Percorso anomalo

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Congratulazioni, Federica. Non ti nascondo un pizzico di invidia, non perché voglia fare l'assistente sociale (che Dio me ne scampi), ma per la propositività, l'ottimismo e l'energia già rilevata da Ugo. Se io avessi la metà delle tue forze e del tuo entusiasmo avrei già da tempo mandato a quel paese tutto e tutti, ma purtroppo anni di conflitti e sofferenze mi hanno forgiato negativamente e oggi sono disincantato, pigro e fraccomodo.

Purtroppo da ragazzo i miei genitori hanno frapposto una marea di ostacoli alle mie aspirazioni e anche quando mi sono emancipato, mediante un processo piuttosto burrascoso, non sono riuscito a realizzare quasi nulla di quanto avrei voluto. Prima mi sentivo condizionato da loro, poi ho percepito il peso dell'età che avanzava e ho cercato di recuperare il tempo perduto e comunque sistemarmi il prima possibile, a costo di fare un lavoro che non mi piacesse. Se prima la famiglia mi ha materialmente impedito di seguire le mie ambizioni, dopo sono stato io ad autolimitare le mie scelte, assumendo decisioni sostanzialmente dettate dalla necessità di soddisfare l'esigenza di affrancamento economico e di stabilità. Del resto l'idea di intraprendere il percorso per diventare assistente sociale, in illo tempore, da ciò discendeva.

Oggi professionalmente non mi sento per nulla realizzato, ma paradossalmente sono sereno e sovente mi interrogo, ma puntualmente pervengo alla conclusione che è meglio così piuttosto che rischiare di giocarmi quel poco di serenità che finalmente sono riuscito a conquistarmi, arrivata peraltro quando meno me lo aspettavo (anzi ero convinto che non ci fosse oramai più nulla da fare).

Ogni tanto penso che dovrei mollare tutto e inseguire i miei sogni fregandomene dell'età, e questo è accaduto ad esempio ieri, quando mi sono ritrovato a leggere il curriculum vitae di un professore ordinario di università che sfoggiava orgogliosamente la sua laurea conseguita oltre i trent'anni, ma poi la parte razionale di me prevale, faccio un sacco di calcoli e rimango laddove sto.

Eppur talvolta penso che ho già buttato via metà della mia vita e almeno dovrei provare a recuperare la seconda parte.

:cry:

Vi ringrazio Ugo e Indeciso per le belle parole, sono commossa!

Effettivamente non è facile uscire dalla propria zona di comfort (una professione che si padroneggiava bene) e porsi nella condizione di dover imparare tutto, dipendendo dall'aiuto delle colleghe, accettando l'idea di poter compiere errori, portando alla massima potenza l'attenzione e la memoria (che non è più quella dei 20 anni) perchè nulla sfugga in questa prima delicata fase...

Se poi questa fatica è diretta a svolgere una professione che i più (anche gli addetti ai lavori) giudicano "da pazzi" ("farsi materasso delle sfighe del mondo" come dice una mia amica, ex collega) c'è materiale in abbondanza per un bravo strizzacervelli! :D

Fatta questa premessa sulla probabile psicopatologia che sta dietro a questa inquietudine, che mi fa porre sempre nuovi obiettivi e traguardi da raggiungere, che mi impegna in progetti in cui cerco un senso che altrimenti faticherei a trovare nella quotidianità (bisogno di evasione?), patologia certa se questa progettualità è diretta a svolgere la professione di assistente sociale (bisogno di riparazione?) - ma su questo per fortuna ho una brava analista :D - provo ora a riflettere sul mio percorso.

Dopo aver fatto l'educatrice per un breve periodo, ho avuto il privilegio di lavorare sempre a supporto di altri professionisti: quando ero in Provincia, lavoravo per offrire dati di conoscenza e sostegno formativo ai diversi operatori di base in campo sociale; in Comune come pedagogista, la guida e l'aiuto erano diretti agli educatori degli asili nido. Negli ultimi 15 anni, dico scherzando, ho guardato gli altri lavorare. Sono stata nelle retrovie.

Oggi, con la situazione del welfare attuale, mi sembra che non sia più possibile permetterci tutta questa retroguardia e nel mio ente c'è un bisogno assoluto di operatori sul campo, di prima linea. Così ho scelto di scendere in trincea, a fianco degli assistenti sociali in affanno, una di loro. Non lo considero un demansionamento, ma la possibilità di sperimentare finalmente quanto ho lungamente elaborato (studiando ed osservando altri).

Una cosa però non vorrei perdere, del mio precedente posizionamento. Uno sguardo per così dire allargato sul campo di battaglia, per continuare la metafora. Non vorrei che la vicinanza ai problemi rendesse il mio sguardo miope, chiuso. Per questo ritengo essenziale continuare a studiare. I riferimenti teorici sono una stella polare che guida il cammino, il quale rischierebbe altrimenti di girare in tondo. Sono un riferimento ideale, certo, a partire da cui cercare mediazioni quotidiane con la dura realtà. Ma senza questa idealità, la motivazione si spegne e cede il passo al pessimismo, se non al cinismo. Per questo ho scelto la Cattolica (turandomi il naso :D ), perchè nel Relational Social Work vedo una possibilità di far evolvere la professione fuori dal pantano attuale.

Altra risorsa essenziale è il confronto tra colleghi, quello costruttivo, creativo e non la lamentela collegiale.

Ho trovato in questo forum e in altri luoghi, virtuali e reali, splendidi assistenti sociali "pensanti" con cui è un piacere scambiare opinioni, anche scontrandosi a volte, ma sempre con stima e rispetto. Mi piacerebbe che questo forum fosse più partecipato, ma forse sono antica perchè oggi il confronto avviene sui social, da cui resto volontariamente estraea...

Ecco, Ugo, come vedi ho già iniziato a confessarmi! (non vorrei però che questo topic diventasse un blog personale, quindi ben vengano altre "confessioni" come quella, apprezzatissima, di Indeciso).

Ma sai, mettersi a nudo non è facile, poi alla nostra età..... Ma questo forum serve appunto a questo. La differenza tra un social ed un forum risiede nel fatto che si possono tentare dei discorsi sui forum, mentre sui social ci si limita ad uno scambio di frasi. E' pure una caratteristica anagrafica: noi "vecchi" siamo abituati ad argomentare, i giovani solo a scambiarsi battute. Ma questo è tutto un altro argomento.....

Io credo molto in una "personalizzazione" del modo di lavorare come punto di forza: nonostante per gli Enti (e pure per gli Ordini) siamo "tutti uguali" (spesso "al ribasso") in verità nel lavoro relazionale non lo siamo. I c.d. "utenti" ce lo restituiscono, eccome. Tu come pedagogista lo sai: ci sono maestre e maestre, la competenza, l'attenzione pedagogica ed anche l'innovatività dipende dalle singole storie.

Il fatto di essere stata nelle retrovie ti ha abituato a "pensare", cioè a tener ben presente lo schema di lavoro migliore. Ciò è una grande cosa, il problema è però che ti ritroverai probabilmente con colleghe che, per il burnout di cui soffrono, hanno da anni inserito il "pilota automatico": lavorare senza pensare. Quindi va bene questa sana abitudine al pensiero e alla riflessività, stà attenta però alla ricaduta del tuo ingresso sulle colleghe e specialmente su quelle apicali: in poche parole, se sono più ignoranti di te, ti faranno guerra fino al mobbing.

Sappi entrare "prendendo le misure" e - mio consiglio - facendo dei patti sul tuo stile riflessivo con chi comanda. D'altra parte se tu porti competenze strutturate ed il tuo ente ti butta in trincea con le ragazzine di primo pelo, beh, fatti suonare qualche campanello d'allarme.

Io credo molto nel bisogno di "cambiare" nella vita lavorativa, ma la realtà italiana del "posto fisso" funziona - ahimè- al contrario, col paradosso di considerare le competenze e la professionalità nemiche. Ciò anche per via di una Dirigenza (figlia del posto fisso e dei contentini elettorali) incapace di management sulle risorse umane, nonostante i decenni di master e le tonnellate di direttivi del Dipartimento Funzione Pubblica. Alla fine a chi vuole "cambiare" resta solo un "sopravvivere".

Sto preparando una docenza (che mi hanno commissionato) sull'assistente sociale alternativo. Sto quindi snocciolando il tema focalizzando, nel nostro Paese, il bisogno di innovatività da una parte, ma realtà lavorative (come quelle pubbliche) che scoraggiano il miglioramento. Ci vorrebbe una vera rivoluzione: licenziare tutti e cominciare dacapo. Ma nessuno lo vuole, in fin dei conti, e quindi i cadaveri continueranno a vagare fino al compimento del 67 anno di età per i servizi....

Va bene studiare, come fai tu seguendo la LM alla Cattolica. Alla nostra età bisogna però iniziare ad insegnare, cara Federica. E' quello che penso leggendo libri di servizio sociale scritti da tanti professori che mai sono stati in un servizio e che, in fin dei conti, ignorano ciò che insegnano. Ed infatti l'impreparazione dei neocolleghi fa paura. Ecco, io un pò di energia ti inviterei a spenderla lì. E' questo l'augurio che ti faccio.....

Un abbraccio!

[quote="Federica72"]Per questo ho scelto la Cattolica (turandomi il naso :D )[/quote]
Perché turandoti il naso? Rimanendo a Milano avresti preferito la Bicocca? Secondo me la Cattolica del Sacro cuore è un'ottima scelta, molto meglio della Bicocca.

Non so se nei corsi di laurea magistrale sono obbligatorî degli esami di teologia, ma nel caso lo fossero sono quelli che ti dànno noia? Non mi risulta che in Cattolica si faccia indottrinamento, anzi quando padre Agostino Gemelli la fondò ebbe problemi con le gerarchie ecclesiastiche in quanto si trattava di un ateneo laico e afferente all'alveo dell'ordinamento universitario italiano, laddove le università cattoliche (e in particolare tutte quelle già presenti in Italia al tempo) erano tradizionalmente pontificie (la Lateranense, la Salesiana, la Gregoriana rilasciano titoli di studio di diritto pontificio, non automaticamente validi in Italia, mentre la Cattolica, la UniHSR, l'UCBM e l'UER rilasciano titoli accademici italiani, sebbene a quelli della Cattolica sia riconosciuto valore anche in Vaticano, ove peraltro non esiste un vero e proprio valore legale dei titoli di studio così come lo intendiamo noi). Poi secondo me il lavoro sociale deve avere una guida etica, che certamente non si apprende in un corso presieduto da una mentecatta sessantottina che ha fatto un video riparatore per difendere la Fedeli dalle sue menzogne.

Eccomi, sono passati 6 mesi...

Per sopravvivere ho dovuto accettare qualche compromesso, ma sostanzialmente sono soddisfatta di quanto sto imparando, vivendo e facendo. Sono stati 6 mesi molto intensi, difficile fare sintesi.

Nel mio servizio c'è stato un cambio al vertice: la PO era dimissionaria e hanno chiesto a me di sostituirla. Ho rinunciato (però Ugo ti ho pensato, e sono stata contenta che qualcuno abbia riconosciuto le competenze "strutturate" ma ero nel servizio da solo un mese e poi voglio fare l'assistente sociale almeno per un po').

Ho stima per la nuova PO e mi sento ricambiata da lei. Ho instaurato una relazione speciale con alcune colleghe che sento particolarmente vicine ma con il gruppo intero il confronto non è sempre facile.

Nello squallore generale degli ambienti ho iniziato una rivoluzione silenziosa portandomi degli arredi da casa e abbellendo il mio ufficio. Ho riempito gli scaffali di libri e la bacheca di volantini relativi ad eventi formativi, attirando la curiosità di qualche collega (e immagino l'ironia silenziosa di altre) ma qualcuna mi ha imitata.

Sto cercando di coinvolgere la responsabile in qualche iniziativa del CROAS per rompere lo spaventoso isolamento in cui si trova il nostro servizio (non siamo in contatto neppure con l'UdP che pure ha sede nel nostro Comune); sarebbe bello avere qualche scambio con altri servizi di tutela minori per un confronto sulle metodologie. Il lavoro è spaventosamente intenso. Avendo girato più uffici di due diverse PA non mi è mai capitato vedere impiegati pubblici lavorare con questi ritmi. Certamente con c'è una corretta distribuzione dei carichi tra servizio sociale e gli altri servizi comunali! Il tempo per la riflessività è necessariamente compresso e gli strumenti professionali sono grezzi e limitati per esigenze di celerità. Ciononostante è possibile metterci un po' di umanità.

L'Università sta andando molto bene: la tassa dell'esame di Teologia è stata pagata (non è quello che mi fa turare il naso!) e con le 150 ore mi sto ritagliando una mattina di lezioni alla settimana (oltre al sabato).

Dopo la sessione estiva di esami inizierò a pensare a stage e tesi, su cui ho moltissime e cangianti idee.

All'insegnamento non penso affatto Ugo. Forse dopo i 50 anni :D

Ci aggiorniamo tra 6 mesi!