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Un quotidiano esercizio di traduzione

Sia per chi è arrivato, sia per chi è nato qui, l’esperienza dell’attraversamento permane a connotare la quotidianità: ogni giorno sono chiamati a varcare soglie, ad adattarsi a sempre nuove cornici (Sclavi M. , 2000) entro le quali vigono regole e lingue diverse ed essi, crescendo, si attrezzano per comprenderle e utilizzarle diversamente nei vari contesti.

Ma gli ambiti non sono così scanditi e definiti come appaiono e presentano piuttosto svariate contraddizioni. E’ vero che spesso la casa dove abita la famiglia è quella che più facilmente viene vissuta e organizzata sulla base della cultura del paese d’origine ma sarebbe fuorviante immaginare una dicotomia tra interno come luogo della tradizione ed esterno come luogo dell’esposizione al nuovo e al diverso.

Interno ed esterno, prossimità e distanza sono dimensioni spesso intrecciate e sovvertite da gesti e abitudini, dove i linguaggi si sovrappongono e contaminano e le seconde generazioni hanno, in questo senso, un ruolo fondamentale nel ridefinire questo equilibrio.

La presenza di tv satellitari e di internet nella gran parte delle famiglie avvicina mondi diversi, rende prossimi rapporti con parenti e amici lontani, l’abitudine a usare la chat mette in contatto ragazzi nati in Italia con comunità virtuali legate alle culture o alla fede dei padri. Nello stesso tempo condizioni di sradicamento e di affaticamento dei legami parentali portano molti ragazzi ad identificarsi più facilmente con il mondo esterno che con uno interno, domestico e familiare, dalle cui regole hanno preso in certi casi le distanze.

Come sostiene Marc Augé, l’"esterno" invade lo spazio privato attraverso i media che rendono "interno" il globale, avvicinando mondi distanti, restituendo in immagini luoghi ed eventi d’altrove. Il locale, invece, sembra diventare sempre più "esterno", lontano, distante: i legami col quartiere, con le relazioni faccia a faccia che solo uno spazio reale può offrire, vengono trascurati in virtù di esperienze relazionali mediate, virtuali. Le chat sono per molti giovani dei veri e propri spazi di relazione, dei centri sociali virtuali, dove conoscere persone che non avrebbero mai conosciuto altrimenti; si conoscono ragazzi e ragazze di tutta Italia ma anche stranieri, senza dover uscire di casa, senza dover affrontare l’avventura della relazione entro spazi fisici.

L’esperienza dell’attraversamento consiste, per i ragazzi di seconda generazione, in un esercizio di traduzione quotidiano e ricorrente (Lotman, J., 2006). Si potrebbe dire che essi sviluppino, in molti casi, vere e proprie competenze interculturali, capacità di negoziare, mediare, costruire dei significati e dei valori comuni, nell’esercizio quotidiano dell’arte della convivenza.

Il 12 aprile scorso nelle strade del cosiddetto quartiere cinese di Milano, in coincidenza con un conflitto doloroso e amaro con le forze dell’ordine impegnate a fare rispettare proprio quel regolamento del traffico, la città ha incontrato lo sguardo di ragazzi giovanissimi, molti nati in Italia, che qui hanno studiato, figli di commercianti e spesso impegnati essi stessi nelle attività di famiglia. Ragazzi che hanno dato voce ai padri e alle madri, che hanno preso la parola per loro per spiegare ragioni e aspettative. Sono ragazzi abituati a passare da una lingua ad un’altra, da una cultura all’altra, a muoversi nella città con grande disinvoltura. Una risorsa che nessuna città può permettersi di sprecare.



A cura di:
Anna Granata
Elena Granata

Articolo già pubblicato su Animazione Sociale n.11, Novembre 2007

Creation date : 2008-03-15 - Last updated : 2010-01-31

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