Rileggendo questo topic, da studentessa tirocinante al terzo quale sono, non posso che essere felice che vi siano assistenti sociali supervisori che sentono la necessità di chiedersi quale sia la corretta modalità comunicativa e formativa nei confronti di un tirocinante. Significa attribuire importanza e spessore ad un percorso che dovrebbe essere valorizzato al meglio in tutte le facoltà, in ogni città; purtroppo così non è, il tirocinio viene quasi sempre considerato, come qualcuno di voi ha detto, un "accumulo di ore", che in alcune occasioni vengono anche mal spese.
Tirocinante modello, supervisore modello. Quant'è vero, e chissà quanti pensieri scaturiscono nella mente dei tirocinanti e dei loro supervisori, prima di iniziare e durante il percorso intrapreso insieme.
Io personalmente, l'anno scorso, ne ho avuti molti. Ho idealizzato molto il mio tirocinio imminente e soprattutto ho pensato intensamente a quale assistente sociale, ma prima di tutto a quale persona, mi avrebbe accompagnato nel mio tirocinio e mi avrebbe aiutato ad imparare, capire e "sentire" davvero questa professione.
Quanti pensieri, quante speranze. Quando ho incontrato per la prima volta il mio supervisore è stato un momento molto strano. Non so per quale motivo me l'ero sempre immaginata giovane, alta, magra, capelli scuri, con gli occhiali. Invece mi sono imbattita in una donna (45 anni, quindi per carità, giovane anche lei!) di media altezza, corportura anch'essa media, senza occhiali e dai capelli corti marrone scuro, con riflessi ramati.
Insomma, in un certo senso il contrario di quello che mi ero immaginata, ed ho reagito con stupore.
Io sono una persona piuttosto metodica, schematica e quasi sempre molto ordinata, come impostazione. Lei invece odia gli schemi e i programmi,e la sua scrivania è presa in giro da lei stessa e dagli altri suoi colleghi per il casino che c'è sopra :wink: La sua agenda sembra un campo di battaglia, piena di mille colori diversi, appunti, post-it, cerchi, sottolineature e frasi di poeti utilizzate come memento.
E' di una creatività dirompente, sia nella vita, sia nell'approccio con le persone. Io sono di base piuttosto timida e sono carente in quanto creatività. Insomma, in molti aspetti, fin dall'inizio, divergiamo.
Ma si è creata una sintonia insperata tra di noi. Un legame forte e significativo.
E' una persona solare e sempre positiva e con una caratura morale inviadibile. Tiene molto alla cultura, legge sempre molti libri ed ama la diversità nelle persone.
E' da un anno e mezzo ormai, da quando ci conosciamo, che ci scambiamo libri e film, condividendo i nostri pensieri e riflessioni su tantissime cose riguardanti la mia formazione e non.
Dal punto di vista professionale, sono rimasta impressionata dalla sua capacità di approcciarsi alle persone. Sì, perchè per lei non esistono gli "utenti" ma solo persone. Gli assistenti sociali non fanno "indagini" (quelle le fanno i carabinieri, mi dice sempre), ma valutazioni.
Le persone con cui interagisce nutrono per lei profondo rispetto e granda considerazione; anche in situazioni instabili e molto difficoltose si dimostrano sempre grate a lei, e credo davvero che molto dipenda da questa sua attitudine.
Ha grande rispetto per gli altri e riesce sempre ad essere gentile, pur non mancando di "fare il mazzo" (come dice lei) a certe persone che vanno "risvegliate". Ma pure nel suo mazzo, gli altri la rispettano e la cercano continuamente come riferimento saldo e sicuro.
Mi ha stupita da subito per queste sue caratteristiche; nelle dimensioni collettive non si tira indietro ed è combattiva nel difendere le persone che segue, i suoi colleghi, e situazioni di principio che considera immorali o sbagliate.
La sintonia è stata immediata, nonostante questa palese diversità di caratteri che ci contraddistingueva e ci contraddistingue tuttora. Ma quando ho imparato.. Tantissimo.
Fin dal primo anno mi ha fatto seguire colloqui, riunioni e parecchie visite domiciliari, non fancendomi mai mancare i momenti di riflessione insieme, e non solo negli incontri di supervisione, ma ogni giorno del mio tirocinio.
La sua voglia di comunicare con me l'ho sentita da subito,e questo mi ha permesso di sciogliere piano piano la mia timidezza per lasciarmi andare ed esprimere le mie sensazioni e pensieri, con lei come con gli altri colleghi, meravigliosi, dell'ATS.
Ho fatto molte cose, alcune anche in autonomia, e i miei timori chiarissimi ai suoi occhi (non riesco a nascondere nulla) sono sempre stati da lei supportati e ridimensionati, infondendomi la fiducia necessaria per fare un passo alla volta, con consapevolezza.
Ad oggi, al mio terzo anno di corso e secondo - e purtroppo ultimo- anno di tirocinio, mi accingo ad una presa in carico in autonomia, ovviamente accompagnata e supportata da lei in ogni momento.
Immaginate la mia paura. C'è, innegabile. Il timore del non sapere cosa fare, ma soprattutto del COME fare, in relazione soprattutto alle modalità di accoglimento ed ascolto della persona, è grande e sto cercando di prepararmi nel migliore dei modi, con consapevolezza.
Il mi confronto con lei non manca, come non è mai mancato in questo anno.
Ci sentiamo tutte le settimane sia per telefono sia per messaggi telefonici, per condividere riflessioni sul tirocinio, sui convegni ai quali partecipiamo insieme, su miei e suoi pensieri, su prese in giro relative ai nostri caratteri, sui libri che abbiamo letto, sui film che abbiamo visto e che ci sembrano potrebbero piacere all'altra, su spunti di riflessione professionale e culturale in generale (poesie, teatro),sulle attività che svolgo all'oratorio con i bambini, su aspetti riguardanti i suoi due figli adolescenti e sulla mia famiglia.
A forza di sentir parlare dei suoi bambini, mi sembra di conoscerli davvero.
Insomma, temo il mio "salto", ma sono sicura di essere accompagnata da una persona consapevole, preparata ed umanamente cara ed affine a me.
Mi sento molto vicina all'affermazione di Fabio Foglheraiter, un teorico del S.S. che apprezzo molto, la quale dice che agli assistenti sociali serve avere insicurezza operativa per mettersi sempre in discussione e non credere di essere i detentori infallibili della verità assoluta, e sicurezza psichica, legata alla speranza nella buona riuscita di un intervento di aiuto e alla fiducia nella persona e nella sua possibilità di cambiamento, essenziale per esercitare dignitosamente questa professione.
Nel mio piccolo, piccolissimo, vissuto da tirocinante, mi sento davvero vicina a questa affermazione.
Questa è la mia esperienza e risportarvela mi ha fatto piacere, e mi è anche servito per "riguardarmi" meglio di quanto non riesca a fare con le mie sole riflessioni.
Nel mio ATS, un tirocinante ha violato il segreto professionale causando gravi danni all'utenza e al servizio. Per questo motivo concordo in toto con chi ha espresso l'idea che i filtri dovrebbero essere molto più gravi, e anche più numerosi.
Meno male che esiste il tirocinio. Sia per fermare chi non è in grado di affrontare una professione (anzi "mestiere" come dice Lei, il mio supervisore, in quanto l'assistente sociale è un mestiere di artigiano che va curato e tutelato giorno per giorno), sia per avere la possibilità di vivere una base importantissima per la definizione dell'identità professionale nel nostro futuro.
Ad oggi, sono una persona un po' diversa grazie all'esperienza che ho vissuto e grazie all'incontro professionale ed umano con il mio supervisore. E mi sento meglio.
Chi l'avrebbe mai detto che la crescita formativa e personale sarebbero andate di pari passo in questa dimensione così significativa per me?
In un certo senso, ci avevo sperato. E sono contenta di averlo fatto, in quanto credo davvero che avere la speranza e la determinazione giusta serva davvero per far sì che tutto, con il nostro impegno e dedizione, accada veramente.