@TAO: Quello che sollevi è un problema politico-amministrativo che andrebbe discusso con chi di dovere (e potrebbe essere argomento di un'altra discussione), ma allo stato di fatto la legge impone l'iscrizione all'albo e questa ha un costo. Ora, se vogliamo parlare di dilemma etico, una delle questioni è capire quanto sia etico che un professionista che lavora in un ente pubblico lo faccia senza le carte in regola per la legge italiana.
dilemmi etici degli assistenti sociali
Bene colleghe e colleghi, il fatto è grave di per se, per quanto possiate avere ragione sul fatto che chi non ha un lavoro ha difficoltà a fare il pagamento, sul fatto che non è il denaro che ci rende partecipi di un gruppo, ma purtoppo è necessario, per il bene di tutti, pensate alla sede dell'ordine alle sedi che affittiamo quando facciamo gli aggiornamenti ecc ecc. Cmq abbiamo anche altri metodi per fare denaro, dovremmo solo sfruttarli.
Propongo un dilemma etico più legato alla sfera operativa. Fino a quando continuare a dire di sì? Mi spiego meglio, a fronte delle reiterate e continue richieste di un utente in quale momento del percorso si può cominciare a dire no, nel momento in cui dimostra di avere comunque dei requisiti oggettivi di accesso e di avere anche magari fatto delle azioni di cambiamento che però non portano ad alcun risultato?
[quote="MonicaB"]Fino a quando continuare a dire di sì? Mi spiego meglio, a fronte delle reiterate e continue richieste di un utente in quale momento del percorso si può cominciare a dire no, nel momento in cui dimostra di avere comunque dei requisiti oggettivi di accesso e di avere anche magari fatto delle azioni di cambiamento che però non portano ad alcun risultato?[/quote]
mi connetto a Monica per un ulteriore dilemma: fino a quando siamo capaci come ass.soc. di accettare e valorizzare l'autodeterminazione dell'utente?
E' più facile decidere noi cosa devono fare gli altri?
[quote="Nazg"][quote="MonicaB"]Fino a quando continuare a dire di sì? Mi spiego meglio, a fronte delle reiterate e continue richieste di un utente in quale momento del percorso si può cominciare a dire no, nel momento in cui dimostra di avere comunque dei requisiti oggettivi di accesso e di avere anche magari fatto delle azioni di cambiamento che però non portano ad alcun risultato?[/quote]
mi connetto a Monica per un ulteriore dilemma: fino a quando siamo capaci come ass.soc. di accettare e valorizzare l'autodeterminazione dell'utente?
E' più facile decidere noi cosa devono fare gli altri?[/quote]
Il fatto è che spesso come assistenti sociali samo tenute ad osservare dei regolamenti o delle disposizioni che ci vengono imposte daii politici ( vedi ad esempio ciò che succede con i contributi economici) e che non valorizzano l'autodeteminazione dell'utente, ma continuano a protrarre situazioni di dipendenza... e di assistenzialismo. Guardate ciò che succede in Sardegna per i progetti ai sensi dela legge 162. La nostra regione ha appena deliberato ..e introdotto dei criteri in base ai quali chi possiede la certificzion di handicap grave può presentare richiesta di finanziamento del progetto che viene finanziato dalla regione sulla base di un punteggio calcolato su criteri oggettivi...senza che ci venga data nessun possibilità di valutare la situazione....tanto che poi molte pesone che ottengono il finanziamento del progetto lo utilizzano per farsi fare le pulizie "fini" in casa..altro che valutazione de bisogni....
[quote="didina"]
Il fatto è che spesso come assistenti sociali samo tenute ad osservare dei regolamenti o delle disposizioni che ci vengono imposte daii politici ( vedi ad esempio ciò che succede con i contributi economici) e che non valorizzano l'autodeteminazione dell'utente, ma continuano a protrarre situazioni di dipendenza... e di assistenzialismo. [/quote]
Ecco il dilemma: come mediare tra esigenze dell'ente (economiche, politiche, ecc.) e autonomia tecnico professionale?
Parlate di pagare o meno la quota all'Ordine...
io la quota la pago, sono convinta che l'esistenza dell'ordine sia importante ed indispensabile per la nostra categoria professionale dato che il nostro ruolo spesso non compreso né conosciuto viene bisfrattato... è stata una grande conquista e pertanto va tutelata e coltivata...
Sono anche convinta e tendenzialmente incavolata ogni qual volta chiedo sostegno all'ordine come assistente sociale per far rispettare l'operatività del nostro ruolo di professionisti laureati, per far rispettare il codice deontologico, per evitare il burn out, per sentirmi anche solo sostenuta nella mia ricerca di adeguati strumenti per affrontare in modo eticamente corretto il dilemma (politico/autodeterminazione)... e la risposta è sempre la stessa: "Mica sei la sola, tutti i servizi sono così, non è nostra competenza..." o ancora meglio la risposta è il silenzio laddove pongo quesiti su situazioni gravose!
Meccanismo di evitamento in atto?
Allora vorrei evitare anche io di versare annualmente una quota solo per poter lavorare, perché dietro quella quota io ci vedo altro, ma l'Ordine che vede?
Dall'altra parte vedo anche una categoria professionale in cui ogni professionista ha come unico interesse quello di coltivare il proprio orticello... e mi sembra un percorso obbligato per ciascun nuovo assistente sociale viversi tutte le fasi che seguono il lutto!
Il Rifiuto: un ragazzo sceglie di fare l'assistente sociale per i motivi più disparati, ma sicuramente ciò che accomuna tutti è l'entusiasmo e la fiducia nella professione. Poi si iniziano a scoprire l'ambiente universitario/il lavoro/i colleghi che ripetono in continuazione "anch'io quand'ero giovane ero così piena di entusiamo...ehhhh" ma la realtà è un'altra cosa! La solitudine... il rifiuto che la realtà possa essere questa e non modificabile!
La ricerca dell’oggetto perso, l’agitazione e in conclusione l'APATIA...
In questo momento sento di aver assunto un ruolo di osservatrice e di ricercatrice... sento la necessità di una comunità professionale, ma non riesco proprio a vederla e non saprei neanche cosa fare anche solo per renderla fattibile nel mio ambiente lavorativo (ci ho provato, ma gli interessi tendono all'individualismo anche per mancanza di fiducia reciproca)! Che amarezza!!!!
Non so se sono riuscita a rendere chiara la mia idea, scusate se sono diventata un tantino prolissa....
Proporrei un altro dilemma....
Viviamo in una società in continua evoluzione e che va necessaraiamente affrontata in maniera dinamica e flessibile evitando di cadere nella staticità e nelle azioni fini a se stesse.
Ci troviamo dinanzi ad un sempre maggior bisogno di progetti innovativi ed al passo con i tempi (e noi ce la mettiamo tutta) ma, non so come, arriviamo ad un punto in cui...il muro; quella politica che dovrebbe assumersi delle responsabilità, scompare.
Dove finiscono le belle parole sulle azioni di concertazione con le amministrazioni locali? :?: :?:
...Non si può contare solo sui progetti, perchè i progetti prima o poi finiscono...
dal messaggio di madi aggiungerei un altro dilemma:
come si conciliano i tempi lavorativi "da precario" degli ass.soc. con la continuità assistenziale che l'utente necessità?
...e ancora...
come dare idea di sicurezza e stabilità quando anche a noi "non precari" ci tengono sempre appesi ad un filo? :x
"...vi appaltiamo i servizi...anzi no...anzi si...ma forse sarebbe meglio una nostra gestione diretta...o forse no..."
Giuro che c'è da impazzire!! :twisted: :twisted: