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Social Dreaming 2008



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Infibulazione e mutilazioni dei genitali femminili

Occorre premettere che per infibulazione (il termine letteralmente significa "tagliare all'intorno") s'intende la più devastante forma di mutilazione genitale femminile che consiste nella rimozione della clitoride, delle piccole labbra e di almeno due terzi della parte anteriore.
I due lati della vulva vengono poi suturati con punti di seta, con spine o quant'altro disponibile, fino a lasciare solo un piccolo foro, mantenuto aperto mediante l'inserimento di un sottile pezzo di legno o di una canna per consentire il passaggio dell'urina o del sangue mestruale.

Vengono eseguite altre forme di mutilazione genitale femminile: la circoncisione che consiste nell'ablazione del cappuccio della clitoride, con lieve fuoriuscita di sangue e l'escissione che prevede la rimozione integrale della clitoride e di tutte, o di parte, delle piccole labbra.

In alcuni casi, dopo l'asportazione della clitoride, vengono graffiate le pareti vaginali con strumenti rudimentali o con un pezzo di vetro o uno schiacciapatate poi, affinché le pareti vaginali si chiudano, alle bambine vengono legate le gambe.

Queste pratiche spesso vengono associate alla fede islamica ma, in realtà, affondano le radici in usanze ancestrali e tribali. La mutilazione genitale femminile è, infatti, diffusa in società di religione islamica, cattolica e politeista.

L'area geografica interessata comprende più di 30 paesi, principalmente appartenenti al continente africano, Burkina Faso, Benin, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gambia, Ghana, Gibuti, Guinea, Guinea Bissau, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Repubblica Centro Africana, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda, quindi gli Emirati Arabi, lo Yemen, alcune popolazioni dell'Indonesia, della Malesia, dell'India e del Pakistan).

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità sono 130 milioni al mondo le vittime dell'infibulazione e la loro età oscilla dai sette giorni dopo la nascita a non oltre il compimento del decimo anno.

La M.F.G.1 è stata considerata a lungo "un intervento innocuo", una questione antropologica da studiare come fenomeno appartenente a culture diverse dalla nostra.

In realtà le conseguenze di tali interventi sono devastanti nella donna e vanno dalle emorragie, che possono causare anche la morte della vittima, alle infezioni anch'esse spesso letali quali il tetano e la setticemia, essendo praticati in forma rituale, lontano da centri ospedalieri e affidati alla cosiddetta "praticona" o "daya"(termine usato in Egitto) che agisce senza competenza medica, non rispettando le modalità igieniche e con strumenti inadeguati, quali rasoi, coltelli, vetri, lamette, che contribuiscono all'insorgere di vari tipi di infezioni.

Sono significativi i ricordi di Nawal Al Saadawi, psichiatra e scrittrice egiziana che da anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza nei riguardi della donna. La Al Saadawi definisce l'infibulazione subita "quella profonda ferita che a distanza di oltre cinquant'anni in me ancora non si è rimarginata". Così rammenta il racconto della nonna paterna che subì quella maledetta operazione:
«Avevo appena cominciato a camminare per i prati per giocare con gli altri bambini, quando quella donna innominabile, Umm Mahmoud, quella daya venne a casa mia, mi prese e, con l'aiuto di altre quattro donne, mi immobilizzò come un pollo.
Disse: "Adesso ascoltami, Mabrouka, io ti taglierò il clitoride, così resterai pura e limpida per la notte di nozze, tuo marito non ti abbandonerà per la vergogna e tu non andrai dietro ad altri uomini".
Dopodiché, prese un rasoio e lo affilò sulla pietra, al punto che il taglio mi bruciò come se fosse fuoco.
Dissi a me stessa: "E' finita per te, Mabrouka, questa è la fine".
Mia madre recitò tre volte la fathia per la mia anima, perché erano tutti convinti che sarei morta da un momento all'altro. Ma fortunatamente, dopo alcuni giorni mi rialzai.»

«"Umm Mahmoud prendeva il rasoio, lo stringeva tra le dita spesse e grezze e lo affilava sulla pietra, avanti ed indietro finché diventava incandescente. Teneva il "bazar" delle bambine e con la lama lo recideva alla radice.
Avevo appena compiuto sei anni e sapevo che tutte le bambine venivano mutilate ai genitali prima del menarca. Nessuna, che vivesse in un villaggio o in una città, in una famiglia povera o ricca, poteva esimersi. Non si salvò né mia nonna, né mia madre, né le mie sorelle da quell'operazione. Ma, quando cominciai a scrivere, oltre quarant'anni fa, riuscii finalmente ad evitarla a mia figlia e a numerose bambine.
A sei anni, non ci riuscii. Venni accerchiata da quattro donne, imponenti come Umm Mahmoud. Mi presero mani e piedi, come se dovessero crocifiggermi".

Oltre al trauma le donna risente delle conseguenze di questo intervento per tutta la vita, dal punto di vista della salute psicologica e psico-sessuale.

Sono frequenti, infatti, nella vittima la mancanza di auto-stima, gli stati d'ansia, la depressione cronica e la frigidità.

La mutilazione genitale più devastante può essere paragonata alla castrazione maschile.

I rapporti sessuali sono molto dolorosi e privi di sensazioni fisiche, il travaglio, oltre ad essere molto lungo e doloroso, è ad alto rischio: essendo il canale di parto stretto, si verifica il pericolo di morte intrauterina del feto. Allo stesso tempo molti sono stati i casi di sterilità in donne infibulate.

Altre conseguenze devastanti sono la formazione di un corpo estraneo all'interno della vagina a causa dell'accumularsi delle secrezioni di muco, la difficoltà e il bruciore nell'urinare o, ancora, la dismenorrea ovvero mestruazioni estremamente dolorose poiché il sangue mestruale fuoriesce con estrema difficoltà.

Le motivazioni di queste pratiche sono da ricercarsi, non tanto nelle credenze religiose quanto nella volontà dell'uomo, (in un contesto patriarcale) di controllare la sessualità femminile, ritenuta pericolosa.

Si garantisce in questo modo la verginità della ragazza fino al matrimonio e, diminuendo il suo desiderio sessuale, le si impedisce la masturbazione.

Ancora una volta l'uomo ribadisce la sua superiorità impedendo alla donna di provare in ugual misura piacere durante il rapporto sessuale (così l'atto sessuale non diviene momento di condivisione, ma la donna si trasforma in un oggetto utile a placare i desideri del marito).

La necessità di reprimere la sessualità femminile è molto antica, il termine infibulazione, che significa "tagliare intorno" deriva dal latino fibula. I romani usavano far passare, infatti, una fibbia attraverso le grandi labbra dei genitali delle donne per evitare che avessero rapporti sessuali.

Alcuni medici greci, tra cui Paolo di Egina, vissuto nel 7° secolo d.C., sostenevano che con lo sviluppo fisico femminile il clitoride sarebbe cresciuta prendendo le proporzioni di un pene; essendo ciò cosa vergognosa si doveva provvedere all'escissione in tempo.

Questo tipo di credenza è, odiernamente, diffusa tra alcune tribù africane. Presso alcuni gruppi animisti il clitoride viene reciso, nella prima infanzia, poiché si ha il timore che durante il parto soffochi il bambino.

Le motivazioni per giustificare questa barbarie, incompatibile con la salvaguardia dei diritti umani, sono innumerevoli e variano a seconda della regione geografica in cui viene praticata.

Secondo la tradizione islamica (le frasi seguenti non sono riportate nel Corano ma sono presenti nei testi scritti negli anni successivi alla morte di Maometto e, quindi, non sono condivise da tutte le scuole coraniche) il Profeta, nel rivolgersi ad Umm Atiyya, una donna che praticava l'escissione, avrebbe detto: "Se tagli non esagerare, perché così rendi più radioso il volto ed è più piacevole per il marito"; altri riportano invece questa frase "taglia leggermente e non esagerare perché è più piacevole per la donna e migliore per il marito".

In alcuni Paesi, la Commissione dei diritti umani ha varato delle leggi contro l'infibulazione basandosi sul presupposto che essa incida sull'integrità fisica delle donne e che non può essere giustificata né da motivi culturali, né da motivi religiosi.

E' il caso della Repubblica Centro Africana, paese in cui, nel 1966, è stata varata una legge che proibisce le mutilazioni genitali e punisce chi le pratica con la reclusione, tuttavia la percentuale delle donne vittime dell'escissione è pari al 70% della popolazione femminile.

Più complessa è la realtà egiziana.
In questo paese esiste da anni un accesso dibattito in merito alla legittimità delle M.G.F. che vede schierati su fronti opposti il conservatore mufti ufficiale dell'Università islamica e i modernisti guidati dal Ministero della Sanità.

I religiosi affermano che il Corano indichi "come pratica giusta la mutilazione meno invasiva che modera la natura femminile incline a lasciarsi andare al peccato".

Dopo anni di controversie, grazie anche all'intervento di Suzan Moubarak, consorte dell'attuale Presidente Osni Moubarak (più liberale e moderato del precedente Sadat) la Corte Suprema Amministrativa, nel dicembre 1997, ha definitivamente vietato la mutilazione genitale femminile in qualsiasi forma.

A causa dell'immigrazione in costante aumento e sempre "più femminile" l'infibulazione è divenuta negli ultimi anni una questione che riguarda anche l'Europa e l'Italia.

Anna Diamantopoulu, eurocommissario della Grecia per il lavoro e gli affari sociali ha dichiarato, basandosi sui resoconti di una ricerca effettuata all'interno del progetto Daphne (promosso dall'Unione Europea), che in Italia le donne mutilate sarebbero 133.843.

Recenti articoli pubblicati dai principali quotidiani italiani affermano che le donne che hanno subito tale pratica sono tra le 30.000 e le 38.000.
Le bambine a rischio sarebbero tra le 5.000 e le 20.000.
Le cifre fornite dalle associazioni umanitarie presenti sul nostro territorio non sempre sono concordi tra loro, credo tuttavia, al di là dei numeri, che sia indispensabile riflettere sul fatto che le famiglie di immigrati continuano a far infibulare le bambine al fine di non disperdere una tradizione profondamente radicata, difficilissima da estirpare perché legata all'esigenza di garantire l'onore e la rispettabilità della donna.

Nei tribunali di tutto il mondo nell'ultimo decennio si è dibattuto sulla possibilità di poter concedere lo status di rifugiate alle donne vittime di mutilazioni genitali.

L'art. 1, comma 2, lett. a) della Convenzione O.N.U. stabilisce che il rifugiato è colui che trovandosi al di fuori dello Stato a cui appartiene non ha la possibilità di rientrarvi a causa di una motivata paura derivata da persecuzione dovuta alla religione, nazionalità, razza, in quanto membro di un gruppo sociale o per le sue idee.
In riferimento a tale articolo, nel 1985, il Comitato Esecutivo dell'United Nations High Commissioner for Refugees (U.N.H.C.R.) aveva conferito ai paesi la libertà di riconoscere come "appartenenti a gruppo sociale" (uno dei punti dell'art.1 sopracitato) le donne a rischio di subire mutilazioni genitali.

I casi in cui la richiesta di asilo è stata accolta sono ancora molto ridotti poiché, purtroppo, legati alle decisioni dei singoli giudici.

In Italia, dal 22 dicembre 2005, l'infibulazione è reato.
Il senato ha approvato, in via definitiva, il disegno di legge n. 414-D relativo alle disposizioni inerenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile (clitoridectomia, escissione, infibulazione e qualsiasi altra forma di mutilazione).

La nuova normativa, composta di nove articoli, detta "le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile quali violazioni dei diritti fondamentali all'integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine [...] in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne".

Il disegno di legge che ha visto, come raramente accade, concordi i gruppi politici di maggioranza e opposizione rende illegale nel nostro paese la pratica della mutilazione genitale sotto ogni forma e prevede, per coloro che commettano tale reato, pene che vanno dai sei ai dodici anni di carcere.

L'escissione è ritenuta punibile perché considerata "violenza sulla persona diretta agli organi genitali e consistente in mutilazioni e lesioni effettuate senza che vi siano necessità terapeutiche al fine di condizionare le funzioni sessuali della vittima."

Il disegno di legge prevede anche l'extraterritorialità del reato: colui che esegua le mutilazioni genitali all'estero ma risiede nel nostro Paese sarà perseguibile al suo rientro in Italia.

L'Osservatorio criminologico e multidisciplinare "Crimini su Donne e minori" ha più volte dichiarato che una legge non è sufficiente a combattere una tradizione che perdura da secoli e sussiste il rischio di un mercato clandestino (come avviene attualmente in alcuni paesi, l'Egitto, ad esempio dove la M.F.G. è stata vietata ma i genitori continuano a far infibulare le figlie segretamente).

E' necessario, contemporaneamente all'approvazione della legge, promuovere una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale mirata a informare i cittadini extracomunitari sulle conseguenze fisiche e psicologiche dell'infibulazione e sulle norme vigenti in Italia, attraverso materiale illustrativo esplicito, tradotto in varie lingue. E' importante ricordare che, in Italia, vivono circa 40.000 donne infibulate e, ogni anno, circa 6.000 bambine tra i quattro e i dodici anni rischiano di essere sottoposte a tali pratiche rituali.


Note:
1 Sigla con cui si indica mutilazione genitale femminile. su

A cura di:
Noemi Novelli (Criminologa)

Last updated 2008-01-24

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