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L’accesso al sociale: da individuo/utente a cittadino/persona

«Una grande rivoluzione nel carattere di un solo uomo permetterà di realizzare un cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità...»
D. Ikeda - Filosofo buddista


Cittadino/persona?

Non è questa la sede e tanto meno lo è chi scrive, l’occasione per potersi porre nel grande e millenario dibattito tra individuo e persona. Accenno solo che per parlare di persona, dovremmo attingere al suo concetto filosofico, pedagogico o sociologico o forse, per comprenderne il significando più profondo abbiamo bisogno proprio di una interdisciplinarietà.
Ma forse occorre anche un approccio estremamente concreto per rispondere al lavoro quotidiano di chi si trova davanti a richieste, domande, attenzioni, soluzioni sociali.
Comunque è bene anche sottolineare che non sempre individuo e persona li si debba porre in un piano antitetico tout court. Con persona si intende indicare da una parte un essere caratterizzato da potenzialità che attendono di essere attuate e dall’altra l’accoglimento di un numero elevato di significati che difficilmente possono trovare un punto di sintesi. L’individuo, invece, è la proiezione temporale, in divenire di questa realtà.

Spesso la cultura occidentale, pur riconoscendo fin dall’antichità la centralità e la pregnanza del concetto di persona, lo ha frequentemente sostituito con termini ritenuti equivalenti ma meno compromissori. Paradossalmente la modernità, con l’affermazione sempre più netta dell’individuo, ci porta la comparsa di un io dai contorni più netti, meno caratterizzato dalla variabile spirituale, etica e affettiva, relazionale.
Adorno in modo sicuramente ricco di significato sembra rimarcare questa dicotomia: «Quel che un tempo i filosofi chiamavano vita, si è ridotto alla sfera del privato, e poi del puro e semplice consumo (...)» (Adorno, 1979)

Per ritornare alla nostra prassi, al nostro campo d’azione uno dei possibili errori di chi governa un processo d’aiuto è non comprendere questo processo evolutivo e puntare nell’immanente risposta prestazionistica.

Con tutti gli strumenti concessi dal processo sociale d’aiuto, devo riuscire a condurre l’individualità di chi si approccia ad un servizio (i suoi bisogni presenti, reali, che attendono una esigibilità) alla sua dimensione di persona, cioè capace di gestire il suo processo di uscita dal bisogno, principio non solo filosofico o sociologico, ma intrinseco nella carta costituzionale italiana - art. 3 II comma «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Poi si pone il tema del rapporto tra individuo e collettività, società. Spesso lo si vive, anche perché la quotidianità ce lo fa vivere, in una perenne contrapposizione. Così, forse il problema è posto male.
Perché se l’individuo io lo vedo chiuso in questa sua realtà, il problema c’è...
Mentre l’idea di persona appare ricca di identità, carica valoriale e soprattutto di relazioni societarie e comunitarie, in una parola, ricca di storia.
Persona vuol dire relazione, possibilità e capacità di porsi davanti all’altro e venire da esso riconosciuto.

Le persone compongono la relazione che li avvolge, li comprende, li contiene, li trasforma condizionandoli dall’esterno e stimolandoli dall’interno. La relazione allora diventa una realtà fra i due o più, nata e alimentata dal loro essere e dal loro agire e, a sua volta, alimenta il loro essere e il loro agire, li aiuta a crescere e maturare in un dato modo e con una crescente profondità di vita. ( Vera Araujo, Castelgandolfo, febbraio 2005)

Quindi, in quest’ottica, il Sistema dei servizi, da sempre orientato a considerare i destinatari del proprio intervento non a se stanti ma facenti parte di un sistema di rapporti e legami, sta operando una "svolta relazionale", una possibile opzione teorica di supporto al proprio metodo e a quelle intuizioni operative e valori radicati che, nel passato, non sempre avevano trovato un quadro razionale al cui interno sviluppare coerenti percorsi di intervento. (Campanini, 1999)

Inoltre si affacciano nuovi modelli interpretativi quali la rete (Barnes-Bott), il dono (Caillé, Godbout) la stessa relazione sociale (Touraine, Donati, Bajoit), alla ricerca di nuove dimensioni dei processi d’aiuto.
Ecco allora che accanto alla pur doverosa risposta prestazionistica, c’è da azionare una forte spinta motivazionale in cui porre i bisogni primari accanto ad altri bisogni di senso che possano fornire alle persone anche strumenti per l’autodeterminazione.
Certo in questo quadro sembra che gli Operatori sociali siano chiamati ad una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto all’agire professionale dell’oggi.
Ma probabilmente si tratta di ripensare anche a questo ruolo.
Pierpaolo Donati, pone le basi per una lettura corretta del ruolo dell’operatore sociale. (Donati, 1991)
Donati, nello specifico, definisce in che modo si sia creata una discrepanza fra bisogni sociali nuovi e strategie a cui farvi fronte: da una parte, in una società profondamente cambiata si ritrova il germe di politiche del benessere con caratteristiche profondamente diverse.
In questo senso, una rimodulazione del ruolo professionale deve seguire tre direttive:

I profili professionali devono adattarsi al "nuovo" innestando conoscenze e abilità in punti tattici per la costruzione della solidarietà.
L’Operatore sociale si configura come "guida relazionale di rete", cioè un professionista con precisi obiettivi:

L’Operatore sociale è una figura della complessità sociale con il compito di composizione, rafforzamento e riassetto delle reti di relazione fra soggetti: la conoscenza e l’azione sociale vengono ricostruite su basi dinamiche focalizzando l’attenzione sui sistemi di scambio e di comunicazione.
In questo senso, se si evidenzia il ruolo pubblico, l’operatore sociale deve uscire da un modello "rigido" e di controllo, meramente burocratico, e di potere nel senso di Max Weber, che afferma che «in uno stato moderno il potere reale, che non si esercita né nei discorsi parlamentari né nelle enunciazioni dei sovrani, ma nell’uso quotidiano dell’amministrazione, è necessariamente nella mani della burocrazia».
L’operatore sociale deve agire nella consapevolezza che egli opera sempre sulla base di modelli generatrici di un’azione (Italo De Sandre, 2005).

Rispetto

Avendo impostato questo contributo anche come un sano esercizio di porsi domande e di dare alcune provocazioni, correlato al tema Individuo/persona, come fin qui declinato, offro all’attenzione il contributo di un sociologo americano - Richard Sennet - che, oltremodo a vissuto sulla sua pelle l’esercizio di essere assistito.
E’ possibile fare e dare assistenza e promuovere solidarietà, senza creare dipendenza? Come tenere insieme la garanzia dell’eguaglianza e il rispetto per le differenze di ciascun individuo? Come sollecitare le persone a scoprire un loro protagonismo? Quali sono le politiche assistenziali più adatte ad alimentare il riconoscimento reciproco, a favorire rapporti di interdipendenza? Quanto le identità individuali e collettive sono condizionate dalle politiche di welfare prevalenti?
Questi sono alcuni interrogativi che il sociologo Richard Sennett affronta in un suo saggio dal titolo emblematico di Rispetto dove narra, come detto, della sua personale esperienza di vita in una realtà assistenziale di Chicago.
Egli chiede di scegliere modalità di assistenza e di aiuto che non manchino di rispetto e di riconoscimento, che permettano a chi riceve di superare uno stigma negativo e «di percepirsi come soggetto a pieno titolo, partecipando alla definizione delle condizioni della propria dipendenza».
Anche il dibattito italiano è ricco di accenni in tal senso ed è doveroso richiamare la personalità di Elisa Bianchi docente di Servizio Sociale nel Veneto, scomparsa nel 2000.
Ella ha fortemente contribuito al dibattito sulla persona al centro della Politica dei Servizi e rimando all’ampia bibliografia in tal senso, sicuramente stimolante ed arricchente. Accenno solo ad un concetto molto forte da Lei proposto e che sicuramente ha bisogno di approfondimento e di maggior applicazione quando afferma che «occorre un accordo, un patto tra operatore e persona sull’ambito della propria azione, del proprio intervento, sugli obiettivi e sui passi per raggiungerli: esso è un’espressione di consapevolezza, responsabilità, rispetto». La Bianchi, non volendo enfatizzare o mitizzare una simile "operazione" aggiunge «in molti casi è difficilissimo». (AA.VV., 2005)
Infine, soprattutto in un epoca dove questo dibattito sta andando su registri non corretti, parlo della famiglia, l’Autrice dice che nella politica dei servizi «è essenziale considerare la famiglia come soggetto unitario e tendere a ricomporre le risposte ai problemi in modo globale».


Indice
Parte I
  • Introduzione
  • Il percorso di una riforma
  • Quale informazione?
Parte II
  • Informazione e ascolto
  • L'evoluzione del grado di accesso
  • Bisogno relazionale
Parte III
  • Cittadino/persona?
  • Rispetto
Parte IV
  • La partecipazione e la sussidiarietà
  • Conclusioni
  • Bibliografia

A cura di:
Paolo De Maina
Creation date : 2007-04-29 - Last updated : 2010-01-11

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