Penso che MartySociale si riferisca all'ideologia fascista, che risponde ad una logica accentrata che si fonda sull'onnipotenza.
Io credo che l'oscillare tra impotenza ed onnipotenza costituisca un gran problema per gli assistenti sociali. Studiando e poi successivamente lavorando si imparano tante cose che permettono di individuare metodi, approcci, strategie per lavorare in modo adeguato con le persone e con il loro disagio. Ma poi non sempre tutto questo può essere agito...Le motivazioni sono molteplici, prima fra tutte il fatto che l'assistente sociale non è una persona che agisce singolarmente, ma la maggiorparte delle volte risulta inserita in contesti organizzativi più ampi (che sia un ente privato o un ente pubblico) e ad essi deve rispondere e, molte volte, sottostare. Da qui un primo lato dell'impotenza.
Poi c'è da considerare che egli spesso non lavora da solo, ma insieme a colleghi ed altri professionisti, e quindi ciò comporta la mediazione tra diversi saperi che non sempre porta a soluzioni attuabili, o a soluzioni del tutto condivise dall'assistente sociale in questione, che quindi, anche qui, si sente impotente perchè non riesce, seppur di fronte ai suoi colleghi, a far valere ed applicare il suo punto di vista.
Un altro aspetto dell'impotenza, quella che credo a volte generi la frustrazione maggiore, è quella relativa alla mancata condivisione della persona rispetto al progetto di intevento che si è pensato per lei. In una certa situazione si potrebbe essere riusciti a comprendere l'esatto problema e soprattutto la persona bisognosa d'aiuto, e magari si è riusciti anche a intravvedere una possibile soluzione al suo problema, ma la persona in questione non è del nostro stesso avviso e ci ostacola.
Oppure, anche in presenza di consenso e partecipazione, non si riesce ad arrivare alla risoluzione del suo disagio; nonostante tutto l'impegno che si è agito, ci possono essere degli aspetti che non permettono il sorgere di una soluzione adeguata. Le risorse ci sono tutte, ma il problema si ripresenta sempre, segno che qualcosa inevitabilmente non funziona e non si riesce a capire come risolvere questa situazione. Questo genera frustrazione e senso di impotenza grande, soprattutto perchè si è ben consapevoli che più tempo passa più il disagio potrebbe complicarsi.
L'onnipotenza dal canto suo credo sia anch'essa abbastanza diffusa e piuttosto normale, non tanto nella categoria assistenti sociali, quanto in generale nella categoria "genere umano".
Ma qui, l'onnipotenza nel sociale, è più specifica... Potrebbe significare la convinzione dell'assistente sociale di essere in qualche modo la persona incaricata di risolvere, sempre o comunque, determinate situazioni di disagio. Il termine "assistenza" rievoca una dimensione legata all'attenzione mirata e solerte verso una persona in stato di bisogno, e talvolta questo senso del dovere può portare a degli "eccessi di dovere", che in qualche modo offuscano il senso del limite del professionista. E generano anche molta frustazione, perchè si crea un sovraccarico non indifferente...
E' un po' come quando l'operatore, in una sorta di visione salvifica del suo lavoro, assume su di sè tutti i compiti e in generale le "cose da fare" nell'ambito di una relazione professionale. Nonostante vi siano altre persone da coinvolgere (in primis la persona stessa visto che sappiamo che l'intervento sociale si attiva solo quando vi è condivisione del percorso e collaborazione tra a.s. e persona, ma anche tutte le altre persone della cossiddetta "rete" che potrebbero aiutare a sviluppare l'aiuto di cui si ha bisogno), l'assistente sociale sente su di sè la responsabilità del dover fare, e del dover fare tutto lui, con conseguenze perlopiù negative...sia perchè non si sviluppa l'empowerment della persona, che non sarà quindi mai in grado di fronteggiare le sue difficoltà in modo autonomo, sia perchè è facile che ne derivi il bornout dell'assistente sociale.
Credo che molto spesso l'onnipotenza derivi dal fatto che si confonde il lavoro sociale con il lavoro psicologico, che è di per sè caratterizzato dalla direttività operatore-persona; infatti il rapporto è simmetrico (uno di qua uno di là) e la soluzione arriva da una parte sola (dallo psicologo), che è una sorta di "dispensatore di soluzioni" che la persona riceve passivamente. E' l'ottica medica, insomma.. Il lavoro sociale invece si basa sulla condivisione continua del percorso, e le soluzioni ai problemi vengono "costruite" passo a passo dall'interazione tra l'assistente sociale e la persona. Questo meccanismo è molto più difficile...si deve creare una buona base di fiducia reciproca e ci deve essere una comprensione tra i due interlocutori, cosa che richiede tempo e parecchie energie. Forse anche per questo a volte si cade dell'onnipotenza, perchè, magari anche inconsapevolmente, si vuole cercare una soluzione meno difficoltosa, che però non arriverà in questo caso se l'assistente sociale farà tutto da solo e sarà convinto che il suo agire sia il migliore e l'unico possibile.
Chi si chiude alla condivisione, si chiude all'apprendimento e questo è sempre negativo, soprattutto nel lavoro sociale che deve essere sempre rinnovato, modificato ed adeguato ai tempi che cambiano velocemente.
Certo l'onnipotenza potrebbe non essere del tutto negativa, se la si intende come credere ciecamente nelle potenzialità dell'intervento sociale e avere fiducia in esso. Andando avanti negli anni, molta di questa "carica" negli assistenti sociali svanisce, ed è anche comprensibile perchè le situazioni di disagio in ogni caso inducono spesso a rassegnazione se non giungono ad una soluzione. E questo è in ogni caso un lavoro che è in contatto quotidiano con le sofferenze, ed è quasi inevitabile sentirne il peso.
La carica vitale, la speranza che tutto possa andar bene se vi è l'impegno e la serietà giusti, credo sia molto importante e quindi molto positiva, e non negativa.
E' un problema l'oscillazione tra i due poli impotenza ed onnipotenza, e anche questa situazione di instabilità genera frustrazione, proprio perchè ci si sente in balia di forze più grandi di noi.
Questo succede già nella vita di tutti i giorni, figuriamoci poi in un lavoro del genere, che presuppone il contatto con problematiche di non facile soluzione.
Non so se si riuscirà mai a risolvere questi problemi; credo però che una buona ipotesi di aiuto possa essere la condivisione quotidiana di ciò che proviamo e delle difficoltà che incontriamo con i colleghi e con altri professionisti di cui abbiamo stima, in modo che ci aiutino a mantenerci in equilibrio quando non siamo in grado di farlo da soli.
Che ci permettano di non perdere le speranze e la motivazione in questo lavoro che in modo naturale derivano dall'impotenza, e che ci aiutino a vedere i limiti che noi non riusciamo a vedere. D'altronde, come le persone che cerca di aiutare, anche l'assistente sociale stesso talvolta ha bisogno d'aiuto e va sostenuto, supportato ed a volte anche frenato.
Oltre al confronto quotidiano con gli altri, credo sia utile anche la consapevolezza di tutto ciò. Che non è cosa da poco. Sapere che l'onnipotenza, intesa in senso "accentrativo", genera una serie di problemi sia per la persona che abbia di fronte, sia per noi stessi e il nostro lavoro, credo sia un punto iniziale per evitare di cadere nel problema.
E anche se poi ci si cade, e può succedere, visto che siamo tutti umani e possiamo sbagliare, se si è consapevoli di tutto ciò, si è in grado di individuarne le cause e agire su esse.
La riflessione sulle cose aiuta sempre.
Come dice Alessandro Sicora (nell'ambito di un interessantissimo seminario sull'errore nel servizio sociale che ho seguito due mesi fa): "non commettere errori è come voler raggiungere la linea dell’orizzonte; la meta è irrealistica, ma la migliore destinazione è la crescita personale e professionale attraverso la creazione di nuovi occhi per guardare in maniera più penetrante la realtà e nuove mani capaci di dar forma a interventi di aiuto efficaci e densi di senso."