supervisione tirocini

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Eh, cara Nazg, com'è difficile risponderti. Bob Dylan diceva in una canzone : "the answer, my friend, is blowing in the wind". La traduzione italiana è: "non c'è risposta".

Ma andiamo oltre: parliamo di colleghi che poi, superati (o aggirati) tutti i filtri e giungendo a lavorare, comunque soffrono, perchè si sentono inadeguati. Essi hanno bisogno comunque di essere contenuti o accompagnati verso scelte diverse, almeno per "fare meno danni".

E per fare questo forse la supervisione aiuta: se ne parlava in un articolo apposito su http://www.assistentisociali.org (come si fa il link?).

Anzi, ci sarebbe anche tanto da dire sui supervisori "non positivi" verso gli studenti. Sarebbe interessante sapere chi ha fatto questa esperienza e come l'ha recuperata. Un tirocinio fatto male (per colpa del supervisore) può essere un ostacolo allo studente, ma pure un'esperienza di inadeguatezza del collega. Non a caso molti rifiutano di accettare tirocinanti, perchè sono costretti a "fare da modello" (al che il modello - se c'è- devi buttarlo fuori!!) e a misurarsi con chi è fresco di studi. Insomma, la cosa può essere pure vista al contrario.

Voi che esperienza avete (vista la giovane età dei partecipanti in questo forum)?

Ugo Albano

[quote="ugo.albano"]
Non a caso molti rifiutano di accettare tirocinanti, perchè sono costretti a "fare da modello" (al che il modello - se c'è- devi buttarlo fuori!!) e a misurarsi con chi è fresco di studi. Insomma, la cosa può essere pure vista al contrario.

Voi che esperienza avete (vista la giovane età dei partecipanti in questo forum)?
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Io personalmente ho seguito dei tirocinanti anche se ufficialmente la supervisiore era una collega che lavorava con me.

una delle esperienze è finita in una bolla di sapone...la ragazza non ha più fatto l'esame di tirocinio, è letteralmente sparita. Ma forse è meglio così, una ragazza che aveva un bel po' di casini suoi da risolvere.

La seconda esperienza è stata ottima, una tirocinante sveglia e attiva, che ha deciso anche di fare la tesi legandola all'esperienza di tirocinio e quindi l'ho seguita anche in quella fase per conciliare le sue esigenze con quelle del servizio e trarne vantaggi (abbiamo fatto una bella ricerca sulla rete percepita da alcuni utenti).

Avere dei tirocinanti è un'esperienza arricchente, ti permette di confrontarti, di rivedere anche il tuo modo di lavorare.

Quello che da un lato mi fa "soffrire" è sentire dei colleghi che si lamentano perchè non c'è un contributo economico per i supervisori.

Io la vedo diversamente: i tirocinanti di oggi saranno i colleghi del domani (un futuro prossimo!) e meglio vengono preparati meglio si riuscirà poi a lavorare con loro.

e poi pensateci....potremmo diventare gli utenti dei ns tirocinanti!!!!

Non riesco a essere daccordo con quest'ultima affermazione. Il supervisore dovrebbe avere un riconoscimento economico, in caso contrario il lavoro dovrebbe essere svolto dall'insegnante di tirocinio, inserito anche lui nel servizio. Seguire un tirocinante è impegnativo, richiede tempo, pazienza, spiegazioni a volte elementari per noi e tutto questo tempo è tempo che in qualche modo viene sottratto ai propri impegni e va recuperato. La serietà e la responsabilità non possono essere date per scontate, a volte pretese dalle università. Fare da supervisore, a mio parere dovrebbe essere un dovere di ogni Assistente Sociale, non per dovere morale (non siamo dame di S. Vincenzo, siamo prefessioniste serie e senza tempo da buttare) ma per competenza e, se ogni docente di servizio sociale è pagato, non vedo perchè il supervisore no. Ho fatto da supervisore solo un anno, circa dieci anni fa ed è stata un bella esperienza per entrambe ma decisamente impegnativa in termini di tempo. Da quel momento non ho più accettato perchè non credo sia legittimo chiederci questo sforzo in questi termini di volontariato.

più che d'accordo con ruccio, lo dico dopo aver fatto per anni il tutor e dopo aver coordinato tuti i tirocini presso un ente.

La questione è molto semplice: se il tirocinio è una delle materie (e lo è, dato che dà CCFFUU), ci vuole un "corpo insegnante" selezionato, addestrato e pagato. E' una materia "organizzativamente complessa", perchè, se il "progetto" sta all'università, l'esecuzione sta al tutor ed in mezzo ci sta un bel pò di altro materiale formativo che va gestito.

Se invece è uno "stage", e quindi avviene che si dice allo studente "cercati un buco e portaci alla fine l'attestato che hai fatto x ore (magari a fare fotocopie)", ....e mi par di capire che ora è così, ....allora cominciano ad arrivare all'esame di stato gente competenzialmente vuota. Noi non possiamo far altro che bocciarla, ma è troppo tardi.........

Il problema è quindi di qualità: se il tirocinio è formazione, qesta dev'essere fatta come Dio comanda e con tutor competenti e CAPACI di valutare.

Il tirocinio non è un fatto privato tra studente e tutor. C'è infatto un impegno di non poco ed una ricaduta sull'organizzazione tuttaltro che trascurabile.

Non può essere affidato il tutto al "senso di responsabilità" del collega. E' un problema dell'Università ed è questa che deve provvedere.

Ricordo che i tirocini vengono svolti in base a convenzioni tra Ordine ed Università, quindi sta pure all'Ordine mettere dei punti fermi. Lo dice il DPR 328/2001.......... Sta quindi all'OR, se vuole favorire buone formazioni, gestire la cosa. Per non parlare della formazione dei tutor.......... (che non s'inventa sul momento).....

Insomma, il cerchio si chiude ed è cosa buona riportare le responsabilità a chi di dovere: l'università e l'Ordine.

Ho chiuso da qualche giorno, con l'esame finale, l'esperienza di supervisore di una studentessa di II anno.

E' stata una bellissima esperienza perchè ho trovato una persona rispettosa e disponibile a sperimentarsi.

Credo di averle trasmesso anche la mia "mania" di rapportare la teoria studiata all'università (o appresa nella lettura di una buona bibliografia) e la prassi del lavoro quotidiano.

Infatti nella relazione di tirocinio è riuscita a partire dai principi del servizio sociale, per poi passare agli strumenti dell'assistente sociale, in un'ottica comparativa tra teoria e prassi: una cosa che abbiamo apprezzato sia io che la docente.

Vi pongo una domanda attinente al tema trattato:

se c'è discrepanza tra la relazione finale dello studente e la relazione di valutazione del supervisore cosa dovrebbe fare l'università? Promuovere o bocciare? Lasciar correre o insistere per verificare le competenze acquisite?

Dipende dal regolamento di tirocinio.

Da noi, per esempio, il tutor fa la relazione, ma pure dà il voto. Questo può essere ritoccato del 10% dall'Università.

Quindi se un tirocinante viene bocciato dal tutor, viene bocciato.

Rileggendo questo topic, da studentessa tirocinante al terzo quale sono, non posso che essere felice che vi siano assistenti sociali supervisori che sentono la necessità di chiedersi quale sia la corretta modalità comunicativa e formativa nei confronti di un tirocinante. Significa attribuire importanza e spessore ad un percorso che dovrebbe essere valorizzato al meglio in tutte le facoltà, in ogni città; purtroppo così non è, il tirocinio viene quasi sempre considerato, come qualcuno di voi ha detto, un "accumulo di ore", che in alcune occasioni vengono anche mal spese.

Tirocinante modello, supervisore modello. Quant'è vero, e chissà quanti pensieri scaturiscono nella mente dei tirocinanti e dei loro supervisori, prima di iniziare e durante il percorso intrapreso insieme.

Io personalmente, l'anno scorso, ne ho avuti molti. Ho idealizzato molto il mio tirocinio imminente e soprattutto ho pensato intensamente a quale assistente sociale, ma prima di tutto a quale persona, mi avrebbe accompagnato nel mio tirocinio e mi avrebbe aiutato ad imparare, capire e "sentire" davvero questa professione.

Quanti pensieri, quante speranze. Quando ho incontrato per la prima volta il mio supervisore è stato un momento molto strano. Non so per quale motivo me l'ero sempre immaginata giovane, alta, magra, capelli scuri, con gli occhiali. Invece mi sono imbattita in una donna (45 anni, quindi per carità, giovane anche lei!) di media altezza, corportura anch'essa media, senza occhiali e dai capelli corti marrone scuro, con riflessi ramati.

Insomma, in un certo senso il contrario di quello che mi ero immaginata, ed ho reagito con stupore.

Io sono una persona piuttosto metodica, schematica e quasi sempre molto ordinata, come impostazione. Lei invece odia gli schemi e i programmi,e la sua scrivania è presa in giro da lei stessa e dagli altri suoi colleghi per il casino che c'è sopra :wink: La sua agenda sembra un campo di battaglia, piena di mille colori diversi, appunti, post-it, cerchi, sottolineature e frasi di poeti utilizzate come memento.

E' di una creatività dirompente, sia nella vita, sia nell'approccio con le persone. Io sono di base piuttosto timida e sono carente in quanto creatività. Insomma, in molti aspetti, fin dall'inizio, divergiamo.

Ma si è creata una sintonia insperata tra di noi. Un legame forte e significativo.

E' una persona solare e sempre positiva e con una caratura morale inviadibile. Tiene molto alla cultura, legge sempre molti libri ed ama la diversità nelle persone.

E' da un anno e mezzo ormai, da quando ci conosciamo, che ci scambiamo libri e film, condividendo i nostri pensieri e riflessioni su tantissime cose riguardanti la mia formazione e non.

Dal punto di vista professionale, sono rimasta impressionata dalla sua capacità di approcciarsi alle persone. Sì, perchè per lei non esistono gli "utenti" ma solo persone. Gli assistenti sociali non fanno "indagini" (quelle le fanno i carabinieri, mi dice sempre), ma valutazioni.

Le persone con cui interagisce nutrono per lei profondo rispetto e granda considerazione; anche in situazioni instabili e molto difficoltose si dimostrano sempre grate a lei, e credo davvero che molto dipenda da questa sua attitudine.

Ha grande rispetto per gli altri e riesce sempre ad essere gentile, pur non mancando di "fare il mazzo" (come dice lei) a certe persone che vanno "risvegliate". Ma pure nel suo mazzo, gli altri la rispettano e la cercano continuamente come riferimento saldo e sicuro.

Mi ha stupita da subito per queste sue caratteristiche; nelle dimensioni collettive non si tira indietro ed è combattiva nel difendere le persone che segue, i suoi colleghi, e situazioni di principio che considera immorali o sbagliate.

La sintonia è stata immediata, nonostante questa palese diversità di caratteri che ci contraddistingueva e ci contraddistingue tuttora. Ma quando ho imparato.. Tantissimo.

Fin dal primo anno mi ha fatto seguire colloqui, riunioni e parecchie visite domiciliari, non fancendomi mai mancare i momenti di riflessione insieme, e non solo negli incontri di supervisione, ma ogni giorno del mio tirocinio.

La sua voglia di comunicare con me l'ho sentita da subito,e questo mi ha permesso di sciogliere piano piano la mia timidezza per lasciarmi andare ed esprimere le mie sensazioni e pensieri, con lei come con gli altri colleghi, meravigliosi, dell'ATS.

Ho fatto molte cose, alcune anche in autonomia, e i miei timori chiarissimi ai suoi occhi (non riesco a nascondere nulla) sono sempre stati da lei supportati e ridimensionati, infondendomi la fiducia necessaria per fare un passo alla volta, con consapevolezza.

Ad oggi, al mio terzo anno di corso e secondo - e purtroppo ultimo- anno di tirocinio, mi accingo ad una presa in carico in autonomia, ovviamente accompagnata e supportata da lei in ogni momento.

Immaginate la mia paura. C'è, innegabile. Il timore del non sapere cosa fare, ma soprattutto del COME fare, in relazione soprattutto alle modalità di accoglimento ed ascolto della persona, è grande e sto cercando di prepararmi nel migliore dei modi, con consapevolezza.

Il mi confronto con lei non manca, come non è mai mancato in questo anno.

Ci sentiamo tutte le settimane sia per telefono sia per messaggi telefonici, per condividere riflessioni sul tirocinio, sui convegni ai quali partecipiamo insieme, su miei e suoi pensieri, su prese in giro relative ai nostri caratteri, sui libri che abbiamo letto, sui film che abbiamo visto e che ci sembrano potrebbero piacere all'altra, su spunti di riflessione professionale e culturale in generale (poesie, teatro),sulle attività che svolgo all'oratorio con i bambini, su aspetti riguardanti i suoi due figli adolescenti e sulla mia famiglia.

A forza di sentir parlare dei suoi bambini, mi sembra di conoscerli davvero.

Insomma, temo il mio "salto", ma sono sicura di essere accompagnata da una persona consapevole, preparata ed umanamente cara ed affine a me.

Mi sento molto vicina all'affermazione di Fabio Foglheraiter, un teorico del S.S. che apprezzo molto, la quale dice che agli assistenti sociali serve avere insicurezza operativa per mettersi sempre in discussione e non credere di essere i detentori infallibili della verità assoluta, e sicurezza psichica, legata alla speranza nella buona riuscita di un intervento di aiuto e alla fiducia nella persona e nella sua possibilità di cambiamento, essenziale per esercitare dignitosamente questa professione.

Nel mio piccolo, piccolissimo, vissuto da tirocinante, mi sento davvero vicina a questa affermazione.

Questa è la mia esperienza e risportarvela mi ha fatto piacere, e mi è anche servito per "riguardarmi" meglio di quanto non riesca a fare con le mie sole riflessioni.

Nel mio ATS, un tirocinante ha violato il segreto professionale causando gravi danni all'utenza e al servizio. Per questo motivo concordo in toto con chi ha espresso l'idea che i filtri dovrebbero essere molto più gravi, e anche più numerosi.

Meno male che esiste il tirocinio. Sia per fermare chi non è in grado di affrontare una professione (anzi "mestiere" come dice Lei, il mio supervisore, in quanto l'assistente sociale è un mestiere di artigiano che va curato e tutelato giorno per giorno), sia per avere la possibilità di vivere una base importantissima per la definizione dell'identità professionale nel nostro futuro.

Ad oggi, sono una persona un po' diversa grazie all'esperienza che ho vissuto e grazie all'incontro professionale ed umano con il mio supervisore. E mi sento meglio.

Chi l'avrebbe mai detto che la crescita formativa e personale sarebbero andate di pari passo in questa dimensione così significativa per me?

In un certo senso, ci avevo sperato. E sono contenta di averlo fatto, in quanto credo davvero che avere la speranza e la determinazione giusta serva davvero per far sì che tutto, con il nostro impegno e dedizione, accada veramente.

[quote="Mac"]Rileggendo questo topic, da studentessa tirocinante al terzo quale sono, non posso che essere felice che vi siano assistenti sociali supervisori che sentono la necessità di chiedersi quale sia la corretta modalità comunicativa e formativa nei confronti di un tirocinante. [/quote]

L'Ordine degli AS del FVG crede molto nei tirocini professionali e ha organizzato per l'anno 2011 un corso di formazione per supervisori di tre giornate in collaborazione con l'Irsess.

E' stato chiesto agli assistenti sociali che parteciperanno alla formazione di rendersi disponibili fin da subito a prendere tirocinanti.

Credo che sia un passo importante per unire i due mondi, università e lavoro, e dimostrare quanto sia essenziale formare fin da subito gli studenti, offrendo a loro valide esperienze che li aiuteranno a inserisi meglio poi come professionisti.

[quote="Mac"]Mi sento molto vicina all'affermazione di Fabio Foglheraiter, un teorico del S.S. che apprezzo molto, la quale dice che agli assistenti sociali serve avere insicurezza operativa per mettersi sempre in discussione e non credere di essere i detentori infallibili della verità assoluta, e sicurezza psichica, legata alla speranza nella buona riuscita di un intervento di aiuto e alla fiducia nella persona e nella sua possibilità di cambiamento, essenziale per esercitare dignitosamente questa professione.[/quote]

Ciao Mac, mi potresti fornire l'indicazione del testo a cui fai riferimento?

Complimenti per la tua riflessione, mi sembra frutto di un pensiero autentico, vissuto e ragionato!

Nazg, sono felice che in FVG sia così, e lo si vede chiaramente anche dai molti eventi organizzati intorno a questo ed altri temi inerenti il servizio sociale e la professione, non ultimo l'incontro tra gli studenti di Trieste e i gestori dle portale. Credo davvero che nelle vostre zone vi sia più serietà, o per lo meno più consapevolezza dell'importanza della dimensione formativa, senza nulla togliere ad altre realtà che non conosco.

A Genova tuttora la situazione non fa molto ben sperare per il futuro, da tanti punti di vista; il panorama ligure purtroppo non sente la stessa esigenza formativa nei riguardi dei tirocinanti, e assegna loro un ruolo di "palle al piede". Il risultato di un buon tirocinio dipende quindi molto dalle capacità dello studente e dalla predisposizione del supervisore. Ma appunto, ci vuol un giusto combinato di fortuna e competenze reciproche.

Ciao ventinove, il testo si chiama "Teoria e metodologia del servizio sociale: la prospettiva di rete", di Fabio Folgheraiter, casa editrice è la FrancoAngeli.

E' un libro ricco di spunti di riflessione, utile a mio avviso sia agli studenti sia agli operatori che lavorano già da tempo, in quanto davvero permette di capire questa professione in una dimensione di più ampio respiro, con particolare attenzione all'aspetto del "saper essere".

A me sta servendo molto.

L'argomento che ho citato lo trovi nel capitolo 7.

Ti ringrazio per i complimenti; in realtà credo sia normale rielaborare l'esperienza del tirocinio, soprattutto in prossimità di cambiamenti o traguardi (che poi sono solo altre partenze). Ed in effetti le riflessioni in questo ambito sortiscono sempre l'effetto di aumentare la consapevolezza del proprio percorso formativo, e anche personale, sia in negativo sia in positivo.

E in ogni caso, come in tutte le cose, ci vuole anche una discreta dose di fortuna nel "trovarsi" con le persone, nel tirocinio come nella vita in generale :wink: