A.A.A. lavorare come Assistente Sociale

Sezione: Lavoro · Aperta il

ho riportato la mia esperienza personale, probabilmente ci sono delle differenze a livello territoriale.

Sono una persona determinata e in un modo o nell'altro, come assistente sociale o con altre mansioni, ho sempre lavorato nel sociale (grazie anche alle cooperative).

Attualmente sto lavorando per conto di una cooperativa a 45 km da casa e sostituisco una collega in maternità (con il medesimo carico di lavoro, monte orario settimanale, le stesse responsabilità, rischi ecc. ecc.) . Non ho visto il contratto della collega ma ho visto la sua busta paga e sono rimasta a bocca aperta quando ho visto una differenza di 500 euro.

Ho parlato di "privilegi" perchè non fa piacere sentirsi dire dal Responsabile di area: "guarda.. non puoi accedere alla formazione interna perchè sei dipendente di cooperativa"

Tutto questo crea "professionisti di serie A e di serie B"...

Mi inserisco in questa "calda" e "sentita" discussione.....

mi fa piacere che molti di voi siano ancora ottimisti e così determinati, certo non bisogna mai perdere la determinazione e la speranza ma, a mio parere, a volte è molto difficile!!

Si parlava di cercare lavoro all'inizio nel sociale, attraverso le cooperative, non necessariamente come assistenti sociali, ma come operatori, educatori, etc. Bene le cooperative, per lavorare come educatori presso comunit educative, centri diurni etc., chiedono necessariamente laurea in scienze dell'educazione e/o psicologia, servizio sociale escluso!!!!!!!!!!!di quersto sono certa perchè rispondo a circa 50 annunci al giorno in merito e la risposta è questa, molte volte è specificato non si accettano candidature con laurea in servizio sociale.

Poi si diceva: bisogna presentarsi alle cooperative per quello che si sa fare, non bastano i titoli (chissà mai allora si deve fare la formazione continua!!!!), infatti ogni inserzione lavorativa chiede esperienza pluriennale: bene ditemi voi se nessuno di dà l'opportunuità di iniziare come si fa a fare esperienza? e poi si può avere esperienza in 1/2 settori, se si è fortunati, o più che fortuna, lasciatemelo dire, conoscenze....(in modo velato ho visto scritto anche questo nel forum....io non ne ho......), ma non in tutti. Certo all'università si fa solo teoria, ma pratica ben poca, anzi nessuna - si fa il tirocinio, ma in un settore, sperando di apprendere qualcosa e di non fare solo fotocopie... -!!! Qualcuno mi può dire di fare esperienza gratuitamente presso cooperative, associazioni, stage post laurea....certo in un settore però, non si può lavorare gratis per anni per fare esperienza, sperando poi fra 4/5 anni di trovare un lavoro, anche perchè non tutti hanno i genitori che li possono mantenere. Frequentare corsi di aggiornamento, master a pagamento, direbbe qualcuno: primo sempre teoria, teoria, teoria....poi però ti chiedono l'esperienza....poi se si svolge un lavoro alternativo non puoi frequentare i master , magari lontano da casa...!!!Io lavoro attualmente come educatrice con i bambini, penso proprio che non potrò mai fare l'assistente sociale, certo ho espeirenza in questo settore ma non in quello per cui ho studiato!!Non ho ferie per i corsi di aggiornamento, e i miei genitori non mi posspono mantenere mentre io lavoro gratuitamente per fare esperienza.

questo sottolineo è uno sfogo non una critica, se qualcuno mi può dare un suggerimento, come avete fatto a iniziare a lavorare come assistenti sociali (ripeto io non posso fare l'educatore, operatore socio-sanitario, non ho i requisiti), lavorando gratuitamente? (beato chi se lo può permettere). C'è qualche master che qualcuno mi consiglia?sono tutti molto costosi e per esperienze vicine sono inutili, non hanno portato a nessun sbocco lavorativo.

I concorsi pubblici sono pochi, per pochi posti...isomma anche se ci si colloca in graduatoria non si sarà mai chiamati (o qualcuno ha avuto una esperienza positiva?). Poi lavorando è impossibile presentarsi con una prreparazione adeguata, non posso prendere ferie per girare l'italia a provare concorsi pubblici.

Forse ha ragione chi sta andando all'estero...

Grazie.

Sara.

esatto ...

a proposito di concorsi, provate a guardare il testo del bando di questa selezione pubblica già scaduta :shock:

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/60054

Requisiti:

-almeno 9 mesi di anzianità di servizio anche non continuativi e a tempo determinato con rapporto di lavoro subordinato [..] con il profilo di assistente sociale alle dipendenze del COMUNE DI VENEZIA ovvero

- almeno 12 mesi di attività lavorativa anche non continuativi [..] come co.co.co in qualità di assistente sociale con contratto stipulato con il COMUNE DI VENEZIA

- o almeno 18 mesi di collaborazione svolta a qualsiasi titolo [..] per il COMUNE DI VENEZIA in qualità di assistente sociale

-ovvero almeno 24 mesi di anzianità di servizio [..] con contratto di lavoro subordinato [..] nel profilo di assistente sociale alle dipendenze di regioni ed enti locali

:?

ho letto con attenzione molti interventi. secondo me tutti molto sensati.

anche io vorrei inserirmi e proporre un altro punto di vista.

non si può capire la crisi occupazionale degli assistenti sociali finchè non si inquadra la questione a livello identitario.

la crisi occupazionale è una crisi di identità professionale.

io la vedrei simile a quella avvenuta con le proteste degli anni 90. siamo di nuovo lì.

parto da lontano altrimenti non si ha il quadro nel quotidiano?

in pratica..il disegno verso cui si sta andando è quello di distruggere il welfare che conosciamo e renderlo aperto alle dinamiche di mercato globale europeista ( di stampo tedesco). cambiare il welfare keynesiano e inserire l'austerity per lo stato facendolo agire come un'azienda.

per quanto riguarda la politica le riforme dell'ultimo governo hanno addirittura reso esplicito questo disegno in maniera inequivocabile: col pareggio di bilancio in costituzione.

se non si capisce che il welfare oggi e i suoi servizi non sono COMPATIBILI con l'ideologia che sostiene le scelte politiche non si capisce perchè lentamente dagli anni 80 ad oggi le garanzie sociali stanno scomparendo.

non si capisce perchè oggi si parla di LIBERA PROFESSIONE nel servizio sociale.

non si capisce perchè oggi siamo fermi imbabolati con una "conoscenza" e un bagaglio teorico/pratico completamente inadeguato.

noi non abbiamo competenze da esprimere sul mercato. c'è un GAP GRANDE COSI.

chi è l'assistente sociale oggi??? cosa ci hanno insegnato all'università?? cosa c'è scritto nei manuali di principi e fondamenti del servizio sociale??come fare il libero professionista????

no.

non si potrebbe, visto la grande contraddizione etica e l'imbarazzo palpabile con cui non si fa chiarezza su questo.

visto che l'assistente sociale deve perseguire l'ideale di giustizia sociale all'interno di un sistema di welfare e di servizi pubblici. questo è presente in costituzione, nel codice, nella benedetta 328, nel processo di integrazione sociosanitaria ecc.nelle normative regionali, e nei codici e convenzioni interazionali.

ma chi si fa garante in italia di questa mission degli assistenti sociali?? lo stato gli enti locali.

cioè i servizi pubblici che agiscono "nel pubblico interesse".

qual 'è l'idea di "stato" del governo e dell'europa?? quella svuotarlo, ridurlo, limitarlo a pochissime funzioni di sopravvivenza.

che fine farà l'assistente sociale.. ?

lo vediamo nei tre concorsi usciti nell'ultimo mese e mezzo.

c'è un problema però. e da assistenti sociali abbiamo il privilegio di poterlo osservare.

è lo stato con le sue leggi che garantisce la giustizia sociale e quindi l'assistente sociale come perno organizzativo dei servizi di welfare. stato burocratico, mafiocratico,inefficiente, sprecone, assistenzialista.. tutte accuse che allontanano in maniera propagandistica il vero problema.

lo stato e i suoi enti sono l'unica entità nelle democrazie che può garantire giustizia sociale, sanità e servizi sociali.

non certo il mercato e il profitto "solamente". ma con un ruolo pubblico da garante.

ho visto commenti relativi al metodo tavistock, di psicoteraputi, di mediatori familiari, di altre mille corsi che possiamo prendere su mille altre cose.tutto quello che volete, che vogliamo.

ma nei paesi anglossassoni il social worker ha anche una formazione clinica. li si da una possibilità di professionalità diversa..?

in italia si sono aperte centinaia di scuole di counselling. dove era l'ordine nazionale per dire che il counseeling è una funzione dell'assistente sociale per esempio?????

da counsellor professionisti..si può aprire una pratica per esempio..

ho fatto una ricerca su internet, in italia pochissime unversità inseriscono nell'esame di metodi e tecniche le counselling skills.. o percorsi di training pratico.

ma il problema è anche un altro.

in italia, nella sua organizzazione di welfare comunitario, l'assistente sociale NON possiede una natura strumentistico/professionale per fare business. per inserirsi nel mercato, come lo fanno gli psicoterapeuti che lavorano sul singolo.

e c'è una differenza.

mentre nei paesi anglossassoni la società ha avuto il tempo di prepararsi ai cambiamenti strutturali..visto che nascono lì culturalmente, di conseguenza anche le professioni che agiscono nel contesto sociale (universtià scuole enti locali servizi sanità...)

in italia noi subiamo la creazione improvvisa di agende e di nuove strutture sociali dall'esterno!

il contesto sociale non è preparato..monti e i master in sanità della bocconi filoneoliberisti, rientrano in agende politiche lontane dalla realtà sociale culturalmente estranea a queste regole e tempi.

in italia prima si mandano a casa milioni di persone poi forse arriverà la cultura del mercato anche nel welfare...e capiremo cosa vuol dire assistente sociale domani.... QUANDO CI SARA INEVITABILMENTE UN NUOVO DOMANI.

un 'altra cosa.

chi fa servizio sociale privato,, si è sperimentato anni nel pubblico. chi ha la creatività e la strumentistica per capire come funzionano le cose, ha vissuto la professione in un contesto esperienzale pubblico.

e chi ha la laurea breve come fisioterapista per esempio... vi risulta che trovi grandi ostacoli nell'aprirsi uno studio associato con un massoterapeuta e rimanere occupato?? no.è preparato con degli strumenti spendibili.

noi lavoriamo a braccetto con le organizzazioni. che siano cooperative terzo settore sempre fondi pubblici prendono!!

ora, a voglia a parlare di conquistare nuove fette di mercato facendo gli educatori o facendoci conoscere..ma non è neanche etico e corretto..

io sono pedagogista ho visto psicologi e assistenti sociali fare quel lavoro! ma non ci siamo...è una contraddizione in termini.

non si può intervenire con una metodica clinica o sistemica quando serve un approccio olistico.. in italia è tutto cosi..sovraprofessionismo esasperato.. prchè comunque c'è immaturità secondo me.

per concludere, non so cosa voi ne pensiate di tutto questo sinceramente.. io mi sto lentamente facendo un idea ....

credo che affrontare il problema col bisogna sperimentarsi in mille nuovi ruoli sia condivisibile perchè un treno comunque va preso.

all'estero è una soluzione moooolto valida, poi magari rientrare freschi e formati in un'altra società e avere idee.

ma soprattutto...non è giusto solo subire. la creatività può anche essere espressa in maniera collettivamente responsabile non solo individualmente provando a crearsi fonti di business personale.

bisogna anche essere consapevoli della missione che ha la politica nei confronti del welfare.gli assistenti sociali hanno un ruolo anche collettivo...e anche il futuro assistente sociale che lavora per fare profitto...deve tenere a mente questo.

è legittimo secondo voi fermarsi e chiedere cosa sta succedendo???

quali saranno le prospettive future?? cosa ci stiamo a fare nel welfare che hanno in mente??

soprattutto perchè siamo fuori dal mercato occupazionale??

il lavoro è un diritto si, siamo d'accordo su questo??

o sono riusciti anche a farci sentire in colpa se chiediamo il motivo per cui la loro preparazione politica e non sta costruendo un sistema che taglia fuori il 50% della forza lavoro giovanile????

ci sentiamo in colpa a chiedere perchè il sistema mercato del lavoro sta rifiutando calpestando i giovani??non è sempre e solo una questione di assistenti sociali choosy.. :)

Davide, che intervento... :D Allora, solo un piccolo dato che prendo dai tuoi mille spunti.

All'estero ovunque l'a.s. ha anche una competenza clinica, la ha in quanto puó accedere a formazioni terapeutiche. A volte (come in Spagna) é eccessiva l'apertura di queste formazioni, a volte (come in Italia) ne é eccessiva la chiusura!! Io non voglio dire che sia buono che un RAGIONIERE possa diventare posicoterapeuta (accade in Spagna...), ma... forse anche sí... dal momento che una BUONA scuola di psicoterapia, che generalmente dura 3-4 anni, dovrebbe essere in grado di fornire queste competenze... Semmai dovrebbero essere i formatori a fare screening... a dire per esempio NO al ragioniere che si é sempre solo occupato di bilanci e invece magari SÍ al ragioniere che peró non ha mai toccato un bilancio perché subito dopo il diploma ha fatto magari un'esperienza di volontariato con i tossicodipendenti, da lí si é iscritto a seminari, formazioni, ecc. ha due p***e cosí, sa motivare, sa gestire l'aggressivitá, conosce le tecniche di comunicazione.... capite il discorso??? Ma io mi chiedo: ma secondo voi, un assistente sociale come per esempio me, che detti 5-6 esami di psicologia, 2 di medicina sociale, che si formó come mediatore familiare, che fa da anni la peer-counsellor alla maternitá... ha MENO diritto di accedere a un corso di psicoterapia di un semplice laureato in MEDICINA, che non ha dato manco un esame di psicologia in tutto il piano di studi??? ma voi lo pensate davvero???? e pensate che uno psicologhino appena uscito dall'universitá abbia piú diritto a questo di un assistente sociale con le p***e???

Io non é che voglio dire che la soluzione per la nostra categoria é buttarsi sul clinico, no. Dico solo che per alcuni potrebbe essere uno sbocco possibile e dignitoso. Di fatto, sapete (per caso) che il 90% degli psicologi in servizio negli enti pubblici italiani non sono laureati in psicologia, ma pedagogisti che, a seguito di un corso di psicoterapia, ottennero una sanatoria? e perché quando fu istituito l'albo degli psicoterapeuti, la categoria degli a.s. stette zitta e non lottó per ottenere questa chance, perché non disse: "noi diamo fior di esami di psicologia e lavoriamo anche con i matti, noi vogliamo avere accesso ai corsi come i medici e gli psicologi"? perché, sicuramente, cosí come per anni la nostra categoria ha detto che non ci serviva la laurea, sará stato detto che noi non avevamo bisogno di questo, che eravamo contenti cosí... immagino... perché oggi sembra impossibile, ma quando ho finito io servizio sociale NON ERO LAUREATA, abbiamo fatto fior di battaglie per ottenere una laurea e quando l'abbiamo ottenuta, voi non ci crederete ma MOLTI colleghi non la volevano, non la reputavano utile, forse nemmeno giusta.... Quando senza laurea non si poteva accedere a nessun dottorato universitario, tra le altre cose.... QUESTA é la nostra categoria, storicamente!!!

Pallaspina e Davide, le vostre riflessioni sono interessanti.

Tento una sintesi: nel lavoro moderno siamo spinti ad una contaminazione professionale, ma resistono ancora i corporativismi. Insomma, se c'è una "crisi identitaria", questa ha a che fare con una forte tendenza alla devoluzione dei contenuti delle singole professioni.

E' un tema politico, come sapete, quello di abbattere i limiti per la libera concorrenza. D'altra parte la determinazione di determinate competenze in capo a certe professioni è pure garanzia di qualità. Sennò tutti fan tutto. In ciò la variabilità europea, per cui, posto che un titolo può circolare nell'UE, ciò richiederebbe un'omogeneizzazione dei sistemi formativi, che ancora non c'è.

Nel campo dei servizi alla persona - e su ciò non concordo con Davide - in Europa da tanto tempo esiste un sistema sussidiario di fatto, da noi no (ma si a parole....). In Italia il passaggio da un welfare pubblico ad uno privato E' GIA' REALTA' da anni. Se all'università non ve lo dicono, va beh, prendetene atto.

"Fissarsi sul posto pubblico" - e torno al quesito iniziale - vuol dire non leggere il mercato. Senza offesa per nessuno: se si vuol lavorare bisogna vedere il lavoro dov'è e a che condizioni.

Capisco l'amaro di chi ha lavorato nel privato in Italia, ma pure il pubblico è così, credetemi! Semmai il problema è il BASSO VALORE DEL LAVORO IN ITALIA.

Anche andare all'estero può essere una scelta, ma si va verso un sistema non "più sociale", ma a maggior "garanzia sul lavoro", il quale è pure figlio di un'economia più ricca.

Poi, va beh, chi vi parla anni fa per fare l'assistente sociale (vengo dal sud e conosco la fame) ha fatto i bagagli e se n'è andato all'estero.

Insomma, una cosa è il "posto fisso pubblico sotto casa", altra cosa è il "lavoro dove lo si trova come esperienza socializzante e di crescita".

Ripeto: sono tempi difficili, ma lamentarsi non serve a nulla, nè volere un welfare che non c'è (e non c'è mai stato, mi pare). E' importante guardarsi intorno ed adattarsi a quel che c'è concependolo come una partenza: nella vita esperienze fanno competenze, da cosa nasce cosa.

Evitiamo (come dice pallaspina) di ripetere le dinamiche assistenzialistiche. il detto "piove, Governo ladro" lasciamolo a chi non ha strumenti cognitivi per migliorarsi. Almeno noi cerchiamo di farlo.

Saluti.

no volevo dire altre due cosettine dopo gli ultimi interventi di pallaspina e di Ugo Albano.

io dico che tutto è dinamismo e una cosa non esclude l'altra.

però quello che mi sembra di capire, è fondamentale avere un atteggiamento.

cioè si dovrebbe quantomeno pensare che se le cose sono come sono... noi non possiamo puntare il dito e accusare solo "il sistema marcio" o il "problema là fuori".

noi siamo parte integrante. noi recitiamo un ruolo in questo sistema marcio.

cioè questo sistema si serve della nostra passività.

dipende dall'assistente sociale se la sua posizione è questa.... è una condizione che ha accumulato negli anni.

ma in generale, aldilà della crisi professionale, una fetta della torta come dice la gestalt, L' A.S è attore attivo del decadimento culturale e giovanile, del decadimento professionale, della crisi di questo paese in un macrolivello. in tutti i sensi.

penso sia importante non giudicare in maniera negativa per questo, assolutamente no, ma quanto meno se non cominciamo a metterla anche su questo piano, e accettare cosa c'è stato di sbagliato in questi anni, noi non possiamo sentirci attori CO-RESPONSABILI.

cioè mettiamo il disagio fuori di noi e accusiamo un ostacolo esterno.non possiamo influenzare la realtà. ecco che si arriva al punto che forze esterne ci impongono addiritura i leader di governo. ci decidono tutto praticamente e noi?dove siamo?

se c'è un ministro, se ci sono delle politiche sociali e dei corporativismi, se abbiamo una scarsa preparazione e l'università non è preparata a formarci e ci confinano già dall'inizio in questo ruolo è perchè noi e negli anni passati come sottolinea pallaspina il professionista assistente sociale non ha fatto abbastanza.

noi raccogliamo questa identità, ma per non ripetere il ciclo dobbiamo quantomeno riflettere e arrabbiarci e muoverci.rendere produttivo lo sfogo.

questo vuol dire non solo agire cercando di imparare a leggere il mercato come consiglia Albano, ma anche prendere il nostro sederino e tornare a frequentare un pò di più le piazze.

questo vale per chi parte all'estero o per chi rimane o per chi emigra.per qualunque scelta uno faccia, da disoccupato o da studente. vale per tutta la nostra carriera professionale. vale anche come capacità di essere cittadino, è anche questo che si dovrebbe insegnare con l'advocacy.

è un discorso politico..

inteso anche in maniera collettiva. se sentiamo che le cose stanno andando male, noi in professionisti cosa possiamo fare? non esiste che ci sono 30 anni di ministeri in politiche sociali o ci sono addetti ai lavori negli ordini che non pensano per noi o che aspettiamo la riforma o i il finanziamento.

siamo noi gli addetti ai lavori.

è un discorso personale..

inteso come realizzazione responsabile..e individuale. cioè io mi prendo la responsabilità della crisi occupazionale, quali sono le mie potenzialità. quali competenze mi servono?

se io mi preparo in statistica studio psicologia studio sociologia, ho più alternative di influenzare con il mio dinamismo la futura carriera e far pesare la mia posizione.

..ammesso che ad uno piaccia la statistica, se mi mettessi a studiare statistica multivariata, imparare ad usare pacchetti informatici, spss, divenire esperti in ricerche qualitative e questionari avrei più armi da spendere in un ente pubblico che si occupa di programmazione sociale? forse si e si migliorerebbe le capacità della professione..cioè se tutti alzassero la qualità del sapere, non andando contro gli psicologi, (l'invidia professionale crea povertà) noi stessi attireremo posizioni di mercato.

allora da assistente sociale esperto andrei all'università e proporrei un corso, per migliorare, per crescere.

insomma se noi scappiamo da questo ruolo...restiamo poveri culturalmente,

e se rifiutiamo il fatto che siamo attori corresponsabili che si impegano per una professionalità migliore, va a finire che la professionalità poi viene a cercarci, come forse sta facendo ora...

insomma quello che sta succedendo è forse anche uno specchio della nostra incapacità...del nostro atteggiamento italiano di guardare il nostro giardinetto..e la nostra posizioncina. con gli anni, con la mentalità dell'agire nel piccolo, abbiamo comunque contribuito a subire un decadimento di un settore della società come il welfare..

pallaspina, in un precedente intervento :) tu l'hai messo in un discorso di genere. è un'idea interessante, dicono che il prossimo secolo sia quello della donna, quindi speriamo in un rilancio allora.. ma io direi anche che in generale la crisi del ruolo dell'assistente sociale di oggi è in fondo il modo con cui abbiamo gli assistenti sociali di ieri hanno interpretato la professione in generale, cioè giocando al ribasso! dicendo non abbiamo bisogno della laurea..

se abbiamo frequentato un corso di laurea e possiamo ambire ad essere professionisti che partecipano ad un concorso.

lo dobbiamo pure a qualcuno che ha giocato al rialzo.

Sí, io credo che la dinamica sia questa che tu dici... Come disse una volta, anni fa, una collega a un corso di aggiornamento, il problema é che l'a.s. ha sempre detto "questo non lo sappiamo fare, quest'altro non lo sappiamo fare"... Lo psicologo, invece, dice: "ovvio, questo io lo so fare!" e poi magari mica é vero :lol: Peró si propone e lo fa.... Questa é una cosa che io ho imparato tanto dal frequentare la facoltá di psicologia... Cioé, per esempio, un gruppo di studenti di psicologia che discute sul proprio futuro professionale (discussione che sto seguendo in questi giorni) non inveisce contro il "sistema" ma si attiva con forza per cercare di capire dove vanno le dinamiche di mercato e dove poter costruire una propria nicchia. Un professionista é alla fine responsabile di se stesso e il fatto che questa realizzazione sia piú o meno possibile dipende da lui... da come sa sfruttare i trend.... Esempio per lo psicologo: se nel mio territorio ci sono molti anziani, una specializzazione in stimolazione cognitiva mi puó aiutare tantissimo a propormi sul mercato (magari dovró girare ogni giorno 7 residenze per anziani, ma se vedo che questo é richiesto e mi puó piacere, non mi metto davvero a fare un master in psicologia clinica quando la figura dello psicologo clinico é satura...). Esempio per l'assistente sociale: se al momento attuale il privato sociale campa attraverso fondi europei, perché non farmi un master in fund-raising? Se lavoro in Comune mi servirá a poco (anzi, magari mi sfrutteranno gratis), se invece sono disoccupato non si sa mai che, se sono l'unico fund-raiser della mia provincia, non solo mi venga a cercare un consorzio di cooperative, ma magari un Comune stesso mi proponga un incarico di collaborazione... che non sará sicuro e remunerato come il famoso posto pubblico, ma sicuramente molto piú interessante, e magari aggiunto ad altre ore di consulenze per il terzo settore mi ci metto insieme uno stipendietto dignitoso... queste valutazioni, gli educatori e gli psicologi le fanno da anni....

Diciamo la stessa cosa, pallaspina: basta leggere il mercato e proporsi.

Io non credo che psicologi ed educatori lo sappiano fare meglio. E' che essendo disoccupati da anni, sono più abituati a farlo. I colleghi non sono abituati a ciò per via del "mercato pubblico", iniziano solo ora a farlo.

A me capita di dare dei pareri a colleghi sul curriculum: devo dire che quello dei giovani è molto meglio dei colleghi anziani: c'è una varietà interessante che il mercato del lavoro ponme oggi, a fronte dei colleghi vecchi, i quali spesso, da dopo lo studio, hanno un unico datore di lavoro.

E' che ci sono "gap di sistema". Ti faccio un esempio: noi siamo qui a discutere di massimi sistemi, se vai su questo portale agli altri post (esami di stato) vedi un pò il "livello" dell'università. Ahimè.

E' un pò come leggere su di un giornale un bell'articolo sugli alcolisti e, subito dopo, trovare la pubblicità della grappa.

Io dico sempre che, grazie a Dio, siamo diversi. C'è chi ama sperimenmtare e chi, al contrario, cerca l'inamovibilità. C'è chi vede i cambiamenti come occasione e chi li rifugge. C'è chi resta su di un sapere ortodosso, chi si contamina su altri pensieri. C'è chi capisce una provocazione, e chi s'offende.

Il bello del confronto è questo......

Concordo con quanto dice Pallaspina rispetto all'atteggiamento che alle volte caratterizza l'assistente sociale. Nel mio servizio "scherzosamente" attribuiamo alle varie professioni la tendenza ad uno specifico disturbo psichico: lo psicologo quello "narcisistico" - so fare tutto, lo so fare meglio di tutti...- lo psichiatra quello paranoide , l'assistente sociale quello "depressivo" - non so fare, tutti meritano più di me, povera me tapina/o ecc.-. Un collega medico mi ricorda frequentemente la fortuna (per gli altri) di questa nostra tendenza "depressiva" -il bisogno degli altri è più importante del mio - perché in positivo ci porta a prenderci cura delle persone più difficili, emarginate, povere, rifiutate. Accettiamo di rimanere in prima linea spesso da soli - gli altri professionisti si guardano bene d'investire in questo campo- e presi da questo ci siamo occupati poco di altri settori e della libera professione che, gioco forza, dovrebbe essere rivolta ad una diversa fascia di popolazione perchè finalizzata al guadagno. Salvo alcuni settori (mediazione familiare, counselling ad es.) dove non a caso siamo in concorrenza con altre professioni , il nostro lavoro si rivolge prevalentemente alle fasce più deboli e povere della popolazione e con queste veniamo identificati. Ci occupiamo di persone che non possono pagarsi gli interventi e i servizi. E chi paga per loro? O il pubblico ( in modo diretto o delegato al privato sociale) o la “beneficienza” ovvero opere assistenziali quali “caritas” ecc. Anche per questo è più facile per il fisioterapista, il medico, lo psicologo aprire uno studio professionale.

Comunque perché tutto questo deve essere considerato un dis-valore? Se i valori di riferimento con cui guardiamo la nostra professione sono il guadagno, la carriera, il riconoscimento professionale, il potere, il successo (oggi valori molto in voga) allora effettivamente siamo una professione “sfigata”; ma se i valori di riferimento (ora non più tanto di moda e con loro noi) sono la solidarietà, lo spirito di servizio, la partecipazione, la condivisione, la ridistribuzione, allora siamo una professione veramente “in gamba” perché siamo rimasti tra gli ultimi a presidiare questi valori e certi settori. Certo ora non basta più.

Comunque, per fortuna, il livello "depressivo" è diversamente presente tra la categoria e negli anni molti colleghi si sono impegnati per la crescita della professione e hanno "giocato al rialzo" come ricorda Davide.

Voglio ricordare che ancora negli anni '80 la nostra formazione non era universitaria, il nostro titolo non aveva nessun riconoscimento, la nostra figura non era normata. Alcuni colleghi si sono impegnati e in meno di 15 anni abbiamo ottenuto: riconoscimento del titolo e della professione, istituzione dell'albo, passaggio della formazione a livello universitario, nascita delle prime lauree (vecchio ordinamento), istituzione della laurea specialistica/magistrale, riconoscimento della nostra funzione di tipo dirigenziale anche a livello contrattuale e poi non dimentichiamo la 328. A quel punto la comunità professionale si è un po' fermata. Forse abbiamo creduto che i riconoscimenti ottenuti erano sufficienti per un salto qualitativo e quantitativo della professione e dei servizi e abbiamo atteso di vederne i risultati . Oggi ci accorgiamo che non è stato così. La L. 328 di fatto è stata applicata solo parzialmente e in alcune regione non lo è stato per nulla. I servizi, in crescita fino agli anni '90, hanno visto un loro ridimensionamento e non si colgono prospettive inverse. Le posizioni apicali a cui aspiravamo, che avrebbero potuto non solo gratificarci professionalmente ma anche permetterci di influenzare le organizzazioni e le scelte, erano già occupate e non ci sono le condizione per ipotizzare loro aumento numerico. La laurea specialistica/magistrale inoltre non ci ha dato realmente degli strumenti per una funzione manageriale ed è stata un po’ un “buco nell’acqua”.

Credo però che la comunità professionale, a fronte della disillusione di certe aspettative, si sia rimessa in cammino anche se non tutti e non tutti allo stesso modo, come sempre. E una delle direzioni è proprio quello di aumentare ulteriormente la nostra preparazione/formazione. Ricordo il grosso sforzo rivolto a costruire un sistema per la formazione continua che, dove c’è stato l’impegno della comunità professionale, ha portato i colleghi, gli enti, gli Ordini a grossi investimenti e ha creato molte occasioni di confronto tra noi. C’è la proposta di una formazione di base a ciclo unico quinquennale che potrebbe ampliare le prospettive per un servizio sociale clinico e un miglioramento del livello di base dei professionisti (dovranno essere molto motivati quelli che si impegneranno 5 anni per poter fare un lavoro come il nostro).

Inoltre comincio a vedere colleghi che si stanno riattivando nel dibattito sulle politiche del welfere, professionisti che si interrogano e si stanno confrontando sui sistemi di intervento che per forza dovranno essere rivisti. In questo momento di crisi, seppure la maggioranza rimane confusa e disorientata come succede sempre nei momenti di cambiamento, ci sono colleghi che, per la prima volta dopo moltissimi anni, si stanno interrogando su alcuni elementi cardine della nostra professione finora inamovibili ( dipendenza dal pubblico, rifiuto del concetto di “clinica” e di “terapia”, formazione breve, utilizzo delle sole risorse dell’ente, funzione “cuscinetto” tra bisogno e politica ecc.).Erano anni che non sentivo più “movimento” nella nostra comunità e questo “rinascere” delle questioni “di fondo” mi piace.

Capisco però il “grido di dolore” che ci giunge dai giovani colleghi che si stanno trovando di fronte a un sistema pubblico in contrazione e un sistema privato saturo e non preparato al loro inserimento. E’ difficile per un giovane proporsi quale libero professionista o sfondare nel privato con qualche progetto innovativo soprattutto se formato per accedere ad una professione non clinica, pubblica e non manageriale. Non possiamo dirgli soltanto di arrangiarsi e di non essere choosy, ma noi più “vecchi” , esperi e integrati nella rete dei servizi dovremmo ragionare e mettere le basi per un nuovo sistema e una nuova professione che aumenti le possibilità di inserimento dei giovani colleghi, come qualcuno aveva fatto per noi. Poi possiamo anche chiedere delle competenze nuove,invitare i giovani colleghi a studiare e a formarsi, ma su cosa e verso dove dobbiamo indicarlo noi. Diversamente rispecchieremmo la nostra “vecchia” società che, presasi tutte le risorse e tutte le posizioni tenendo fermo e rigido il sistema, dice ai giovani: arrangiati, datti da fare, non essere schizzinoso, vai da un’altra parte (estero).