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L’immigrazione in Italia e in Europa:

Cause, caratteristiche, funzioni, prospettive (*)

4. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (1a parte)

L’immigrato, ha scritto SAYAD (2002, pp. 236-7), è un manovale a vita. E un operaio maghrebino della Renault di Billancourt da lui ascoltato spiega così, con una rabbia profondamente venata di fatalismo, questa condizione:

          “Tutto quello che so è che sono OS [ossia: manovale – n.d.r.] e che morirò OS. Poco importa il lavoro che faccio. Se mi dicono di fare una cosa, io la faccio. […]

          “Tu non vieni assunto per quello che sai fare, ma per quello che sei. Non sei pagato per il tuo lavoro, per il lavoro che fai, ma per quello che sei. O sei un francese, o sei un immigrato. Non è la stessa cosa, non è lo stesso lavoro e non è lo stesso salario. E quando è lo stesso lavoro, non è mai lo stesso salario: per lo stesso lavoro il salario del francese è almeno una volta e mezzo il salario dell’immigrato. Se sei un immigrato, non è la stessa cosa se sei un arabo o un negro – arabo e negro è più o meno lo stesso, una cosa vale l’altra – o, al contrario, se sei spagnolo, portoghese, jugoslavo, è già diverso. […]

          “Tu sei ai loro [dei dirigenti e dei quadri dell’azienda – n.d.r.] piedi. Sono loro che comandano, tu devi obbedire e tacere. Tu esegui. Loro comandano e così fanno in modo di non dire la verità. Qual è questa verità? Per esempio che tutti gli immigrati, soprattutto gli arabi, devono essere tutti manovali, mentre nessun francese deve essere manovale. Per esempio, questa è la verità. E’ meglio dirla così, piuttosto che fare finta che siamo tutti eguali.”14

Sì, è questa la condizione normale dei lavoratori immigrati. Lavoratori di serie B o di serie C. A loro spettano di regola le mansioni di manovalanza, non solo nell’industria ma anche nell’edilizia, nei supermercati, negli ortomercati, in agricoltura, negli hotel, nei ristoranti (la quasi totalità dei lavapiatti sono immigrati), nelle strutture ospedaliere, nelle ditte di pulizia, ovviamente, e dove altro si voglia. A loro spettano, perciò, i salari più bassi (all’Ortomercato di Milano, tanto per dire, i manovali di colore scaricano cassette di frutta e verdura alla sensazionale paga di 2,5 euro l’ora), sia per le qualifiche che vengono loro attribuite d’imperio quasi sempre in spregio delle loro reali competenze, sia perché è frequente che siano pagati meno di quanto loro spetterebbe in base alle norme contrattuali: ciò succede soprattutto nelle imprese più piccole che sono, del resto, quelle che maggiormente ricorrono al lavoro immigrato15.

A loro spettano, in genere, le mansioni più pesanti, pericolose, insalubri: i dati incompleti dell’Inail dimostrano che ogni 9 infortuni denunciati, uno (l’11%) riguarda i lavoratori immigrati, il cui tasso ufficiale di infortuni è doppio di quello degli autoctoni. Se spulciate questi dati, avrete delle sorprese. Scoprirete, ad esempio, che i romeni, rappresentati per solito come una massa di stupratori e assassini seriali, sono in realtà la nazionalità in assoluto più esposta al rischio d’infortuni mortali sul lavoro (35 morti nel 2004, 29 nel 2005, 30 nel 2006, 94 morti sul lavoro in soli 3 anni, un tempo si parlava, correttamente, di omicidi bianchi), e che, “incredibile” ma vero, gli albanesi, che lo sfruttamento della prostituzione, così parrebbe, ce l’hanno nel sangue, e non sono abili a fare nient’altro, sono, invece, la nazionalità che è, tra tutte, la più esposta agli infortuni “ordinari” a causa del duro lavoro da manovali e carpentieri che svolgono nei cantieri edili. Ai lavoratori immigrati, spettano poi di diritto (di dovere…) gli orari più scomodi, quelli a turni, di notte, nei week-end.

E rigorosamente è riservata loro, ci mancherebbe altro, la prelibatezza del lavoro 24 ore su 24. Parliamo delle lavoratrici di cura che accudiscono gli anziani, chiamate con un termine che a me non piace perché suona di per sé declassificante, “badanti”. Parli, dunque, una di loro, una donna ucraina adibita alla cura di un’anziana affetta dal morbo di Alzheimer:

          “Senz’altro questo lavoro non è facile. É difficile perché, anche fisicamente, se tu non dormi 24 ore su 24 in tanti anni… le persone anziane forse hanno bisogno di dormire meno… Ma tu lavori, e sei sempre come in una maratona… Qui non c’è orario fisso, tu non lo sai quando puoi uscire, quando puoi dormire; di notte io non dormivo mai bene perché sempre sto aspettando una voce che chiama “Anna! Anna!”.

[… c’è bisogno di] un po’ di libertà, perché bisogna uscire, non si può stare sempre chiusa, bisogna avere privacy, e in casa non c’è un posto dove tu puoi…, anche se tu vuoi piangere, non c’è posto, non c’è posto per incontrare tuoi amici, per parlare con tuoi amici nella tua lingua. [… É] più difficile che tu stai sempre chiusa in una casa di un’altra persona, tu vedi soltanto lei, sempre, come gemelli siamesi, a destra, a destra, a sinistra, a sinistra, e basta. Non c’è tua scelta, non c’è niente, tu dipendi totalmente da quella signora con cui stai, anche dai suoi parenti. […] É difficile vivere in una casa di un’altra persona perché te sei lì per servire questa persona, per risolvere i problemi di questa famiglia, non per fare i problemi tuoi; i tuoi problemi sono problemi tuoi, tu non puoi venire [a dire] io voglio, io… non c’è che quello che c’è…”.16

In realtà, in un lavoro del genere “non c’è niente”: niente altro se non una ininterrotta fatica, pesante e stressante per il fisico, per i nervi, per “l’anima”. Una completa dipendenza da altri, una quasi completa segregazione sociale (a-sociale). Ha ragione Giuliana Chiaretti a vedere in una condizione come questa congiungersi il mal da lavoro con il “mal da rapporti sociali”. L’ansia per un lavoro che può venir meno da un momento all’altro ed insieme per una regolarizzazione che non arriva o può scadere con la morte dell’assistito. E su questa ansia si innestano i malanni del corpo, “un corpo che ingrassa o dimagrisce in pochi mesi oltre misura”; e poi ancora la nostalgia per il proprio paese e i propri cari; e se tutto ciò non bastasse, il disorientamento e le umiliazioni quotidiane (“‘Sei stupida, sei cretina, idiota!’ e basta, è come un rosario, tutte le mattine”…). E questa condizione non è una esclusiva delle lavoratrici di cura: tocca, in un modo o nell’altro, la massa degli immigrati.

L’intera esistenza degli immigrati e dei loro figli è costellata di discriminazioni. Discriminati nei luoghi di lavoro, ma anche nell’accesso al lavoro, alla indennità di disoccupazione, alla pensione, alle auto-certificazioni fiscali. Discriminati nell’accesso alla casa, per via degli affitti più cari per abitazioni più vecchie e i quartieri più degradati in cui sono costretti a vivere. Discriminati, di fatto, anche nelle scuole (il 42,5% degli studenti figli di immigrati non è in regola negli studi), dove sono quasi solo le iniziative volontarie di singoli o di piccoli gruppi acercare di mettere a proprio agio i bambini di altre nazionalità.Discriminati nella possibilità di tenere unita la propria famiglia e, soprattutto se islamici, di professare liberamente la propria fede religiosa (sospettata, ora, in quanto tale, di avere potenzialità di tipo “terroristico”). Per quanto a noi europei piaccia raffigurare il nostro diritto come universale, valido rigorosamente erga omnes, in Italia - in Europa le cose non stanno in modo sostanzialmente differente - le popolazioni immigrate sono sottoposte a un vero e proprio diritto speciale, frutto combinato di una costituzione materiale e di una costituzione formale entrambe inferiorizzanti i cittadini “stranieri” che sono qui, coatti, per lavorare. Della privazione dei diritti politici se ne parla generalmente in relazione al diritto di voto, da cui in effetti gli immigrati sono esclusi in Italia quasi ad ogni livello17; essa, però, include in tutto o in parte diritti ancor più basilari del diritto di voto quali la libertà di organizzazione politica, il diritto di stampare propri giornali, di indire cortei o manifestazioni, etc.



Ringraziamenti

(*) Questo saggio riprende, aggiorna, integra lo scritto “Gli immigrati in Italia e in Europa” comparso nel volume Educare diversamente (a cura di D. Santarone), Armando, Roma 2006. Ringrazio il curatore del volume e l’editore per avermi autorizzato a ciò.

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Note:

14 Sayad riferisce di una ricerca sull’industria dell’auto francese degli anni ’80, gli anni in cui usciva in Germania un efficace reportage sulla condizione dei lavoratori turchi, e non solo, di contenuto del tutto analogo (WALRAFF, 1986). Cose d’altri tempi? Niente affatto. Lo provano da ultimo, in modo incontrovertibile, quattro inchieste sul lavoro condotte in Italia con un certo scrupolo, che riguardano esclusivamente, o anche, il lavoro degli immigrati: LEOGRANDE (2008), MEDICI SENZA FRONTIERE (2008), ROVELLI (2008), BERIZZI (2008), da cui emerge un quadro anche più drammatico (si pensi soltanto agli oltre 80 braccianti polacchi “scomparsi” nel Tavoliere delle Puglie). Se qua e là la situazione è parzialmente cambiata, lo si deve solo alla iniziativa dei lavoratori immigrati e, in parte, all’attività delle organizzazioni sindacali, anch’esse, però, tutt’altro che esenti da limiti. su
15 Di questa disparità di salario tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani si è accorto finanche l’ISTAT (2002), che ne offre la seguente stima per settori: -24,2% nell’industria manifatturiera, -17,8% nell’edilizia, -16,5% nel commercio, -8,5% nel comparto degli alberghi e della ristorazione, -37,1% in altre attività professionali. Va notato che tra il 1999 e il 2001 tale differenziale è cresciuto in tutti i settori menzionati, e bisogna tenere in conto il fatto che il salario degli immigrati è in genere “gonfiato” da un numero di ore di lavoro straordinario nettamente superiore a quello dei lavoratori italiani. Pertanto, se fossero poste a confronto le paghe orarie anziché, come fa l’Istat, il salario lordo mensile, i differenziali risulterebbero ancora più ampi. Molto interessante sarebbe anche l’esame delle modalità di pagamento dei salari, a cominciare, ad esempio, dal rispetto (o meno) delle scadenze. Di tali modalità ne citerò una, di certo estrema, e nondimeno indicativa, emersa in un’indagine sui cantieri navali da me diretta: alla Fincantieri di Monfalcone il padroncino di una delle infinite (sono arrivate fino al numero di 700) ditte degli appalti pretendeva che i suoi dipendenti bangladeshi ritirassero il salario stando in ginocchio… su
16 CHIARETTI (2005, pp. 197-198). In un altro passaggio del suo racconto la stessa lavoratrice, 51 anni, professoressa di letteratura ucraina in pensione, dichiara: “quando io ero senza giorno libero e non potevo uscire neanche per un’ora, mezz’ora, uscire di casa per portare via l’immondizia era festa per me, sai?” (p. 205). su
17 In Europa la situazione è più articolata: cfr. il capitolo su rappresentanza politica e diritto di voto curato da P. Attanasio e A. Facchini contenuto in CARITAS/MIGRANTES (2004, pp. 186 ss.). su

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  4. Qualche numero
  5. Un’esistenza fatta di duro lavoro e di discriminazioni (1a parte)
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  7. Discriminati, ma non certo rassegnati
  8. Postilla: Un salto di qualità (in negativo) delle politiche migratorie (1a parte)
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  10. Bibliografia

A cura di:
Pietro Basso

Documento soggetto a copyright.

Creation date : 2011-05-20 - Last updated : 2011-05-29

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