un consiglio...

Sezione: Lavoro · Aperta il

Salve a tutti!

Sono Stefania. Mi sono laureata a marzo ed una settimana fa ho ultimato le ultime due prove dell'esame di stato. Sono finalmente assistente sociale! :D

Come molti ho cominciato a cercare lavoro ma non è affatto facile. Non so da dove cominciare. Ho inviato alcuni curiulum a delle cooperative. Ed ora? Sto ad aspettare un posto come assistente sociale o accetto il primo posto che capita come commessa o barista?

:( vale la pena aspettare? Ho parlato con diverse persone che mi hanno detto che non c'è alcuna richiesta di assistenti sociali nel trevigiano (dove vivo).

guardati intorno anche nelle zone adiacenti alla tua provincia, non desistere nel mandare il tuo CV agli enti, magari offriti per un periodo di volontariato/stage per un ente di tuo interesse.

Urrà! A Treviso stan tutti bene!!! Scusa se scherzo ma mi pare un po' improbabile che una provincia così estesa e popolosa sia a posto come organico nei servizi sociali. Dipende con chi hai parlato, io proverei a sentire direttamente gli enti che ti interessano e le cooperative che operano in zona. Non demordere!

Un consiglio te lo do, ma ben articolato.

Il settore pubblico assumerà sempre di meno mentre quello privato già da anni assume. Piaccia o no, è così.

E' per questo che consiglio di "disimparare" l'imprinting pubblico e buttarsi nel privato.

Nel privato bisogna essere più flessibili, e questo è un bene, specialmente per evitare quell' (assai fastidioso) atteggiamento di onnipotenza molto presente tra i colleghi anziani (sempre pubblici). Ci si candida quindi al privato non solo come assistente sociale, ma anche come operatore, educatore. Poi è sulla competenza che si può tentare la carriera.

Mi colpì molto un colloquio con una collega di Treviso di qualche anno fa: ha fondato una cooperativa di servizio sociale (l'unica in Italia), aveva degli appalti, ma non trovava colleghi disposti a lavorare: costoro, secondo lei, erano in (eterna) attesa del "posto pubblico". E poi, scusa tanto (basta andare in giro per i servizi, ma basta vedere tutte le esperienze che voi giovani riportate per il tirocinio): ma vi piace così tanto questo "pubblico" in cui c'è solo frustrazione?

Guardatevi attorno e iniziate a lavorare. E' uguale come e dove, evitate comunque di "aspettare". Fate esperienze: anche fare la barista (se altro non c'è) è sempre utile per imparare a "servire le persone" (cos'altro facciamo, in fin dei conti, come assistenti sociali)?

Inoltre: finquando siete giovani, spostatevi! Se il lavoro a casa non c'è, ma bisogna spostarsi, fate le valigie e partite. Fatevi esperienza. Noi Italiani (specie al nord) siamo quelli che, in Europa, si spostano di meno, mentre all'estero è cosa normalissima. Dipendenza dalla mamma?

Ah: la cooperativa della collega che cercava (e non trovava) assistenti sociali a Treviso è SocialJob. Cerca su internet, altrimenti la trovi linkata dal mio sito.

Spero di averti dato il consiglio che aspettavi....................

Ugo

Concordo con Ugo, si è ancora e sempre in attesa del posto fisso pubblico e si punta tutto sui concorsi, ma il mondo lavorativo sta cambiando, le realtà è molto diversa oggi rispetto a 10 anni fa quando io ho iniziato (in cooperativa sociale). Bisogna essere flessibili e costruirsi una professionalità spendibile in più settori, studiare sempre, aggiornarsi, cercare di essere flessibili e preparati e agire con senso di responsabilità e in modo serio e onesto. Io poi sono convinta che il lavorare nel privato dia anche molti stimoli e soddisfazioni. Il pubblico per forza di cose è un sistema molto rigido e burocratico dove spesso di perde il senso della nostra professione persi in un mare di scartoffie e di pratiche amministrative che di servizio sociale non hanno nulla.

Saluti

Monica

Soprattutto fatti raccomandare... te lo dice una che per non averlo mai voluto fare si ritrova col suo bel 110/110 con lode buttato nel....

In bocca al lupo!!!!!!!!!

ciò che dice ugo è giusto. mi permetto di dissentire solo su una cosa: basta con questa storia dei bamboccioni che vogliono stare a casa. la realtà dei fatti è che nn ci si sposta perchè, tante volte, il nostro stipendio nn ci permette di far fronte ad un affitto, ecc :oops:

Non mi permetto certo di generalizzare, cara Schiuma, ognuno ha i propri limiti ed i propri legami.

Mi permetto solo di dire che in Italia la gente è poco "mobile" rispetto al resto d'Europa e che questo aspetto è un handicap. Non lo dico io, ma diversi studi.

Certo che è faticoso spostarsi e vivere di solo stipendio, ma tanti lo fanno perchè vogliono lavorare.

Se io vedo solo le difficoltà e non le chanches dello spostamento e l'effetto di ciò è restare disoccupati,...beh, devo anche accettare che la colpa è mia se sono disoccupato.

Il lavoro lo si cerca, non è che venga da noi. Lo "spostarsi" diviene inoltre una "fatica" che fa crescere. "Spostarsi" è l'aspirazione di ogni giovane d'europa. Da noi un pò meno, mi pare. Ed è un peccato!

Anche un curriculum si presenta bene se il candidato ha fatto esperienze, si è mosso, ha imparato lingue e si è adattato a vivere di volta in volta in contesti diversi.

Un curriculum di un disoccupato si presenta sempre male perchè non esplicita competenze.

Se io devo assumere un assistente sociale guardo subito alle sue esperienze, magari anche poco attinenti. Valuto molto positivamente che "si è dato da fare". Vedo invece come "poco idoneo" un candidato con poche esperienze o con "paraesperienze" (volontariato, servizio civile, stages, disoccupazione,...................).

Io trovo necessario che un laureato, dopo lo studio, lavori. Un laureato che, finquando non trova il suo "specifico", si da da fare, lo trovo degnissimo di lode. Il lavoro fa esperienza, fa guadagnare e crea una posizione previdenziale: cose da adulti!

Come si fa oggi a non lavorare dopo la laurea? Ma se in Italia vengono dall'estero a lavorare e da noi ci sono i disoccupati, permettimi di dire che qualche problema ce l'abbiamo: aspettiamo il "lavoro che fa per noi" e nel frattempo siamo disoccupati.

Se il motivo di ciò è la bassa flessibilità dei giovani colleghi (complici a ciò, a mio parere, le famiglie che non staccano il cordone ombellicale), a me dispiace solo. Con le differenze "culturali" tra maschio e femmina, che -attenzione- consolida una visione "maschilista" della nostra società (femmina a casa e maschio fuori).

La vita è rischio, lo è sempre stata. Il rischio però fa crescere, l'insicurezza e l'iperprotezione no.

Ciò vale per tutti. Dovrebbe valere un pò di più per gli assistenti sociali: quanto è importante, per esempio, aver "fatto la gavetta" per poi poter DAVVERO comprendere gli utenti? Ma come faccio a capire la povertà se io non ho LA MINIMA IDEA di cosa significa un campeggio, un ostello, un cantiere o un retrobottega di un bar o la preoccupazione di "portare il pane a tavola"?

Mi rendo conto che sto dicendo una cosa che a me sta molto a cuore: le nostre competenze professionali non sono solo teoriche o "imparate nei serrvizi", sono specialmente personali e frutto pure delle nostre esperienze in quanto persona. Io ci credo fermamente al fatto che l'utente non vede solo il "nostro habitus", ma "noi in quanto persona". E noi siamo le nostre esperienze.

Ugo

Grazie per tutti i vostri consigli.

Proprio in questi giorni sono stata chiamata da una cooperativa per un incarico di 14 ore settimanali in un comune ad un'ora da casa. Ho accettato e sono entusiasta di poter cominciare a lavorare ma facendo bene i conti con i soldi che prenderò a malapena riuscirò a salvare qualcosina a fine del mese (togliendo i soldi della benzina).

Vediamo come va la cosa...