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L’evento perdita e la ristrutturazione del sistema familiare: una nuova frontiera per gli operatori

Incontro con il sistema terapeutico

IL PROCESSO DI AIUTO
L’intervento di aiuto è un processo che si svolge all’interno di un arco temporale ed al quale partecipano attivamente sia l’utente sia l’operatore sociale.
Questo processo è strutturato in fasi (Per un’analisi dettagliata delle fasi, si rimanda a Ferrario, 1996) che non si susseguono rigidamente, ma s’influenzano vicendevolmente, creando un percorso circolare, all’interno del quale si realizza un intervento, e si stabilisce una relazione tra l’operatore e l’utente.

Il processo di aiuto, quindi, rappresenta il contesto spazio-temporale all’interno del quale si incontrano il sistema-famiglia e l’operatore sociale. Emergono due importanti elementi: uno relativo alla relazione che si instaura, l’altro relativo al contenuto del processo.
L'interesse, secondo l’indirizzo sistemico, è centrato prevalentemente sui comportamenti e sul loro significato relazionale: la valutazione non riguarda il singolo individuo, o la famiglia in quanto tale, ma il sistema all’interno del quale si avverte il disagio.

Questi, pertanto, non fornirà interpretazioni della situazione, bensì ipotesi, tentativi di connettere e rendere coerenti e dotate di senso le relazioni e i comportamenti delle persone che partecipano al processo.

L’operatore sociale entra nel sistema familiare ed utilizza i suoi interventi comunicativi, verbali e non verbali, per favorire il processo di cambiamento della famiglia, utilizzandone l’innata capacità trasformativa.
La connotazione positiva, ossia la ridefinizione in chiave positiva dei problemi, li ristruttura come situazioni con una via d’uscita e permette di lavorare sul profondo valore evolutivo di una crisi, di un problema, di un malessere.
Le principali difficoltà che si possono incontrare nel lavoro con le famiglie, sono naturalmente rappresentate dalla resistenza di uno o più membri a partecipare al processo, che diventa terapeutico solo dal momento in cui l’intero nucleo ha coscienza della situazione che intende modificare.
A questo proposito risulta utile ricorrere a tre concetti (Selvini Palazzoli in Campanini-Luppi, 1988), (ipotizzazione, circolarità, neutralità), che possono risultare utili all’operatore al fine di comprendere la logica sottostante al sistema.

L’ipotizzazione, ossia la creazione di una ipotesi plausibile che connetta i comportamenti e le credenze di tutti i membri, e che offra una visione d’insieme il più ampia possibile "è una procedura che consente agli utenti di osservare il proprio problema in modo nuovo e diverso rispetto alla versione alla quale sono pervenuti nel corso del tempo" (Marchetta, 2005, p.25).

L’utente, dal momento in cui prende coscienza della necessità di un intervento di aiuto, formulerà una domanda, in base ad una sua specifica valutazione della situazione, ed alle possibili soluzioni percorribili.

Se l’operatore sociale si limiterà ad accogliere la valutazione, senz’altro logica, dell’utente, tenderà a rispondere alla domanda di aiuto specifica, limitando notevolmente il suo campo di azione. Probabilmente, in questo caso, giungerà alle stesse conclusioni cui è giunto l’utente, e vedrà le stesse alternative soluzioni di quest’ultimo. L’intervento sarà quindi, centrato a rispondere alla domanda concreta (domanda apparente), senza entrare nel cuore del vero disagio (domanda reale).

Qualora invece, l’operatore tenterà una visione d’insieme diversa rispetto all’utente, potrà allargare il contesto dell’intervento, pervenendo ad una serie di ipotesi alternative sulla situazione. L’ipotesi, in tal caso, guiderebbe l’azione e garantirebbe all’operatore di dirigere la sua ricerca verso quelle aree che potranno consentirgli di avere una visione d’insieme: le relazioni, le posizioni, i ruoli, il funzionamento del sistema.
Ovviamente la formulazione dell’ipotesi avrà carattere provvisorio, altrimenti rischierebbe di divenire uno strumento rigido, e si adatterà, di volta in volta, ai nuovi ambiti e livelli rilevanti, che emergeranno durante il percorso.

La circolarità, ossia la capacità di condurre il colloquio basandosi sulle retroazioni della famiglia e di pensare in termini di differenze e di rapporti, permette di orientare il colloquio stesso verso l’ottenimento di informazioni, piuttosto che di notizie.

Ciò significa proporre domande di tipo circolare, che possano fornire input al sistema, al fine di orientarlo verso una diversa concezione del problema/situazione. Le domande, inoltre, saranno mirate a far emergere le differenze ed i rapporti che sussistono all’interno del sistema, di modo che l’assistente sociale riuscirà a focalizzare la sua attenzione sulle modalità relazionali e comportamentali dei vari membri, e sulle varie definizioni che ognuno di loro dà alla situazione.

Avere una panoramica delle varie dinamiche che sussistono all’interno del sistema familiare, permette all’operatore di mantenere un atteggiamento neutrale rispetto ad i vari componenti, manifestando rispetto ed attenzione verso ognuno di loro. Ciò garantirà all’assistente sociale l’obbiettività necessaria per cogliere le molteplici sfaccettature che ogni membro possiede, ed eviterà i possibili invischiamenti all’interno della vicenda familiare.

L’obbiettivo dell’operatore è di intervenire sul sistema stesso (e non sui sintomi) stimolando, ampliando, e vitalizzando le sue innate capacità di auto-organizzazione, i suoi processi di adattamento, di elaborazione e di trasformazione. Quando ciò avviene con successo, i processi attivati tendono automaticamente ad estendersi nell’intero spazio di vita del sistema, potendo contribuire alla soluzione di problemi anche molto "distanti" da quelli per cui l’intervento era stato progettato.

Per quanto riguarda il secondo elemento da tenere in considerazione qualora si parli di processo di aiuto, la relazione operatore-utente, è bene precisare che si tratta di una relazione di tipo professionale, caratterizzata da alcuni elementi specifici, che la distinguono dalle altre (Ferrario, 1996).

E’ di tipo asimmetrico, per cui, benché sia riconosciuta uguale dignità personale ad entrambi i soggetti coinvolti, l’operatore ha, rispetto all’utente, maggiore potere, che deve essere utilizzato proattivamente.

La relazione, deve essere caratterizzata da un atteggiamento di obiettività e di consapevolezza da parte dell’operatore, che deve riuscire a controllare le proprie concezioni e definizioni, per evitare che interferiscano con le esigenze dell’utente.
Inoltre, mira a raggiungere obiettivi di cambiamento, in linea con i principi di autonomia e di rispetto della persona, elementi fondamentali ed imprescindibili nella professione.

L’insieme di caratteristiche che sono proprie della relazione professionale di aiuto, mettono in luce che si tratta di una modalità relazionale complessa. A ciò si aggiunge anche il fatto che non si può parlare di un unico modo di essere in relazione con le persone, in quanto lo strumento relazionale è utilizzato in molti campi e con finalità diverse: la relazione, infatti, può avere scopo promozionale o educativo, può assumere una funzione di controllo oppure essere orientata prevalentemente alla collaborazione, ecc.

In questa complessità, però, emerge un elemento unificante, cioè il fine di cambiamento: il percorso di aiuto con il professionista deve essere, per l’utente, un’occasione per riflettere sulle proprie relazioni e trovare nuove modalità di apertura verso altri rapporti.

L’operatore ha il compito di creare un contesto relazionale all’interno del quale l’utente possa esprimersi al meglio delle sue potenzialità e nel quale si senta valorizzato ed accettato: nella relazione di aiuto, deve poter trovare lo spazio per dialogare con l’operatore e per sviluppare le proprie potenzialità.



A cura di:
Prof. UGO MARCHETTA
Dott.ssa SAMARIA CARERI

Università degli Studi di Palermo, Cattedra di Psicologia Sociale della famiglia, Quaderni di Psicologia Sociale e Applicata, Quaderno n. 7
Creation date : 2008-03-15 - Last updated : 2009-12-20

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