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Il burn-out dell’assistente sociale

Ma che cos’è il burn-out? Le definizioni sono diverse: due famosi studiosi del tema (Maslach e Leiter), lo definiscono come un’erosione dell’anima, un deterioramento che colpisce i valori, la dignità, lo spirito e la volontà delle persone. Il burn-out è quindi una condizione di malessere collegabile a difficoltà di controllo dello stress di vita sia per eventi esterni alla persona, sia per connessioni a conflitti interni irrisolti. Il burn-out è quindi uno stato di malessere psico-fisico che può condurre ad una vera e propria malattia (la si definisce non a caso sindrome, in quanto assomma a sé tutta una serie di sintomi); i suoi stessi effetti si assimilano a quelli tipici da iperstress: esaurimento delle capacità fisiche ed emozionali, sviluppo di atteggiamenti cinici, freddi e distaccati nelle relazioni quotidiane, senso di inefficienza ed inadeguatezza, sviluppo di disturbi psicosomatici e tendenza alla chiusura su se stessi.

Premesso quanto sopra, c’è da ipotizzare che l’assistente sociale, alle prese con quotidiane relazioni sociali con portatori di bisogni, sia a forte rischio di burn-out in quanto spesso non è predisposto, né formato, ad una autoanalisi personale quale presupposto per un corretto rapporto di aiuto, diversamente, per esempio, dagli psicoterapeuti; da una parte le particolari tematiche trattate nel lavoro, dall’altra la stanchezza accumulata in anni di lavoro, se sommate a personali crisi di vita - più che lecite per ogni essere umano - rappresentano i requisiti di un probabilissimo burn-out.

Il burn-out dell’assistente sociale ha quindi un doppio binario di interpretazione sia sul versante eziologico che su quello delle conseguenze (connesse alle ipotesi di "rimedio"):

  1. strettamente personale. L’assistente sociale è professionista dell’aiuto, interviene tramite la relazione secondo appropriate metodologie di intervento che ne definiscono il ruolo, al fine di evitare rapporti di aiuto patologici (sostituzione, proiezione, delega, ecc.); requisiti di un buon assistente sociale sono quindi sia una buona preparazione di base che un buon equilibrio personale. Egli non è un essere perfetto, ma un essere come gli altri; essendo egli "operatore" di benessere, deve però essere prima di tutto equilibrato ed attento al proprio star bene per saper poi gestire il benessere altrui. Importante per raggiungere questo obiettivo è la formazione, intesa non solo come l’acquisizione di tecniche, bensì come la capacità di saper gestire il ruolo professionale, mediare con l’organizzazione, codificare la professione in modo attivo, dinamico, anche teorico, con forte attenzione ai propri vissuti personali (Albano, 2000). L’eventuale burn-out personale, se si ha almeno consapevolezza di esserne vittima, richiede, per essere superato, interventi di supervisione, se non di psicoterapia individuale.
  2. connesso all’organizzazione. L’assistente sociale è spesso inserito in una organizzazione, egli quindi è coinvolto nelle dinamiche interne (funzioni, rapporti con la gerarchia ) ed esterne (immagine pubblica, prestazioni ai clienti) e ne vive conseguentemente in modo più o meno passivo le difficoltà. Egli vive di fatto una discordanza tra la natura del lavoro (esecuzione delle politiche dell’Ente) e la natura della professione (autonomia gestionale negli interventi di aiuto). Lamenta sofferenza per sovraccarico di lavoro a fronte di un aumento di attività, limitazioni di risorse e diminuzione di colleghi; esplicita mancanza di controllo sull’attività svolta, venendo spodestato dai processi decisionali e frustrato nelle sue capacità; recrimina di non essere opportunamente ricompensato per il lavoro svolto sia sul piano economico che su quello di riconoscimento del ruolo, così come si diceva prima; vive una crisi del senso di comunità e di appartenenza con i colleghi di lavoro; lamenta una non equità nel trattamento da parte dell’organizzazione, vivendo egli quindi una disconferma del suo valore; vive un conflitto di valori tra i requisiti del lavoro offerto ed i valori personali e della professione. Un tale burn-out è imputabile al cattivo funzionamento dell’organizzazione, la quale deve farsi carico del problema semplicemente perché è suo e specialmente perché il suo persistere comporta comunque elevati costi che ad ogni modo si ripercuotono negativamente sul sistema stesso.

Il burn-out è quindi una sofferenza vissuta, ma inquadrabile in tre aree:

Nasce allora il pericoloso equivoco su cui si richiama l’attenzione: parrebbe scontato a prima vista che il burn-out assuma il significato di "malattia personale", mentre in realtà si tratta di un problema che riguarda principalmente l’organizzazione. Concludendo, quindi, è più che confermato il dato del forte malessere dell’assistente sociale italiano; è un malessere non temporaneo ma strutturale, riveste i caratteri del burn-out e dipende principalmente dal rapporto con l’organizzazione, la quale tenderebbe a contrastare la mission professionale.

Da uno studio qualitativo svolto dal sottoscritto viene confermato un grosso rischio di burn-out. Esso ci fa dichiarare che il gruppo degli assistenti sociali italiani non è in burn-out estremo, ma che una parte preoccupante degli stessi manifesta un burn-out conclamato o segnali di rischio . Resta comunque aperta la correlazione causale tra il malessere percepito nel rapporto con l’organizzazione ed il rischio di burn-out, su cui, però, si hanno già forti indicatori (basta osservare la congruenza del grafico di correlazione). Lo stesso grado medio di esaurimento emotivo registrato dà una prima forte indicazione, la quale esplicita un evidente senso di stanchezza che può far desumere un rischio di burn-out in relazione all’assetto organizzativo, il quale indurrebbe sovraccarico di lavoro. Ad ogni caso il gruppo professionale appare davvero capace di fronteggiare questo rischio tramite strategie di azione e di gestione di ruolo, riducendolo, il che ci fa sicuramente piacere.


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A cura di:
Ugo Albano
Creation date : 2007-04-12 - Last updated : 2010-01-31

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