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L’immigrazione in Italia e in Europa:

Cause, caratteristiche, funzioni, prospettive (*)

5. Discriminati, ma non certo rassegnati

Chi sono, in realtà, gli immigrati, sia in quanto esseri umani individuali che in quanto appartenenti a nazioni oppresse? Sono portatori di istanze egualitarie e anti-razziste, che riflettono ed esprimono, tra mille contraddizioni, opportunismi e individualismi che sarebbe infantile negare, le necessità, le aspettative, i bisogni, i sogni (già, i sogni…) dell’intero mondo del lavoro alla scala mondiale. Per quanto possa apparire paradossale ai colti privi di cervello, proprio essi, “i manovali a vita precari a vita”, costituiscono uno dei più potenti fattori di trasformazione della nostra società, delle società europee, in direzione del superamento delle decrepite gerarchie e dei decrepiti steccati tra nazioni e popoli che ci affliggono al presente. Proprio essi costituiscono la domanda vivente di dare finalmente libero corso a quello scambio, a quell’incontro, a quell’intreccio, a quella “fusione di orizzonti”, a quella generale mescolanza di popoli, nazioni e culture, che la formazione del mercato mondiale ha reso possibile ed in una certa misura perfino reale, seppure in modo antagonistico, e che i signori che reggono le fila del mercato mondiale vorrebbero impedire che si realizzasse in pieno. Nessun altro fenomeno quanto le migrazioni internazionali, nessun altro “soggetto sociale” quanto gli immigrati, costretti, volenti o nolenti, ad essere un ponte tra nazioni e continenti, mostrano quanto la dimensione nazionale sia oramai un elemento di ritardo, un irrazionale freno al completo dispiegamento delle potenzialità liberatorie insite nell’unificazione del mondo realizzata dal capitalismo23.

Le migrazioni internazionali non sono una banale somma di innumerevoli storie individuali. Anche a prescindere dalla piena coscienza che essi possano avere del proprio essere sociale, gli attuali immigrati in Europa e in Italia costituiscono oggettivamente un soggetto collettivo prima che individuale in quanto “avanguardie”, tali in termini letterali: coloro che sono andati avanti, che si trovano davanti agli altri, nell’opulento e dominante Occidente, delle genti dei continenti “di colore” da secoli colonizzati e in lotta per uscire dall’interminabile era coloniale della propria storia, o del mondo slavo ed est-europeo oggetto di un processo di neo-colonizzazione. Un soggetto collettivo portatore di un bisogno di emancipazione sociale, perché già con la stessa “avventura” sempre più pericolosa e costosa dell’emigrare dal proprio paese, essi dimostrano di voler rifiutare il “destino” di una esistenza ai limiti della mera sopravvivenza; e poi perché, una volta qui, non possono accettare passivamente la condizione di inferiorità giuridica, materiale, sociale, culturale che è loro riservata. E infatti non la accettano. C’è molto spazio, è evidente, anche tra gli immigrati, per una assuefazione rassegnata a questo tipo di condizione. E accade perfino, qui e altrove, che una parte degli immigrati lungo-residenti si contrapponga ai nuovi arrivati e ai “clandestini” guastafeste nella speranza di poter difendere in questo modo le proprie eventuali, minime “conquiste”. Ma dovunque, già nel passato - si ricordi, a titolo di esempio, il movimento di lotta per le 8 ore negli Stati Uniti d’America24-, e ora anche in Europa e in Italia, la parte più viva e orgogliosa di sé delle popolazioni immigrate fa sentire la propria voce in una pluralità di sedi e attraverso una pluralità di forme di espressione.

L’auto-attività degli immigrati si sviluppa obbligatoriamente, almeno in partenza, sul terreno della propria specifica condizione, che è, come detto, una condizione speciale nel mondo del lavoro e sul piano dei diritti. In Italia essa, a partire dal 1989, l’anno delle prime manifestazioni organizzate di massa nate in risposta all’assassinio a Villa Literno del bracciante sud-africano Jerry Masslo, ha assunto essenzialmente due forme: quella dell’associazionismo tra immigrati e quella del rapporto con i sindacati . E su entrambi questi versanti si può registrare un klimax sia per i contenuti espressi e per i livelli di partecipazione, sia per l’estensione territoriale delle iniziative (sempre meno locali) che, infine, per il processo di avvicinamento tra le diverse nazionalità. In origine eravamo di fronte a una molteplicità di reti di sostegno parentali e amicali e, tutt’alpiù, a un associazionismo a base quasi invariabilmente mono-nazionale, se non sub-nazionale. Poi, via via, con passi tanto in avanti quanto all’indietro, si è fatto strada un associazionismo multinazionale, che ha avuto finora la sua più matura espressione nel Comitato Immigrati in Italia; un associazionismo che, a fianco di quello ancora maggioritario a base nazionale, ha le sue concrezioni in un crescente numero di città e la sua massima vitalità, oltre che a Roma, nelle città del Centro-Nord25.

In parallelo è cresciuta, negli ultimi anni in modo sempre più accelerato, l’adesione dei lavoratori immigrati ai tre più grandi sindacati, che al 2008 avevano ben 814.311 iscritti immigrati (si pensi che nel 2003 erano 333.883), confermando di essere anche in Italia la prima, vera organizzazione multirazziale e multinazionale (il che non vuol dire, però, aliena da razzismi e nazionalismi)26. Anche in questo campo vi è stata un’evoluzione pure qualitativa dell’attività degli immigrati, nel senso che per tutto un primo periodo essi hanno rivolto alle organizzazioni sindacali domande concernenti essenzialmente la propria condizione di immigrati, chiedendo non di rado solo un aiuto di tipo “assistenziale”, mentre con il passare degli anni ed il consolidamento della loro presenza nei luoghi di lavoro, un numero sempre più rilevante di lavoratori immigrati ha iniziato a partecipare alla vita ed alle iniziative dei sindacati in prima fila, portandovi bisogni propri degli immigrati in quanto operai e lavoratori e iniziando a svolgere anche un ruolo di rappresentanza dei lavoratori autoctoni (non ci si può accontentare, ma va notato che all’oggi alcune migliaia di immigrati sono delegati sindacali sui posti di lavoro).

Il significato di questa auto-attività delle popolazioni immigrate, che ha dei suoi luoghi e momenti significativi anche in ambito religioso (nelle moschee e in alcuni circuiti collaterali alla Chiesa cattolica) e che si sta affacciando con sempre minore timidezza anche sulla scena letteraria e nella produzione audiovisiva, è tutt’altro che settoriale. Per quanto le istituzioni tendano a presentare ed a “costituire” il mondo dell’immigrazione come un mondo a sé, un mondo a parte, non vi è un solo problema che tocchi gli immigrati che non abbia una valenza generale. In fondo il sans papier, la figura più esposta del mondo dell’immigrazione, non è altro che il prototipo del lavoratore precario e ricattabile, per cui la messa in discussione della condizione del sans papier è, in fondo, una messa in discussione di tutto il processo di precarizzazione sia del lavoro che dell’esistenza dei lavoratori salariati che coinvolge gli autoctoni non meno degli immigrati. Così come, del resto, la lotta per il permesso di soggiorno a tutti gli immigrati, nonostante le rigide censure di cui è stata oggetto, ha il merito di avere portato nel pubblico dibattito, le reali cause delle migrazioni, gli squilibri proprii del rapporto Nord-Sud, le politiche migratorie, le guerre che devastano i paesi dominati, il carattere diseguale del nostro “diritto eguale”, temi e nodi il cui scioglimento non riguarda di certo solo le popolazioni immigrate.

Naturalmente, perché le grandi potenzialità insiste nell’auto-organizzazione degli immigrati trovino piena espressione è necessaria una parallela e convergente auto-attività delle popolazioni autoctone. E’ qui il punto più dolente, poiché i rapporti tra le genti immigrate e quelle autoctone, a cominciare da quelli tra lavoratori, sono ancora fragili, difficili, contraddittori. Sia per ragioni oggettive, di reale concorrenza sul mercato del lavoro e per le differenze altrettanto reali di lingue, culture, tradizioni, etc.; sia per ragioni di ordine soggettivo, dovute al fatto che il mondo del lavoro, e più ancora quello dei giovani forse, sono fortemente influenzati dagli stereotipi negativi dominanti sugli immigrati, fortemente permeati di razzismo. Ma i nudi fatti ci porranno sempre più dinanzi ad una secca alternativa: o lavorare per l’avvicinamento, l’incontro paritario, la cooperazione in tutti i campi tra i popoli ed i lavoratori delle due sponde del mondo; oppure contribuire in modo attivo, o anche solo con la propria passività, a quella criminalizzazione e segregazione delle popolazioni immigrate, a quello “scontro tra civiltà”, che è al fondo uno scontro tra nazioni, tra lavoratori delle differenti nazioni da cui l’intera umanità lavoratrice, bianca, nera o gialla che sia, uscirebbe massacrata. E’ una alternativa, questa, che non si potrà aggirare.



Ringraziamenti

(*) Questo saggio riprende, aggiorna, integra lo scritto “Gli immigrati in Italia e in Europa” comparso nel volume Educare diversamente (a cura di D. Santarone), Armando, Roma 2006. Ringrazio il curatore del volume e l’editore per avermi autorizzato a ciò.

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Note:

23 Mi guardo bene dal disconoscere, con ciò, il diritto dei popoli senza nazione e senza stato, quali i palestinesi o i curdi, tanto per non andare troppo lontano, a realizzare le proprie storiche aspirazioni, ma sono convinto che anche tale realizzazione possa avvenire solo nel quadro di una generale e completa “ristrutturazione”, diciamo così, dei rapporti tra i popoli e tra le classi sociali. su
24 Nel secondo dopoguerra si può ricordare la importante funzione che svolsero gli operai immigrati, specie negli anni 1968-1973, all’interno del risveglio operaio e sociale e nel sindacalismo militante, in Francia, in Belgio, nella Germania e nella stessa Italia (sebbene in quest’ultimo caso si trattasse di emigranti interni). su
25 Uno studio del 2001 ha censito in Italia 893 associazioni di immigrati con sede legale in 2264 comuni, il 60% delle quali di tipo nazionale: v. VICENTINI-FAVA (2001). su
26 La prima seria indagine compiuta in proposito in Italia mette in evidenza corpose discriminazioni e disuguaglianze di trattamento ai danni dei lavoratori immigrati non solo nei luoghi di lavoro, ma anche all’interno delle organizzazioni sindacali che pure si professano in modo solenne contrarie ad esse: v. IRES-CGIL (2003). Sulle condizioni di lavoro degli immigrati è da vedere anche la recente indagine compiuta dalla FIOM (2008). Sulle molteplici discriminazioni che subiscono gli immigrati sono puntuali e dettagliati i rapporti di ricerca curati per il Cospe e per l’Osservatorio di Vienna dal Laboratorio sull’immigrazione e le trasformazioni sociali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. su

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  1. Una trasformazione epocale
  2. Le cause permanenti delle migrazioni verso l’Europa (1a parte)
  3. Le cause permanenti delle migrazioni verso l’Europa (2a parte)
  4. Qualche numero
  5. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (1a parte)
  6. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (2a parte)
  7. Discriminati, ma non certo rassegnati
  8. Postilla: Un salto di qualità (in negativo) delle politiche migratorie (1a parte)
  9. Postilla: Un salto di qualità (in negativo) delle politiche migratorie (2a parte)
  10. Bibliografia

A cura di:
Pietro Basso

Documento soggetto a copyright.

Creation date : 2011-05-20 - Last updated : 2011-05-29

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