io, personalmente, non mi sposterei invece, sul discorso fede, perchè la ritengo una questione molto intima.
Non solo.
Secondo me bisognerebbe fare una grande differenza tra due dimensioni che apparentemente sono legate ma che nella professionalità dell’operatore sociale non dovrebbero cioè Religione e spiritualità.
Il termine utilizzato da Ugo Albano è cristianesimo quindi presumo si riferisca all’aspetto religioso, anche se non è semplice, effettivamente.
Secondo me, la spiritualità all’interno delle professioni d’aiuto è una risorsa molto importante. È una sorta di forza che si contrappone a tutte quelle tendenze che dominano la società occidentale, mi riferisco alla razionalità,al managerialismo, alla medicalizzazione dell’intervento di aiuto, all’eccessiva scientificità della professione, all’eccessiva burocratizzazione/tecnologizzazione dell’aiuto. La spiritualità da potere alla persona.
L’inclusione della componente spirituale però è intima e personale.
Ma come sottolineato forse anche da Chiara, la religione, sopratutto cristiana, ha invece un aspetto anche sociale.
Cioè..la religione è collegata all’interno di un insieme di valori che fanno riferimento a precise istituzioni cristiane, che compiono una precisa funzione sociale, esprimendo direttive valoriali su altrettante istituzioni o comportamenti umani, come famiglia, scuola, figli, sessualità, educazione, individulità, libertà di credo,libero arbitrio.
Quello che leggo nel commento di su, a proposito degli psicoterapeuti che invitano il paziente a credere in dio rischia di essere, in tutto rispetto, tecnicamente molto scorretto, considerando il codice deontologico dello psicologo. Direi invece che la psicoterapia dovrebbe favorire un cammino che apre alla spiritualità per potenziare le scelte future dell’individuo qualunque esse siano.
Ma lo fa attraverso tante versioni di spiritualità (psicoanalisi, meditazione, ipnosi, studio dell’incoscio, pratiche di psicoenergetica orientale ecc). Se lo psicologo si sposta sulla dimensione religiosa e non spiritule, come la mettiamo con le nevrosi di un paziente ortodosso o poligamo?
Lo interpreta utilizzando la dimensione sociale del modello di “famiglia cristiana” con le nevrosi conseguenti??
L’assistente sociale, inoltre, non è una professione unicamente relazionale ma anche sociale. Quindi inevitabilmente rischia di portarsi dietro anche l’aspetto sociale della spirtualità cristiana cioè l’aspetto religioso, creando una situazione di potenziale conflitto, che potrebbe fare dei danni, quando il valore diventa sociale.
Per questo si dovrebbe discutere, secondo me, sopratutto su come apriamo i nostri orizzonti nella relazioni con l utenza, a tante versioni di valori e spiritualità, sopratutto in discorsi di società multiculturali, uscendo un pò fuori dal nostro etnocentrismo religioso cristiano