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Infibulazione e mutilazioni dei genitali femminili

Parte 2

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono 130 milioni al mondo le vittime dell’infibulazione e la loro età oscilla dai sette giorni dopo la nascita a non oltre il compimento del decimo anno.

La M.F.G.1 è stata considerata a lungo "un intervento innocuo", una questione antropologica da studiare come fenomeno appartenente a culture diverse dalla nostra.

In realtà le conseguenze di tali interventi sono devastanti nella donna e vanno dalle emorragie, che possono causare anche la morte della vittima, alle infezioni anch’esse spesso letali quali il tetano e la setticemia, essendo praticati in forma rituale, lontano da centri ospedalieri e affidati alla cosiddetta "praticona" o "daya"(termine usato in Egitto) che agisce senza competenza medica, non rispettando le modalità igieniche e con strumenti inadeguati, quali rasoi, coltelli, vetri, lamette, che contribuiscono all’insorgere di vari tipi di infezioni.

Sono significativi i ricordi di Nawal Al Saadawi, psichiatra e scrittrice egiziana che da anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza nei riguardi della donna. La Al Saadawi definisce l’infibulazione subita "quella profonda ferita che a distanza di oltre cinquant’anni in me ancora non si è rimarginata". Così rammenta il racconto della nonna paterna che subì quella maledetta operazione:
«Avevo appena cominciato a camminare per i prati per giocare con gli altri bambini, quando quella donna innominabile, Umm Mahmoud, quella daya venne a casa mia, mi prese e, con l’aiuto di altre quattro donne, mi immobilizzò come un pollo.
Disse: "Adesso ascoltami, Mabrouka, io ti taglierò il clitoride, così resterai pura e limpida per la notte di nozze, tuo marito non ti abbandonerà per la vergogna e tu non andrai dietro ad altri uomini".
Dopodiché, prese un rasoio e lo affilò sulla pietra, al punto che il taglio mi bruciò come se fosse fuoco.
Dissi a me stessa: "E’ finita per te, Mabrouka, questa è la fine".
Mia madre recitò tre volte la fathia per la mia anima, perché erano tutti convinti che sarei morta da un momento all’altro. Ma fortunatamente, dopo alcuni giorni mi rialzai.»

«"Umm Mahmoud prendeva il rasoio, lo stringeva tra le dita spesse e grezze e lo affilava sulla pietra, avanti ed indietro finché diventava incandescente. Teneva il "bazar" delle bambine e con la lama lo recideva alla radice.
Avevo appena compiuto sei anni e sapevo che tutte le bambine venivano mutilate ai genitali prima del menarca. Nessuna, che vivesse in un villaggio o in una città, in una famiglia povera o ricca, poteva esimersi. Non si salvò né mia nonna, né mia madre, né le mie sorelle da quell’operazione. Ma, quando cominciai a scrivere, oltre quarant’anni fa, riuscii finalmente ad evitarla a mia figlia e a numerose bambine.
A sei anni, non ci riuscii. Venni accerchiata da quattro donne, imponenti come Umm Mahmoud. Mi presero mani e piedi, come se dovessero crocifiggermi".

Oltre al trauma le donna risente delle conseguenze di questo intervento per tutta la vita, dal punto di vista della salute psicologica e psico-sessuale.

Sono frequenti, infatti, nella vittima la mancanza di auto-stima, gli stati d’ansia, la depressione cronica e la frigidità.

La mutilazione genitale più devastante può essere paragonata alla castrazione maschile.

I rapporti sessuali sono molto dolorosi e privi di sensazioni fisiche, il travaglio, oltre ad essere molto lungo e doloroso, è ad alto rischio: essendo il canale di parto stretto, si verifica il pericolo di morte intrauterina del feto. Allo stesso tempo molti sono stati i casi di sterilità in donne infibulate.

Altre conseguenze devastanti sono la formazione di un corpo estraneo all’interno della vagina a causa dell’accumularsi delle secrezioni di muco, la difficoltà e il bruciore nell’urinare o, ancora, la dismenorrea ovvero mestruazioni estremamente dolorose poiché il sangue mestruale fuoriesce con estrema difficoltà.

Le motivazioni di queste pratiche sono da ricercarsi, non tanto nelle credenze religiose quanto nella volontà dell’uomo, (in un contesto patriarcale) di controllare la sessualità femminile, ritenuta pericolosa.

Si garantisce in questo modo la verginità della ragazza fino al matrimonio e, diminuendo il suo desiderio sessuale, le si impedisce la masturbazione.

Ancora una volta l’uomo ribadisce la sua superiorità impedendo alla donna di provare in ugual misura piacere durante il rapporto sessuale (così l’atto sessuale non diviene momento di condivisione, ma la donna si trasforma in un oggetto utile a placare i desideri del marito).

La necessità di reprimere la sessualità femminile è molto antica, il termine infibulazione, che significa "tagliare intorno" deriva dal latino fibula. I romani usavano far passare, infatti, una fibbia attraverso le grandi labbra dei genitali delle donne per evitare che avessero rapporti sessuali.

Alcuni medici greci, tra cui Paolo di Egina, vissuto nel 7° secolo d.C., sostenevano che con lo sviluppo fisico femminile il clitoride sarebbe cresciuta prendendo le proporzioni di un pene; essendo ciò cosa vergognosa si doveva provvedere all’escissione in tempo.

Questo tipo di credenza è, odiernamente, diffusa tra alcune tribù africane. Presso alcuni gruppi animisti il clitoride viene reciso, nella prima infanzia, poiché si ha il timore che durante il parto soffochi il bambino.

Le motivazioni per giustificare questa barbarie, incompatibile con la salvaguardia dei diritti umani, sono innumerevoli e variano a seconda della regione geografica in cui viene praticata.

Secondo la tradizione islamica (le frasi seguenti non sono riportate nel Corano ma sono presenti nei testi scritti negli anni successivi alla morte di Maometto e, quindi, non sono condivise da tutte le scuole coraniche) il Profeta, nel rivolgersi ad Umm Atiyya, una donna che praticava l’escissione, avrebbe detto: "Se tagli non esagerare, perché così rendi più radioso il volto ed è più piacevole per il marito"; altri riportano invece questa frase "taglia leggermente e non esagerare perché è più piacevole per la donna e migliore per il marito".

In alcuni Paesi, la Commissione dei diritti umani ha varato delle leggi contro l’infibulazione basandosi sul presupposto che essa incida sull’integrità fisica delle donne e che non può essere giustificata né da motivi culturali, né da motivi religiosi.

E’ il caso della Repubblica Centro Africana, paese in cui, nel 1966, è stata varata una legge che proibisce le mutilazioni genitali e punisce chi le pratica con la reclusione, tuttavia la percentuale delle donne vittime dell’escissione è pari al 70% della popolazione femminile.

Più complessa è la realtà egiziana.
In questo paese esiste da anni un accesso dibattito in merito alla legittimità delle M.G.F. che vede schierati su fronti opposti il conservatore mufti ufficiale dell’Università islamica e i modernisti guidati dal Ministero della Sanità.

I religiosi affermano che il Corano indichi "come pratica giusta la mutilazione meno invasiva che modera la natura femminile incline a lasciarsi andare al peccato".

Dopo anni di controversie, grazie anche all’intervento di Suzan Moubarak, consorte dell’attuale Presidente Osni Moubarak (più liberale e moderato del precedente Sadat) la Corte Suprema Amministrativa, nel dicembre 1997, ha definitivamente vietato la mutilazione genitale femminile in qualsiasi forma.

Nota:
1 Sigla con cui si indica mutilazione genitale femminile. su

A cura di:
Noemi Novelli
Creation date : 2010-01-31

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