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L’immigrazione in Italia e in Europa:

Cause, caratteristiche, funzioni, prospettive (*)

4. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (2a parte)

La pietra angolare di questo sistema di discriminazioni è la Bossi-Fini, che ha privato uomini e donne immigrati perfino del diritto di chiedere il proprio permesso di soggiorno. Chissà se è chiaro a tutti i lettori: con l’attuale normativa il permesso di soggiorno, che è il documento fondamentale che consente al/la singolo/a immigrato/a di soggiornare regolarmente in Italia, può essere richiesto non dall’immigrato, bensì dal suo “datore di lavoro”; e questi può richiederlo solo se è disposto a “concedere” all’immigrato un regolare contratto di lavoro. Non pochi “datori di lavoro” si sono fatti pagare profumatamente (anche qualche migliaio di euro) per “concedere” un simile contratto, e altrettanti si sono rifiutati di concluderlo. Nella gran parte dei casi, tuttavia, le imprese e le famiglie assuntrici hanno concluso il contratto e richiesto il regolare permesso di soggiorno per il “proprio” o i “propri” salariati immigrati. Che tipo di garanzia è, per i lavoratori immigrati, un tale contratto di soggiorno? Nel contesto di un mercato del lavoro sempre più privo di regole, in cui impazzano il lavoro a termine, una crescente libertà di licenziamento e il non rispetto degli stessi contratti sottoscritti, la subordinazione del permesso di soggiorno al contratto di lavoro significa una sola cosa: appendere il lavoratore e la lavoratrice immigrati ad un filo, esponendoli ad ogni tipo di ricatto pur di ottenere un contratto, o il rinnovo di un contratto, che legittimi la richiesta di un permesso di soggiorno, o il rinnovo del permesso di soggiorno. In un simile quadro il licenziamento rischia di essere l’immediata premessa di un’espulsione. Se si tiene presente, poi, che il tempo medio per ottenere un permesso di soggiorno è – allo stato - di otto mesi, sarà agevole capire perché la precarietà, così diffusa anche tra i lavoratori italiani, costituisce la condizione strutturale permanente di esistenza degli immigrati. Questo è il cambiamento (in peggio) avvenuto dai tempi dell’inchiesta di Sayad: manovali a vita, gli immigrati sono anche candidati a restare precari a vita.

La funzione di forza-lavoro a basso costo e zero diritti a cui sono destinati lo richiede; una funzione che… funziona solo se produce effetti su tutta la forza-lavoro, dunque sulla grande maggioranza di essa che continua ad essere composta da lavoratori autoctoni. Inutile dire che l’avvento di una crisi generale dell’economia mondiale che si svela giorno dopo giorno sempre più devastante, non farà che esasperare questa condizione di strutturale instabilità, esponendo un numero considerevole di lavoratori immigrati anche alla perdita della condizione di regolarità, con un vero e proprio balzo all’indietro (o in giù) nella stessa fruizione, già così scarsa, dei “diritti di cittadinanza”.

Ma attenzione: non si tratta solo degli effetti perversi della Bossi-Fini, assunta peraltro a modello in Europa. Con la Ley de estranjeria spagnola, le nuove norme anti-immigrati ed anti-richiedenti asilo in Gran Bretagna e in Francia, i provvedimenti Schily in Germania, con la costituzione dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere e la nascita di una polizia di frontiera europea, con la nascita dei Cpt, oltre che con il Patriot Act negli Stati Uniti, siamo ad una vera e propria mondializzazione delle politiche restrittive e punitive nei confronti delle popolazioni immigrate che attraversa, senza eccezioni, tutto l’Occidente e l’intera Europa. La direzione di marcia è verso una nuova forma di lavoro vincolato sul tipo di quello dei coolies18, o, se il parallelo appare eccessivo, dei gastarbeiter, i lavoratori temporaneamente ospiti della Germania anni ‘60. Si va verso una ulteriore contrazione dei diritti individuali degli immigrati e, tanto più, dei loro diritti collettivi, verso un ulteriore giro di vite allo stesso diritto differenziale, con la creazione di una scala gerarchica ancor più stratificata degli immigrati e delle nazionalità presenti sul suolo europeo.

Ecco un altro aspetto da prendere nella più seria considerazione: il ritorno della selezione nazionale e razziale di ottima memoria. Sulla scena pubblica, nazionale o locale a seconda dei casi, si fa sempre più netta la distinzione tra immigrati buoni, quelli che si lasciano assimilare senza profferire parola, e immigrati pericolosi, quelli che ci tengono a difendere le proprie “identità”, cioè la propria dignità, la propria appartenenza nazionale, la propria storia, le proprie lingue, le proprie culture; tra immigrati regolari e immigrati “clandestini”, identificati come la nuova peste sociale da combattere (il “male”, li definì una volta Berlusconi); tra nazionalità buone, in genere le più deboli e disgregate, e nazionalità cattive, quelle più radicate e organizzate; tra nazionalità “a noi” affini, le cattoliche ed europee, e nazionalità nemiche, quelle arabo-islamiche per prime. E attraverso questa sistematica azione di stratificazione dell’immigrazione si lavora a tenere diviso un mondo, quello del lavoro salariato immigrato, che ha dato svariate prove di voler e saper cominciare ad unirsi19, e a tenerlo diviso dal mondo del lavoro autoctono.

Condizione di inferiorità materiale-sociale degli immigrati e loro rappresentazione simbolica di tipo inferiorizzante si tengono e si alimentano a vicenda. La prima genera la seconda, e questa, a sua volta, legittimandola tanto agli occhi degli autoctoni quanto a quelli degli stessi immigrati, le dà una forza ulteriore perché il circolo vizioso continui a fare il suo corso. E’ tradizione dei paesi di immigrazione, che sono poi i grandi beneficiari delle migrazioni internazionali, coniare ogni sorta di stereotipi razzisti sulle popolazioni immigrate. Arretrati, primitivi, ignoranti, sporchi, violatori di donne, importatori di malattie, droga, criminalità, prostituzione, degradatori delle nostre città e della nostra vita civile, inquinatori delle nostre culture, e quant’altro, nulla, proprio nulla di quanto si ritiene abietto, viene risparmiato ad esse. E il risultato di questa inesauribile semina di razzismo istituzionale è, ovviamente, oltre che la crescita del “razzismo popolare”, anche la costruzione di un vero e proprio apartheid morale e culturale in cui si cerca di rinchiudere gli immigrati, e che va di pari passo con il più o meno visibile, e però reale, apartheid materiale, lavorativo ed abitativo20. Sebbene l’Italia ami rappresentarsi, di recente un po’ meno in verità, quale patria del buonismo21, una simile pretesa è contraddetta da ciò che avviene quotidianamente nell’industria dei media. Da un’indagine effettuata nel 2004 dal Censis, risulta che solo nell’1% dei casi si parla in televisione degli immigrati in relazione al lavoro che svolgono, ossia alla loro attività fondamentale e in molti casi esclusiva; che nel 61% dei casi si associa l’immigrato al tema della “clandestinità” e nel 29,1% dei casi alla criminalità organizzata. Nel 78% delle volte l’immigrato appare in una vicenda negativa, o perché autore di azioni devianti, illegali o criminali, o, più di rado, perché vittima di fatti criminosi altrui o di malfunzionamenti burocratici. Di lui, o di lei, tutto ciò che viene detto è, nel 51,4% dei casi, la nazionalità, spesso declassificata ad “etnìa”, di appartenenza. Speciale poi, come d’obbligo, la sottovalutazione del prezioso lavoro delle donne immigrate: esse sono più del 50% degli immigrati, ma si parla di loro, e spesso male, solo nel 20% dei casi22. Non credo servano commenti.



Ringraziamenti

(*) Questo saggio riprende, aggiorna, integra lo scritto “Gli immigrati in Italia e in Europa” comparso nel volume Educare diversamente (a cura di D. Santarone), Armando, Roma 2006. Ringrazio il curatore del volume e l’editore per avermi autorizzato a ciò.

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Note:

18 Quella dei coolies asiatici è stata, tra il 1830 e gli anni ’30 del novecento, una forma di lavoro vincolato distinguibile dalla schiavitù, in pratica, solo per lo stato giuridico, formalmente libero, dei lavoratori sottoposti a questa modalità di sfruttamento senza limiti. Furono le potenze coloniali a organizzare una vera e propria tratta internazionale di alcune decine di milioni di lavoratori indiani, cinesi, giavanesi, giapponesi e australiani, di età tra i 20 e i 30 anni, in larga prevalenza maschi, da occupare principalmente nelle piantagioni, nelle miniere e nella costruzione di ferrovie. Una presentazione essenziale di questa “nuova forma di schiavitù” sostanziale è contenuta in POTTS (1990, pp. 63-103). su
19 Anche il martellante battage saggistico e giornalistico intorno all’“imprenditoria etnica” ha una valenza del genere. E’ un fatto obiettivo: negli ultimi anni le imprese con titolare non italiano sono cresciute di quasi il 200% fino a toccare nel 2008 le 165.000 unità. Questo fenomeno si determina generalmente ad un dato stadio di “maturità” dei movimenti migratori, quando nascono servizi, per lo più commerciali, per le popolazioni immigrate gestiti da elementi immigrati. Ma indica forse questo boom statistico una prospettiva di mobilità sociale ascendente per la massa degli immigrati, come si vorrebbe dare ad intendere? A me non sembra. Un certo numero di immigrati ha scelto questa via, che è la più agevole, per ottenere la regolarizzazione. Un numero ancora maggiore di essi è solo formalmente autonomo: svolge in realtà la propria attività come contoterzista o sub-appaltatore di medie e grandi imprese italiane. Nulla può garantirgli quella stabilità e quella progressione di affari che è sempre più in dubbio anche per tante mini-imprese italiane. Ciò non toglie che una frazione ultraminoritaria (molto al di sotto del 10%) della popolazione immigrata possa entrare a far parte del sistema delle piccolissime e piccole imprese. E ci sarà perfino chi riuscirà a percorrere il brillante cammino imprenditoriale di una Afef, la modella tunisina ascesa al suolo di moglie del finanziere Tronchetti Provera, primo azionista di Telecom. Possiamo darlo per scontato. Ma cosa cambia tutto ciò nella esistenza di milioni di immigrati “comuni”? su
20 Per questi aspetti, ed in particolare per la relazione che intercorre tra razzismo dottrinale, razzismo istituzionale e razzismo popolare, rinvio all’introduzione di BASSO-PEROCCO (2000) e al mio saggio Razze, immigrazione, razzismo ivi contenuto. su
21 Appropriata fu, invece, la definizione che ne diede Laura Balbo chiamandola “paese di ordinario razzismo”: v. BALBO-MANCONI (1992, p. 10). su
22 La ricerca è stata esposta da una esponente del Censis, Elisa Manna, nel corso di un seminario della Confederazione europea dei sindacati sulla azione sindacale contro le discriminazioni razziali e religiose in Europa, tenutosi a Roma nella sede del Cnel il 5 luglio 2004. Vi è ormai un certo numero di ricerche analoghe che presentano risultati analoghi, se non ancor più marcati nel senso della razzizzazione e criminalizzazione “simbolica” degli immigrati. In una indagine svolta nel 2007 dalla Makno&Consulting per il ministero dell’Interno è emerso che nell’85% dei casi gli intervistati si erano fatti un’idea degli immigrati sulla base di quanto ascoltato nei telegiornali o letto nei giornali (CARITAS-MIGRANTES, 2007). su

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  2. Le cause permanenti delle migrazioni verso l’Europa (1a parte)
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  4. Qualche numero
  5. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (1a parte)
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  10. Bibliografia

A cura di:
Pietro Basso

Documento soggetto a copyright.

Creation date : 2011-05-20 - Last updated : 2011-05-29

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