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Il caso dell’Albania e dei Paesi dell’est europeo

La struttura dell’organizzazione albanese si è modificata nel tempo. La presenza di prostitute albanesi in Italia, e nello specifico a Genova, risalente agli inizi degli anni ’90, riguardava ragazze molto giovani, spesso minorenni, che venivano reclutate in Albania da singoli o gruppi ristretti di familiari.

Era una struttura molto semplice, poco articolata, che spesso vedeva quale attore principale, il fidanzato che proponeva alla ragazzina giovane e ingenua di seguirlo in Italia a trovare fortuna per avere la possibilità di sposarsi, mentre la reale intenzione era quella di immettere la propria fidanzata nel circuito del sesso commerciale, usando la violenza a volte davvero spietata come strumento coercitivo.

«Una volta giunti in Italia, tuttavia questi si trasforma in un aguzzino, quasi sempre spietato, mettendo la ragazza di fronte ad una realtà dura e carica di violenza, inizialmente accettata, non senza dolore, per un mix di ragioni nel quale i confini tra l’amore e la paura si confondono» (Abbatecola, 2005: p. 107)

Lo sfruttamento si basa su un rapporto tra uomo e donna caratterizzato da violenza e dal ruolo subordinato rispetto all’uomo che la donna riveste. Infatti in Albania la donna è una proprietà, del padre prima e del marito poi. La ragazza albanese quando si sposa passa dalla dipendenza dal padre e dai fratelli maschi, alla dipendenza dal marito, che su di lei ha addirittura diritto di morte, un diritto che gli è riconosciuto dalla famiglia della moglie secondo le regole del kanun.

Il kanunè un codice di consuetudini promulgato nel 1450 le cui norme non hanno valenza giuridica pur essendo rispettate come tali, che regolano la condizione della donna, il lavoro dell’uomo e quello della donna, il matrimonio e l’organizzazione sociale.
«Secondo questo codice, la donna si trova in una condizione di sottomissione assoluta. Una norma di questo codice, ad oggi frequentemente citata dagli e dalle albanesi, afferma che la donna è "un piccolo otre fatto per sopportare pesi e fatiche"» (Abbatecola, 2005: p.109)

Inoltre la donna non può avere rapporti sessuali se non nell’ambito del matrimonio e, una volta persa la verginità, qualora si ribellasse alle condizioni dettate dal marito verrebbe etichettata e rifiutata.
Questa inferiorità socialmente accettata della donna rispetto all’uomo, ha agevolato e "legittimato" il crearsi di forme di sfruttamento connotate da aspetti di violenza e coercizione difficilmente ritrovabili in altri contesti.
Si pensa che possa esservi un elemento di complicità tra sfruttatore e famiglia, a volte succede che il padre venda la figlia o i fratelli vendano la sorella.

Nel corso degli anni questo tipo di organizzazione è andata modificandosi ed evolvendosi fino a diventare una struttura orizzontale ramificata di tipo clanico. (Abbatecola, 2005: p. 113)

Nel nord dell’Albania, più povero e arretrato, si concentrano i clan che hanno una funzione di governo e che sostituiscono le istituzioni. Questi clan, detti fis in Albania, sono formati da famiglie o comunque da gruppi parentali, e beneficiano della connivenza di una polizia complice e corrotta. Questo tipo di struttura è regolata da una scala gerarchica che vede ai propri vertici le famiglie considerate più importanti.
I clan sono ramificati sul territorio e i suoi componenti sono interscambiabili (Abbatecola, 2005: p. 116); in questo modo si rendono possibili eventuali spostamenti delle ragazze.

Siccome lo sfruttamento della prostituzione è stato per il racket albanese una forte forma di guadagno, questa rete criminale ha potuto in seguito investire anche in altri canali criminali come quello del traffico di armi, di droga e l’attività di trasporto di clandestini.

«Questo ingente flusso di denaro torna in parte al paese d’origine, dove il potere dell’organizzazione si consolida anche grazie a una ricchezza ostentata» (Abbatecola, 2005: p.118)

Questo tipo di sfruttamento prevede una sorta di "carriera" per le prostitute più abili, che possono rivestire un ruolo di controllo delle altre ragazze, oltre ad altre attività quali la raccolta dei guadagni giornalieri, la contabilità e il budget domestico. (Monzini, 2002: p.73)

Dopo alcuni anni, quando ormai le ragazze albanesi erano a conoscenza di cosa succedeva alle loro connazionali emigrate in Italia assieme a fidanzati o fratelli e il numero delle denunce a carico di sfruttatori albanesi aumentò in modo allarmante, la rete criminale albanese spostò la propria attenzione verso le ragazze dei paesi dell’Est Europeo, desiderose di scappare da una situazione di estrema povertà e spesso di gravi problemi familiari. Le ragazze dell’Est sono più consapevoli del loro destino di prostitute e lo accettano più passivamente.

«Il passaggio dalle albanesi alle ragazze dell’est europeo segna sostanzialmente anche un cambiamento del fondamento del rapporto tra sfruttatore e sfruttata, dal momento che cambiano le modalità di reclutamento: mentre prima era mediato dalla relazione di tipo amoroso, oggi, salvo eccezioni, le ragazze sono prevalentemente adescate facendo leva sul bisogno e la necessità e poi vendute in veri e propri mercati. Dalla "vittima-fidanzata" si passa così alla "vittima-merce"» (Abbatecola, 2005: p. 121)

Spesso queste ragazze vengono controllate dalle albanesi che hanno fatto "carriera", cioè da quelle donne legate agli sfruttatori che, magari continuano a prostituirsi, ma che sono salite nella scala gerarchica della rete criminale in quanto non si sono ribellate. Questa ascesa comporta l’acquisizione di alcuni benefici tra cui la possibilità di prostituirsi in modo più autonomo e meno degradante (spesso passano dalla prostituzione esercitata sulla strada alla prostituzione gestita in appartamenti) ma soprattutto acquistano il privilegio di poter trattenere una parte dei guadagni.

Per quanto riguarda la tratta delle ragazze dell’est:
«Il reclutamento avviene generalmente tramite conoscenti o amici, molto spesso donne, che intuiscono il desiderio di una vita diversa e fanno leva su questo proponendo soluzioni all’apparenza facili» (Abbatecola, 2005: p. 124)

Altre modalità di reclutamento riguardano il rapimento e gli annunci. Comunque vengano reclutate le ragazze, l’Albania è la sede di smistamento delle stesse, sede in cui vengono comprate e avviate alla prostituzione.

Le rotte del viaggio possono presentare differenze tra i diversi casi, a volte le ragazze vengono condotte in Albania via terra da mediatori, spesso russi, che le vendono a sfruttatori albanesi, i quali le imbarcano clandestinamente sui gommoni alla volta delle coste italiane, dove poi le vanno a prendere personalmente o incaricano qualcuno della rete di farlo al posto loro. Una volta arrivate in Italia, le ragazze raggiungono in treno le città di destinazione dove eserciteranno la prostituzione sotto lo stretto controllo dei protettori albanesi. Altre volte invece le ragazze dell’est raggiungono l’Italia solo dopo numerose tappe, ed è proprio qui che vengono comprate dagli sfruttatori albanesi che saranno poi i loro capi. Questi lunghi viaggi prevedono molteplici acquisti e vendite delle vittime della tratta che si concludono solamente nel paese di destinazione, in questo caso l’Italia, in cui vi sono numerose zone considerate dei veri e propri centri di smistamento.

La rete di sfruttamento è ramificata su un territorio molto vasto che comprende Russia, Ucraina, Moldavia e Romania e non riguarda solo il racket albanese ma organizzazioni di diverse nazionalità legate ad esso.


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IL FENOMENO DELLA TRATTA - Estratto dalla tesi di Laurea

A cura di:
Serena Giusquiami
Creation date : 2007-01-14 - Last updated : 2010-01-31

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