in polemica anche con altri psicologi che invece usano altri metodi come test, ecc.

Io frequento un corso di mediazione familiare ad indirizzo sistemico ci sono moltissimi psicologi e poichè vi è una parte del corso iniziale che ci fa lavorare proprio sulle nostre motivazioni personali e sulle nostra famiglie ti devo dire che ( almeno nel mio corso) quasi tutti partono da situazione familaire dolorosa che li ha portati a scegliere la psicologia.

Credo che comunque la tua professoressa dovesse evitare di dare giudizi così categorici. Forse l'ha fatto però per darvi uno spunto su cui riflettere e su cui lavorare interiormente? Cioè, come dice Ugo, se uno sa che ci sono state dei meccanismi riparativi che hanno portato a fare questo lavoro almeno ci lavora su?