Non mi permetto certo di generalizzare, cara Schiuma, ognuno ha i propri limiti ed i propri legami.
Mi permetto solo di dire che in Italia la gente è poco "mobile" rispetto al resto d'Europa e che questo aspetto è un handicap. Non lo dico io, ma diversi studi.
Certo che è faticoso spostarsi e vivere di solo stipendio, ma tanti lo fanno perchè vogliono lavorare.
Se io vedo solo le difficoltà e non le chanches dello spostamento e l'effetto di ciò è restare disoccupati,...beh, devo anche accettare che la colpa è mia se sono disoccupato.
Il lavoro lo si cerca, non è che venga da noi. Lo "spostarsi" diviene inoltre una "fatica" che fa crescere. "Spostarsi" è l'aspirazione di ogni giovane d'europa. Da noi un pò meno, mi pare. Ed è un peccato!
Anche un curriculum si presenta bene se il candidato ha fatto esperienze, si è mosso, ha imparato lingue e si è adattato a vivere di volta in volta in contesti diversi.
Un curriculum di un disoccupato si presenta sempre male perchè non esplicita competenze.
Se io devo assumere un assistente sociale guardo subito alle sue esperienze, magari anche poco attinenti. Valuto molto positivamente che "si è dato da fare". Vedo invece come "poco idoneo" un candidato con poche esperienze o con "paraesperienze" (volontariato, servizio civile, stages, disoccupazione,...................).
Io trovo necessario che un laureato, dopo lo studio, lavori. Un laureato che, finquando non trova il suo "specifico", si da da fare, lo trovo degnissimo di lode. Il lavoro fa esperienza, fa guadagnare e crea una posizione previdenziale: cose da adulti!
Come si fa oggi a non lavorare dopo la laurea? Ma se in Italia vengono dall'estero a lavorare e da noi ci sono i disoccupati, permettimi di dire che qualche problema ce l'abbiamo: aspettiamo il "lavoro che fa per noi" e nel frattempo siamo disoccupati.
Se il motivo di ciò è la bassa flessibilità dei giovani colleghi (complici a ciò, a mio parere, le famiglie che non staccano il cordone ombellicale), a me dispiace solo. Con le differenze "culturali" tra maschio e femmina, che -attenzione- consolida una visione "maschilista" della nostra società (femmina a casa e maschio fuori).
La vita è rischio, lo è sempre stata. Il rischio però fa crescere, l'insicurezza e l'iperprotezione no.
Ciò vale per tutti. Dovrebbe valere un pò di più per gli assistenti sociali: quanto è importante, per esempio, aver "fatto la gavetta" per poi poter DAVVERO comprendere gli utenti? Ma come faccio a capire la povertà se io non ho LA MINIMA IDEA di cosa significa un campeggio, un ostello, un cantiere o un retrobottega di un bar o la preoccupazione di "portare il pane a tavola"?
Mi rendo conto che sto dicendo una cosa che a me sta molto a cuore: le nostre competenze professionali non sono solo teoriche o "imparate nei serrvizi", sono specialmente personali e frutto pure delle nostre esperienze in quanto persona. Io ci credo fermamente al fatto che l'utente non vede solo il "nostro habitus", ma "noi in quanto persona". E noi siamo le nostre esperienze.
Ugo