Beh, a stare a sentire gli psicologi c'è tutto ed il contrario di tutto: chi fa l'ingegnere è per recuperare la sua frustrazione da bambino con i lego, il chirurgo per scaricarsi dal sadismo subito, il cuoco per recuperare la carenza di affetto (nutrimento affettivo), ecc. La psicologia si basa sul determinismo, non può che essere così.
Siccome siamo tra assistenti sociali dovremmo ragionare come tali e quindi comprendere che, oltre al determinismo, ci sono altri fattori da considerare.
Ma in fondo, scusate, "ma che ce ne frega"?? Io credo che non dobbiamo oscillare tra il "non essere stati persone problematiche" o il contrario, ovvero essere belli e felici. Il dolore vissuto può essere una risorsa, ma anche un ostacolo. Dipende............
Dipende da che? Dall'elaborazione che se n'è fatta. Si può aver sofferto nella vita, però è necessario aver digerito il dolore ed averlo sistemato nella propria vita. E' solo così che nell'aiuto ci si orienta verso l'altro senza rispondere a bisogni (reali) di se stessi. E se anche fosse? Va pure bene, l'importante è esserne consapevoli senza tirare gli altri nel loro gioco. D'altra parte, se pensate ai "grossi nomi" del sociale italiano "dai don.....ai Muccioli di turno", ma non vedete che narcisisti? E che interessi economici????
Io sono solito fare esempi. Per esempio l'amore. Quando ci si lascia, se non si elabora il fatto (dove ho sbagliato io? Dove l'altro?) si ripetono gli stesso errore col partner successivo. Allo stesso modo sul lavoro: se non ho sistematizzato un problema mio (o familiare, o quel che è) è normale che proietto me stesso sul lavoro, in modo che la risposta all'altro sia, in effetti, verso di me.
COME USCIRNE? Facendone supervisione. Oppure semplicemente abituandosi al confronto con gli altri. Se io fossi docente, per esempio (ma non lo sono) vi farei fare lavori di gruppo sulla motivazione all'aiuto: occorre comunicare agli altri il proprio progetto di vita e, facendolo, accettare restituzioni dagli altri. Non è l'esperto colui che guida, ma ognuno di noi: l'importante è creare il contesto che induca autoriflessione. Un'altra strada potrebbe essere il confronto col supervisore di tirocinio: è lì che, oltre il "fare" il collega, che vi osserva, connette i vostri punti di forza o di debolezza alla vostra storia di vita.
Ugo Albano