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La prima area: il lavoro socioclinico

Nell’avviare il lavoro da libera professionista, avevo nel mio bagaglio personale e professionale sia una lunga esperienza e formazione in ambito socio-clinico, sia esperienze e formazione in area organizzativa.
Ma ricordo, con curiosità e come segnale d’attenzione a chi inizia ora, che il primo destinatario, allora, del lavoro libero professionale che immaginavo possibile era l’altro/utente, la persona o famiglia che potevano chiedere direttamente informazioni, consulenza, orientamento sociale, ad un professionista privato invece che ad un pubblico dipendente o ad un servizio istituzionale.
Da un lato mi pareva difficile che le persone pagassero per un servizio che si può ricevere “gratuitamente”, dall’altro pensavo ai molti servizi e consulenze che ognuno di noi si trova a richiedere..al medico, allo specialista o all’avvocato, senza per questo che venga messa in discussione la specifica professionalità del tecnico o la sua appartenenza.

Secondo i casi e le situazioni, si è abituati a chiedere interventi professionali differenziati in base a bisogni, aspettative, necessità personali, ma soprattutto in base a scelte e riferimenti che tengono conto delle qualità del professionista o della fiducia possibile: “chi è” precede “dove lavora”.
Per certi aspetti, attraverso le prime esperienze di lavoro diretto e senza intermediari istituzionali, ho scoperto il valore e l’importanza del rapporto di fiducia: nel lavoro socio clinico e nella libera professione il rapporto si avvia con una domanda di una persona e l’intervento di un professionista... ma la domanda d’aiuto è anche un segnale di fiducia personalizzata e personale, e la proposta d’intervento è altrettanto personalizzata..i riferimenti tecnici e metodologici sono gli stessi, cambia l’origine del rapporto come la motivazione iniziale di chi chiede aiuto.

Nel lavoro dei primi anni, con i primi casi, l’unica persona imbarazzata da questa solitaria appartenenza, da una forma nuova di pratica del lavoro sociale, ero io... perché persone e famiglie ben poco sapevano di assistenti sociali e servizi, e, se sapevano, avevano scelto intenzionalmente di cercare riferimenti e un sostegno professionale con una professionista più che con un servizio: ancora oggi stupisco della lucidità e trasparenza di molte richieste di allora, che segnalavano, a chi vuol conoscere e capire, le forme diverse e spesso complementari con cui si può chiedere o proporre un aiuto come un intervento sociale.

La libera professione è una possibilità, per gli assistenti sociali, ed è una possibilità per le persone o famiglie che desiderano, in modo riservato e protetto, ragionare su ipotesi, informazioni, orientamenti o scelte d’area sociale.
Il counseling sociale è spesso un intervento breve, che si realizza in alcuni incontri utili per conoscere, capire, orientare, scegliere... la domanda di partenza può essere relativa all’informazione necessaria per una scelta scolastica, una vacanza per una persona anziana, un inserimento in struttura protetta.
Ma spesso la domanda d’aiuto, come nei servizi pubblici, è legata alla crisi, episodica o di lungo periodo, relativa ad una situazione di vita oppure familiare, organizzativa, sociale in senso lato.

La specificità d’intervento professionale, dipendente o in regime di libera professione, è la stessa: ciò che cambia e in parte si trasforma è la relazione diretta tra committente e professionista e la concezione di responsabilità professionale e personale che ne è parte.
Accenno a qualche vicenda, esempi che facilitano una comprensione di processi e dinamiche lavorative nella libera professione. Va ricordato che la mia proposta di lavoro libero professionale era rivolta prevalentemente all’area delle informazioni in campo sociale e a vicende difficili in area familiare o sociale, anche in base alle esperienze di lavoro già fatte come dipendente di un servizio pubblico.

“Un professionista, che lavora come commercialista in uno studio, chiede un appuntamento: ha bisogno di informazioni di base per orientarsi nel sistema dei servizi territoriali a favore di un parente anziano”.
Note professionali: una domanda semplice, che ha richiesto un incontro d’avvio, un colloquio per la comprensione della vicenda, una ricerca dati poi predisposti con una nota scritta, un colloquio di restituzione e conclusione.

“La madre di un giovane disabile: cerca notizie per la scelta di una vacanza estiva adeguata ai comportamenti e abitudini del figlio“.
Note professionali: intervento analogo al precedente, realizzato anche un incontro con il ragazzo e una visita alla struttura scelta insieme alla madre.

“Una giovane coppia chiede un incontro per ragionare su una ipotesi di separazione”.
Si realizza un lavoro di counseling articolato nel tempo, sia individuale sia di coppia, con un accordo scritto conclusivo e alcuni colloqui di verifica a distanza.
Note professionali: è l’intervento di counseling sociale che si può definire come “classico” e che ha l’obiettivo di accompagnare un percorso di scelta consapevole.

“Una coppia di genitori separati chiede di valutare insieme le difficoltà di gestione della relazione di entrambi con la figlia, affidata alla madre”.
Note professionali: un intervento di counseling che si integra con una forma di mediazione familiare che mette al centro dell’interesse di tutti gli adulti (genitori e consulente insieme) l’interesse del bambino.

Il lavoro socioclinico è richiesto dalle famiglie e va considerato uno spazio nuovo di lavoro sociale, una proposta che incontra domande che non sempre le persone possono o vogliono indirizzare all’ente pubblico.
La mission professionale è spesso legata al lavoro con persone e famiglie, all’idea di interventi, tempo e attenzione, per chi ha bisogno : il bisogno di consulenza, aiuto, accompagnamento, e la relativa domanda d’intervento, possono collocarsi in modo complementare e con contiguità sia in area pubblica sia in area privata... entrambe aperte all’aiuto e intervento professionale.

Muta e si trasforma la geografia emozionale, la relazione “interna” con il proprio lavoro e con il proprio oggetto di lavoro (si rimanda al concetto di “oggetto” in area psicoanalitica e a M.Klein): la responsabilità personale diventa un elemento forte della propria professione, una variabile che ha senso sia per gli aspetti organizzativi sia per gli aspetti emotivi.
Chi “lavora in proprio” deve far quadrare i conti... ma deve anche avere piacere e passione, curiosità e interesse, sia per chi arriva sia per il lavoro che insieme si riuscirà a fare: senza questi ingredienti, senza emozioni, forse, la libera professione di assistente sociale non è né può essere.



A cura di:
Ombretta Okely
Creation date : 2008-01-24 - Last updated : 2010-01-11

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