attualmente non lavoro, per scelta mi dedico alla famiglia e studio psicologia. Per lavorare devrei prima omologare il titolo, dovrei dare degli esami in piú e per ora il mio obiettivo é la psicologia, non potrei fare tutte queste cose. la mia aspettativa viene concessa solo in caso di trasferimento del coniuge all'estero. É sicuramente incompatibile con un lavoro a tempo indeterminato mentre non so per quello determinato (non mi interessava e non mi sono informata), l'ufficio personale mi ha detto di avvisarli nel caso lavorassi. se decido di tornare sí, devono riprendermi. tra l'altro mi hanno sostituito con una di ruolo (se é un'aspettativa lunga, e la mia é di 5 anni, si puó fare).
l'AS italiano e l'albo: e se si lavora all'estero?
Salve, non ho capito bene, magari mi sono perso qualcosa.Io risiedo all'estero da 3 anni e da un anno circa sono iscritto all'Aire a Londra. Vorrei sostenere l'esame di stato in Italia e iscrivermi all'Ordine. E' possibile sostenerlo nella prossima sessione?
Ciao, ma cos'è che non hai capito esattamente? Comunque non ho idea come funziona per gli iscritti all'Aire. Probabilmente tu puoi sostenere l'esame di stato in qualsiasi sede tu decida in Italia, ma per la successiva iscrizione all'albo regionale di residenza scatta il grosso dubbio!
Informati presso l'Ordine nazionale degli Assistenti sociali e magari poi facci sapere...
Io sono già iscritta all'albo della mia regione di residenza in Italia e continuerò a pagare l'iscrizione qui. Nel momento in cui mi iscriverò all'Aire (ma è obbligatorio?) ci penserò.
guarda, sull'AIRE ti posso rispondere che sono un'esperta (cosí come sulla convalida di titoli di studio o esami all'estero). Non é obbligatorio ma é consigliato. Non c'e' un obbligo di legge e non c'e' nessun reale vantaggio. Il problema é che se lasci la residenza in Italia, é molto probabile che alla lunga te la tolgano perché irreperibile (magari non ti trovano per il censimento, o per notifiche varie). Anche il rinnovo dei documenti (passaporto ecc.) puó tranquillamente essere fatto in un consolato italiano all'estero anche a un non iscritto all'AIRE. Francamente mi chiedo anche a cosa serva questo AIRE :D anche perché pare sia l'ennesima italianata (credo che nel resto d'Europa non esista, ma devo ancora verificare, comunque sicuramente in Germania non esiste). In ogni caso, avere la residenza in Italia non é incompatibile con averla all'estero, infatti io sono regolarmente residente nel Comune di Barcellona E ho la residenza in Italia. Comunque questi legittimi quesiti, che saranno sempre piú comuni perché adesso c'é piú mobilitá internazionale, dovrebbe essere in grado di risolverli l'Ordine.
OK grazie mille. no, scusate più che altro diciamo che sono immerso in una fase di confusione..il fatto è che ho intenzione di chiedere il riconoscimento del titolo di assistente sociale qua in Inghilterra, per poter lavorare come assistente sociale. il problema è che per avviare il riconoscimento pare che siano avvantaggiati coloro che sono ufficialmente "assitenti sociali". In Italia appunto, a differenza dell' Inghilterra e di altri paesi che dopo la laurea e il tirociniio occore chiedere solo l'iscrizione al loro ordine nazionale, noi dobbiamo sostenere un esame di stato, prima di..
Io risiedo in Inghilterra da un pò ormai e per questioni di comodità con i vari servizi amministrativi, mi sono iscritto all'aire e a differenza tua, la mia residenza è qua a Londra e solo qua, non nel mio comune di provenienza.
Non vorrei, insomma, trovarmi nella situazione di limbo, dove per via della mia iscrizione all'aire non possa sostenere l'esame di stato in Italia e al contempo non poter iniziare l'iter di riconoscimento del percorsoperchè comunque non sono ancora ufficialmente assistente sociale.
PS:
questa Unione Europea, si rivela anche in queste cose, più un concetto di propaganda economica e finanziaria che un vero e proprio spazio comune. le professioni sono un aspetto importante, altro che processo di bolognae velocizzazione del riconoscimento dei titoli. vedremo questa riforma degli ordini cosa porterà.
Ho vissuto anche io all'estero per cinque anni, ai miei tempi - con l'entrata in vigore del DPR 14/1987 - mi sono ritrovato (ed eravamo in tanti all'estero) con un titolo di studio non più valido dalla sera alla mattina. Dall'estero capire che cavolo succede in Italia è un bel problema, vista l'italica (brutta) abitudine delle istituzioni a non rispondere. Vi lascio immaginare il "senso di appartenenza" dove andava a finire....
Devo dire che il "pensiero ricorrente" di chi vive all'estero è sempre quello: amore-odio verso la madre Patria. Amore perchè si hanno radici e storia nel Belpaese, odio perchè per campare bisogna andarsene. E' un "dissidio identitario" che conosco, che mi fece fare allora la grossa cazzata di tornare in Italia. Non l'avessi mai fatto. Molti colleghi, invece, con cui ho ancora rapporti, ci sono rimasti e di ritornare non ne hanno proprio voglia.
La questione "albo si e albo no" dipende dal progetto di vita di ognuno. Come sapete, il progetto migratorio, oltre che "materiale" (si va dove c'è il pane) è identitario. Ancorpiù se si hanno figli: occorre DECIDERE dove voler vivere leggendo la realtà. In tal senso, se si vuole vivere nel paese x o y, una volta fatto conviene stabilizzare il proprio percorso in quel luogo. Secondo me il "lasciarsi una via di fuga" aperta (cioè verso l'Italia) mi pare perdente, oggi come non mai.
guarda, non me lo dire a me... ho toccato con mano.... non solo ti fanno dare esami in piú per riconoscere il titolo, ma io non ti dico il sangue che ho sputato per studiare qui... in quanto avevo finito un anno di psicologia e volevo continuare senza buttarlo... alla fine diciamo che l'ho spuntata solo perché sono tenace, ma ho dovuto fare traduzioni giurate, pagarle salate, stressarmi... il problema é che Bologna non ha risolto nulla, perché i piani di studio sono diversissimi. Ad esempio: psicologia e servizio sociale in Italia sono 3+2 per 300 crediti totali, in Spagna sono 4 anni a ciclo unico per 240 totali... Solo le professioni mediche hanno una relativa facilitá di convalida, o per lo meno non devono integrare esami, peró devono comunque fare la trafila...
Concordo con Ugo che se ora il tuo progetto é lí, ti conviene fare le pratiche lí e non infognarti con l'Italia.
per me, Ugo, é piú dubbia la cosa perché mio marito ha comunque (per ora) un lavoro a termine, anche se molto lungo. Noi abbiamo chiaro che vogliamo o restare qui o spostarci in Europa ma non tornare in Italia, peró sai, non si sa mai... io per ora viaggio dietro a lui e non ho nulla in mano... e chiudere la finestra italiana, ovvero mollare definitivamente un posto fisso in Comune, con l'aria che tira, é abbastanza folle... so che prima o poi lo dovró fare ma prima vorrei avere qualche prospettiva piú certa, per lo meno finire l'universitá e poi avere un titolo (o di psicologo o di a.s. - omologandolo- o tutti e due) spendibile comunque... ma concordo con te che l'Italia é lontana, anzi io non ho neppure la mancanza delle radici, forse perché anche in Italia mi sono sempre spostata e perché in Spagna ci sono tantissimi italiani e c'e' 'u sole e 'u mare.... non lo so... :lol: sta di fatto che non rimpiango nulla, anzi, vedo una grossa differenza in termini positivi... mi spiace ma io non sono il comandante che affonda con la sua nave, sará egoismo ma mi salvo io e soprattutto voglio offrire qualcosa di diverso ai miei figli e giá il fatto che parlino 3 lingue é un grosso valore....
Grazie e grazie Dott. Albano ,le sue sono parole forti, ma dentro di me so che sono vere. devo solo avere il tempo di elaborarle. Io tengo una finestra aperta considerando anche il fatto che fra una decina d'anni magari le cose saranno ancora più "Europee" e ci sarà la possibilità di poter lavorare e spostarsi con ancora più facilità. ma ho bene in mente che al momento in Italia non si può tornare, la situazione sta diventando estremamente precaria, il discorso occupazionale sta,se pensiamo al meridione,arrivando a dei livelli di "distruzione generazionale". i giovani dai 18 ai 30 sono completamente, non solo non considerati, ma trattati male, offesi insultati e derisi nella loro dignità professionale e umana. c'è da arrabbiarsi tanto considerando soprattutto che il livello culturale e le realta clientelari stanno completamente azzerando anche le possibilità di dare un senso alle nostre formazioni. visto che moltissime università sono completamente immerse in certi meccanismi e una laurea presa al sud è completamente diversa da una laurea presa al nord.e ogni 5, 6 anni che si fa..una nuova riforma,un nuovo conteggio di crediti, una nuova formazione..
il problema però rimane sempre, io non capisco cosa si sta inseguendo, che modello?
con l'indebilimento della pubblica amministrazione, con il passaggio da "stato" a "privatizzazione" neoliberista sociosanitaria, mi chiedo ma quale sarà il futuro dell' A.sociale? saranno capaci le riforme di dare un "campo di lavoro" reale??c'è veramente una confusione incredibile..
grazie per l'attenzione.
Caro Davide,
le Sue parole mi hanno molto colpito. Infatti il problema non è "c'è o non c'è lavoro", bensì come un sistema inefficiente e clientelare (quale è l'Italia) snaturi il senso stesso dello stato sociale.
Non è solo questione di politica e di baronie universitarie: è pure una PALESE INCAPACITA' degli assistenti sociali di LEGGERE LA REALTA'.
Ancora oggi si insegna all'università un welfare che non esiste. Ancora oggi i colleghi disoccupati aspettano il "concorso". Ancora oggi non siamo capaci di vedere i mille spiragli lavorativi che il settore privato, in qualche modo, offre. Ancora oggi, quando leggo le riviste professionali o quando vado ai convegni, me ne esco sempre con questo pensiero "ma questi quà dove vivono"? E' a mio modo di vedere emblematico il fatto che, da quando è nato, il nostro Ordine nazionale ha sempre avuto un presidente pensionato....significherà qualcosa?
Se alla fine noi che studiamo in Italia ci troviamo paradossalmente meglio all'estero, ciò è segno che da noi la professione è morta. Io di cadaveri ne vedo tanti in giro...... Lei pensi che io, da ex sindacalista, sono d'accordo con l'abolizione dell'art. 18, solo che consiglierei al premier di iniziare proprio dal pubblico impiego e, se lo posso suggerire, proprio dagli assistenti sociali. Il paradosso è che il "cambio radicale" debba venire non dalla sinistra, ma da un liberista come il prof. Monti della Bocconi.....
Stiamo parlando di cose su cui all'estero si parla tanto, ma non in Italia. Stiamo parlando, ad ogni caso, un linguaggio incomprensibile alla maggioranza dei colleghi. Meno male che almeno questo forum ci ospita...................
volevo anzitutto dirle Dott. Albano che leggo i suoi articoli e apprezzo molto la sua capacità critica e libera di esprimersi. Ho letto molti suoi interventi e devo dire che lo spirito battagliero e non-pregiuiziale che lei esprime mi rende ottimista!purtroppo è raro fra professionisti del suo calibro, soprattutto considerando la disponibilità con cui si confronta con giovani come noi. Allora,prendo spunto da ciò che lei racconta, per supportarlo. racconto brevemente la mia esperienza, magari qualcuno capisce a cosa cosa mi riferisco. Io ho 30 anni, con un curriculum che considero ricco e pieno di esperienze in Italia, all'estero, lauree,tesi comparate, volontariato all'estero, frequento un master, tirocini all'estero, esperienze di anni in italia nelle cooperative, percorsi di analisi personale ecc). insomma mi piace il sociale. L'anno scorso ho deciso di fare l'esame di stato, in un università del meridione: una delle esperienze più tristi che io abbia mai vissuto, nonchè esplicativa della pericolosa e sconfortante arretratezza culturale con cui oggi si lavora nel sociale. in commissione sedevano alcuni ass.sociali che hanno deciso, poi ho scoperto, di non ammettermi "a priori"( la mia prima laurea è in sc. dell'educazione) indipendentemente dalle cose che sono state dibattute negli scritti e nell'orale.( ho passato entrambi gli scritti, l'orale non dico tutto ciò che è successo).
Io ovviamente posso sostenere l'esame di stato, avendo per legge, tutto in regola esami di Serv. Sociale fondamentali compresi ma non ho la triennale che ho in un certo qual modo fatto rientrare in un duro piano di studi in specialistica. Pensi che mentre io parlavo di "società liquida",neoliberismo e smantellamento del welfare,privatizzazione e marchetizzazione dei servizi nel territorio e lavoro sui casi in chiave di quasi-mercato (ho fatto tirocinio anche all'estero, una tesi comparativa con un paragone tra codici deontologici tra Italia e UK, insomma molte cose nuove...) le risposte di alcuni commissari si sono concentrate su domande tipo : "i modelli del servizio sociale", "la programmazione sinottica e centralizzata", il modello di progrm. degli anni 70/80!! vedevo e mi accorgevo che molti di loro, esclusi i prof che però non erano ass. sociali ma sociologi, non sapevano di cosa parlavo.
vabbè a parte il tentativo corporativo, tipico clientelare/massonico di chiudere le porte a chi ha un percorso di base diverso da puro ass sociale, anche se non capisco visto che io ho sostenuto tutti gli esami fondamentali di Serv. sociale nel biennio successivo, ma quello che colpisce è come noi siamo in mezzo a riforme di crediti, meccanismi clientelari di chiusura al mercato del lavoro da parte di vecchi 60 enni, mentalità arretrata di analisi del sociale, irresponsabilità valutativa non controllata con la dovuta accuratezza da organi indipendenti come l'ordine, professionisti che trattano casi ma che non sanno niente di sistemi informatici,di problmeatiche sociali come culturale neoliberista della finanza, smantellamento del welfare, counselling e terapia breve strategica ecc ecc...rinchiusi in una vecchia scrivani di un comune del meridione, questi signori addiriturano ironizzano in sede d'esame su percorsi variegati e formazioni europee.. "ma lei lo conosce il codice deontologico italiano o conosce solo quello inglese??" sono uscito dall'esame con le gambe che mi tremavano, sopratutto perchè vedevo gettati all'aria tanti anni di sarifici e soldi e vedevo come in realtà mi sbattevo contro un muro.
il governo monti, la riforma del mercato del lavoro è una mano europea per allineare l'italia al resto della tribù. premesso che io non concordo con quasi niente, mi riferisco al processo di smantellamento del welfare, politiche sociali neoliberiste, azzeramento dei diritti sociali dei lavoratori, azzeramento del ruolo dei sindacati ecc ecc sa cosa penso??
che vista la situazione attuale di clientilismo da pubblica amministrazione, purtoppo siamo arrivati al punto che la cura di un neomercantilismo montiano e draghiano sia ahimè L'UNICA strada per levare dalle palle questi vecchietti cche stanno davvero rovinando quel poco che è rimasto!!
dal basso, dal welfare e dalle politiche sociali di una sinistra vera e sociale (non quella dei partiti dalemiani ovviamente) dai dibattiti su giustizia locale e redditi di cittadinanza, non solo non è stato costruito un bel niente, ma è stata data e si continua a dare l'illusione di un dibattito politico e sociale che è assolutamente falso, corrotto e pericoloso.
c'è da arrabbiarsi?? certo da arrabbiarsi. c'è da studiare e c'è da capire...ma purtroppo c'è anche da vivere e portare avanti un progetto di realizzazione professionale. con i mulini a vento..non è sempre salutare lottare..
la ringrazio davvero per i suoi spunti dott. Albano.