Non lo so, Tabellina.... credo che se non si cambia dal basso come categoria generale, non si cambia... la sociologia ci insegna che non sono le leggi a far cambiare la cultura, ma é la cultura a produrre le leggi... la realtá sociale é costruita, non é statica e oggettiva. Una buona cosa potrebbe essere che i giovanissimi laureati cominciassero a emigrare all'estero come giá fanno da anni i tecnici. Formarsi altrove e poi magari tornare e portare nuove esperienze e nuove prassi. Per esempio. Ma questa é solo una tessera del puzzle. E chi se ne va poi difficilmente ha voglia di tornare, perché alla fine sta troppo bene dove sta! se mi viene qualche altra idea te la dico!
Servizi alternativi per situazioni di povertà?
Eh, la variabilità di genere nel lavoro è un bel tema. Esistono infatti aspetti professionali "intercambiabili", ma anche prerogative che sono invece tipiche dei maschi ed altre tipiche delle femmine.
Ma è un tema spinoso. Basti pensare che qualche sociologo del lavoro ci ha pure teorizzato, ma non è facile parlarne. Io ci provo "di passaggio" nelle mie formazioni sull'autoimprenditoria, ma ogni volta scatta (con una platea femminile) la ribellione.
E' che ci si fraintende su queste cose. Da una parte è giusto avere gli stessi diritti, d'altra parte è saggio accettare che - in termini prettamente psicologici - maschi e femmine sono diversi. Per esempio rispetto al potere o al servizio, rispetto all'ascolto o alla direttività.
Lo stesso "aiuto", che è il nostro campo, richiede sia normatività (tipicamente maschile) sia accoglienza (tipicamente femminile).
Pure le neuroscienze ci dicono che, se al maschio funziona meglio il lobo sinistro (quello razionale), alle femmine funziona meglio quello destro (quello creativo).
Si può parlare di "aiuto maschio" e di "aiuto femmina"? C'è un parallelo tra la genitorialità (maschile/femminile) e l'aiuto? Secondo me si.
E' come tra marito e moglie: più che dire che siamo intercambiabili, forse è meglio riconoscere che certe cose riescono meglio ai maschi ed altre alle femmine.
Anche il modo di articolare il pensiero (che è l'operazione che interviene scrivendo su questo forum) è così: noi maschi siamo "seriali", voi femmine "trasversali", noi seguiamo il "cosa" si dice, voi più facilmente il "come".
Uh, ma com'è che siamo finiti su quest'argomento???
Mi è piaciuta moltissimo l'apertura di questo topic. Belli gli interventi, interessanti, formativi. Lo esplicito: mi sono piaciute molto le sollecitazioni di Davide, poi un intermezzo poco pertinente ha bloccato la riflessione.
La discussione ha poi ripreso ossigeno grazie all'intervento di Pallaspina.
grazie ad entrambi.
All'inizio la sollecitazione che ha dato inizio al topic mi ha fatto venire in mente una notizia che avevo letto poco tempo fa e che mi aveva colpito ve la riporto:
A Novara, un nuovo welfare a bassa soglia. RedattoreSociale.it
MILANO – Si chiama “Una famiglia per una famiglia” il nuovo modello di welfare “a bassa soglia” che ha iniziato ieri a Novara la sua fase sperimentale. Dopo Torino, Ferrara, Verona, Parma e Como il progetto di fondazione Pandeia e sostenuto con 50mila euro da fondazione De Agostini, sbarca anche nella provincia piemontese. L’idea è quella di mettere in contatto due famiglie, una in difficoltà e una disposta ad aiutarla, per fare in modo che nasca una relazione informale, che possa contribuire a migliorare la vita del nucleo in difficoltà. “Aiutare senza dividere” è lo slogan della campagna. Lo scopo, evitare che delle situazioni che potevano essere risolte con un minimo aiuto arrivino al punto in cui il Tribunale è obbligato a chiedere l’allontanamento del minore, perché i suoi genitori non sono più in grado di badargli.Il finanziamento di fondazione De Agostini per l’avvio del progetto a Novara verrà diviso in due tranche. La prima, servirà a sostenere i 15-18 mesi di fase sperimentale. Se al termine di questo periodo Fondazione Pandeia avrà raggiunto i suoi target, allora il progetto potrà andare avanti. “L’ultimo rapporto della fondazione Zancan sulle povertà indica che il tessuto sociale si è impoverito in Italia – spiega il Fabrizio Serra, di Fondazione Pandeia -. L’idea è che la rete offerta dalle famiglie possa evitare che certe situazioni precipitino”. Il contributo può andare dall’aiutare a far studiare i figli, fino a gestire insieme le finanze familiari: tutto sempre mantenendo un ruolo di parità, condizione improponibile in un sistema tradizionale. Lo spirito è sempre quello informale, d’amicizia, vincolato però a un patto che le due famiglie stringono all’avvio del progetto. Una quota del finanziamento è destinata alle famiglie che offrono un aiuto: “Sarà un forfait in media di 2! 00 euro al mese, la metà di quanto è previsto per l’affido”, spiega Fabrizio Serra di fondazione Pandeia. Altra voce di spesa, il tutoraggio delle famiglie: “Sarà affidato alle associazioni, mentre il ruolo dei servizi sociali sarà quello di verificare i risultati”, aggiunge Serra. “Pensiamo che questo modello vada articolato a seconda delle realtà perché ogni territorio ha già in pancia tutte le risorse”, precisa. Si tratta solo di metterle in rete nel modo migliore. Fondazione Pandeia sta continuando a lavorare dietro le quinte per diffondere sempre di più questo modello di welfare in Italia. Sono soprattutto le città del centro e del nord quelle in lizza per entrare a far parte della fase sperimentale. Perché piace l’idea di un servizio sociale “leggero”, dove assistente e assistito si trovano a un livello di parità. E soprattutto, dove dopo la fase d’avvio il progetto può autosostenersi.
Ora mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate di questa tipo di "welfare a bassa soglia".
Soprattutto da Davide, ma anche da pallaspina, da Ugo a da tutti gli altri.
Grazie.
Sarah
Carissima, questi secondo me sono i "nostri" interventi. E ti diró di piú, sono interventi che nel resto d'Europa si fanno da anni. Io ho seguito uno di questi progetti per il mio ente, quando lavoravo in Italia. Sono interventi molto utili, funzionano, sono a costo quasi zero.... ma... richiedono tanto, tanto, tanto, tanto e tanto lavoro e che l'operatore si metta in gioco davvero tanto e scenda dalla cattedra. Premetto che a me fu affidato il progetto perché non lo voleva nessuno e, per seguirlo, non mi é stato tolto manco un caso dal mio carico di lavoro (e oltre ai casi del territorio, coordinavo un progetto nomadi). Il che é tutto dire. Per seguire questo progetto facevo tantissime riunioni con le psicologhe che collaboravano con noi, con le famiglie disponibili, con i colleghi che avevano in carico i casi. In una parola: tra progetto nomadi e questo, facevo VERAMENTE il mio lavoro e questo mi ha permesso di vivere con molto ossigeno quei due anni. Il problema é che, se devo essere onesta, di tutto il gruppo dei 15 assistenti sociali, forse solo una credeva in questo progetto. In generale, non ci si credeva perché si riteneva poco professionalizzante (sic, invece é professionalizzante erogare contributi economici....), si riteneva che per affiancare quei casi ci volessero operatori specializzati e non famiglie comuni, si riteneva che poi le famiglie "tutor" dovessero seguire alla lettera i nostri dettami e non ci si fidava della loro autonomia... addirittura, c'era chi si fregava le mani della serie "gli appioppo la famiglia e non ci penso piú". Per ultimo ma non meno importante, si affettava con il coltello una grossa invidia verso la persona dell'a.s. (ovvero me stessa) che, suo malgrado, aveva accettato il progetto in aggiunta a tutto il resto, e quindi spesso non era in ufficio perché occupata a promozionarlo in giro per la provincia. Devo aggiungere altro? :lol:
personalmente credo molto in questo tipo di progetti. la pedagogia di comunità incontra il servizio sociale professionale, la sua programmazione per progetti e il suo lavoro all'interno delle istituzioni. apre le istituzioni e gli uffici dei comuni al lavoro di comunità al lavoro locale: perno fondamentale nella mia visione di servizio per il sociale.
c'è un lavoro di prevenzione, c'è un lavoro di responsabilizzazione sociale, c'è un lavoro di potenziamento di rete e di empowerment individuale e di gruppo.
ho lavorato quasi 3 anni con la doppia diagnosi come pedagogista, in un servizio a bassa soglia. ambito difficilissimo, i classici "dimenticati" dalla società. eppure tutti pensano a questo tipo di problematiche solo in chiave riparativa quando invece bastava entrare nel momento giusto e forse molte sofferenze e costi si sarebbero evitati.
in questo progetto ci sono visioni di politica comunitaria socialista, vecchie già da prima della seconda guerra mondiale e da prima che lo statalismo istituzionalizzante del servizio sociale come "controllo" operasse.
ora con la crisi si riscoprono certi passaggi "informali" e meno male direi.
come dice pallaspina all'estero è una modalità di lavoro già presente da anni, in Inghilterra per esempio da pochi anni a questa parte si cercano di coinvolgere famiglie e persone single con progetti di fostering ed è nata una vera e propria foster career. Talvolta con casi in affido, talvolta con brevi periodi di offerta di alloggio. Non necessariamente con casi segnalati ai servizi.
sí, diciamo che il nocciolo di questo lavoro é lavorare con la comunitá PRIMA e SENZA che i casi arrivino al servizio. Invece di piantarsi in ufficio ad aspettare il "caso", si va sul territorio a lavorare per costruire una mentalitá. Questo implica spesso non essere assolutamente capiti e condivisi dagli amministtatori politici, che non vedono al di lá del loro mandato di 4 anni e che preferiscono raccogliere consensi a breve termine (e quindi, erogare prestazioni). Osservando come lavorano qui dove sono io (Barcellona), dove da anni sono sensibili al lavoro di rete e di comunitá, vedo peró che la popolazione é per natura tesa verso il "pensare comunitario". Ossia, é una cultura tesa al "condividere", non solo beni ma esperienze di vita, educazione dei figli (per esempio, ogni scuola, pubblica o privata, offre la "escuela de padres", incontri piú o meno formali rivolti alle famiglie per coinvolgerle nelle tematiche educative; ogni quartiere ha le sue biblioteche super-organizzate, ludoteche e spazi gioco... e non é nemmeno una delle nazioni europee piú sensibili in questo). Questo non lo vedevo in Italia, in generale, dove predominava una visione abbastanza individualistica della vita, o almeno quello che di comunitario c'era in passato, si era completamente perso negli ultimi 20-30 anni. Quindi mi chiedo: di chi é la vera responsabilitá della cultura comunitaria? ma forse sono un pó uscita dai binari....
Grazie ragazzi,
a me ha stimolato molto la notizia perché nonostante la mia formazione di base da Assistente Sociale ho poi lavorato ed approfondito maggiormente l'animazione socio culturale e di comunità. Pertanto se parliamo di sviluppo di comunità mi sento "chiamata in causa" anche se la mia area di lavoro ha sin ora riguardato soprattutto le persone anziane.
Vi chiedo ancora un contributo; visto che fate riferimento ad esperienze di altri paesi, potreste segnalarmi qualche articolo per un approfondimento, possibilmente in italiano :( (lo so è un grande limite), ma in caso contrario mi attrezzerò per tradurre :roll: ...
Cara pallaspina, mi colpisce molto la tua situazione... sai, io ho una cara amica di Barcellona lei è assistente sociale ed ha lavorato li per parecchi anni poi una serie di "avventure" l'ha portata in Italia, ma qui cerca di lavorare come educatrice, strana a volte la vita! :)
A presto
Sarah