servizio sociale e cristianesimo

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

non credo che il cristianesimo sia un vestito di cui possiamo vestirci e poi spogliarci a seconda delle situazioni. Se il proprio cristianesimo non è solo una religione da professare, ma è una fede vera e profonda, credo che ci condizioni e accompagni sempre in tutto quello che facciamo e siamo, a casa come a lavoro, nelle nostre abitudini quotidiane e guida ogni nostra decisione e scelta di vita.

Sono sicura che la professione di assistente sociale può essere effettuata egregiamente anche da chi non crede, ma credo che chi crede ha un aiuto in più, non solo per la persona a cui sta offrendo aiuto, ma proprio per se stessa.

Un bacio a tutti

[quote="habibi"]non credo che il cristianesimo sia un vestito di cui possiamo vestirci e poi spogliarci a seconda delle situazioni. Se il proprio cristianesimo non è solo una religione da professare, ma è una fede vera e profonda, credo che ci condizioni e accompagni sempre in tutto quello che facciamo e siamo, a casa come a lavoro, nelle nostre abitudini quotidiane e guida ogni nostra decisione e scelta di vita.[/quote]

Consentimi di dissentire da quello che hai scritto: noi siamo impiegati come professionisti e non in quanto credenti. E' come se ti dicessi che visto che ho un credo politico questo influenza direttamente il mio lavoro. Bisogna rendersene conto e "dominare" questa tendenza (che è umana, non siamo mai obiettivi al 100%) e sforzarci di lavorare seguendo i valori del servizio sociale. Se poi questi collimano con i nostri valori religiosi/politici/filosofici tanto meglio, sarà più facile. Altrimenti bisogna fare un distacco dal mandato personale e riflettere sul proprio mandato professionale e istituzionale e agire di conseguenza.

Pensa al caso di un IVG: tu AS sei lì per sostenere una persona che potrà fare delle scelte che potranno anche andare contro le tue convinzioni religiose, ma non hai assolutamente il diritto di influenzare le sue scelte sulla base del tuo credo.

[quote="habibi"]Sono sicura che la professione di assistente sociale può essere effettuata egregiamente anche da chi non crede, ma credo che chi crede ha un aiuto in più, non solo per la persona a cui sta offrendo aiuto, ma proprio per se stessa.[/quote]

Capisco quando dici che la fede possa aiutare un professionista, ma sinceramente dire che questo possa avere dei riflessi benefici anche sull'utenza stessa mi lascia perplessa. La persona che riceve il nostro aiuto beneficia del fatto che l'AS sia un bravo professionista e che sia preparato nel suo lavoro. Penso proprio che non gliene importi nulla delle motivazioni che guidano il professionista purché sia corretto ed efficiente. Insomma la fede può essere una risorsa per il professionista per motivarlo a lavorare bene, ma deve restare in un ambito privato e intimo, non deve emergere negli atteggiamenti e comportamenti.

volevo dire solo che io trovo aiuto nella mia fede quando mi sento demotivata e scoraggiata nell'esercizio della professione, non volevo dire che trasmetto il mio credo agli utenti. In ogni modo ho letto molti libri in cui anche psicologi e psicoterapeuti molto noti incoraggiano i propri utenti a credere in Dio perché è statisticamente provato che chi crede affronta meglio la vita. Non credo che dichiarando il mio credo ad un utente metto da parte la mia professionalità. Personalmente, frequentando spesso ospedali, anche in altre professioni come medici e infermieri ho sempre trovato una sensibilità in più in chi si dichiarava cristiano e mi hanno spesso incoraggiato loro stessi ad aver fede nell'affrontare le paure di cure e interventi difficili. Questo non ha tolto nulla alla loro professionalità. In ogni modo ripeto che sono convinta che la professione possa essere fatta egregiamente anche da un ateo.

Queste sono opinioni personalissime, fondate sulla mia esperienza. Ma ognuno vive esperienze diverse, è chiaro

io, personalmente, non mi sposterei invece, sul discorso fede, perchè la ritengo una questione molto intima.

Non solo.

Secondo me bisognerebbe fare una grande differenza tra due dimensioni che apparentemente sono legate ma che nella professionalità dell’operatore sociale non dovrebbero cioè Religione e spiritualità.

Il termine utilizzato da Ugo Albano è cristianesimo quindi presumo si riferisca all’aspetto religioso, anche se non è semplice, effettivamente.

Secondo me, la spiritualità all’interno delle professioni d’aiuto è una risorsa molto importante. È una sorta di forza che si contrappone a tutte quelle tendenze che dominano la società occidentale, mi riferisco alla razionalità,al managerialismo, alla medicalizzazione dell’intervento di aiuto, all’eccessiva scientificità della professione, all’eccessiva burocratizzazione/tecnologizzazione dell’aiuto. La spiritualità da potere alla persona.

L’inclusione della componente spirituale però è intima e personale.

Ma come sottolineato forse anche da Chiara, la religione, sopratutto cristiana, ha invece un aspetto anche sociale.

Cioè..la religione è collegata all’interno di un insieme di valori che fanno riferimento a precise istituzioni cristiane, che compiono una precisa funzione sociale, esprimendo direttive valoriali su altrettante istituzioni o comportamenti umani, come famiglia, scuola, figli, sessualità, educazione, individulità, libertà di credo,libero arbitrio.

Quello che leggo nel commento di su, a proposito degli psicoterapeuti che invitano il paziente a credere in dio rischia di essere, in tutto rispetto, tecnicamente molto scorretto, considerando il codice deontologico dello psicologo. Direi invece che la psicoterapia dovrebbe favorire un cammino che apre alla spiritualità per potenziare le scelte future dell’individuo qualunque esse siano.

Ma lo fa attraverso tante versioni di spiritualità (psicoanalisi, meditazione, ipnosi, studio dell’incoscio, pratiche di psicoenergetica orientale ecc). Se lo psicologo si sposta sulla dimensione religiosa e non spiritule, come la mettiamo con le nevrosi di un paziente ortodosso o poligamo?

Lo interpreta utilizzando la dimensione sociale del modello di “famiglia cristiana” con le nevrosi conseguenti??

L’assistente sociale, inoltre, non è una professione unicamente relazionale ma anche sociale. Quindi inevitabilmente rischia di portarsi dietro anche l’aspetto sociale della spirtualità cristiana cioè l’aspetto religioso, creando una situazione di potenziale conflitto, che potrebbe fare dei danni, quando il valore diventa sociale.

Per questo si dovrebbe discutere, secondo me, sopratutto su come apriamo i nostri orizzonti nella relazioni con l utenza, a tante versioni di valori e spiritualità, sopratutto in discorsi di società multiculturali, uscendo un pò fuori dal nostro etnocentrismo religioso cristiano

Io ho scelto di fare servizio sociale perché provenivo dal volontariato cattolico. Per me aiutare le persone significava vivere la fede, che è amore di Dio ed amore verso i fratelli.

Nella formazione sono stata formata ad un aiuto “neutro”. Le persone sono giustamente tutte uguali, ma io so che anche l’aiuto cristiano tratta tutti da uguali. Non comprendo Chiara79: non è che il mio essere cattolica mi fa escludere qualcuno, anzi è un motivo per accoglierli meglio. Forse i cristiani hanno questo pregiudizio, cioè che “aiutano solo i cristiani”. Ciò non è vero per nulla.

Per me cattolica aiutare l’altro è aiutare Cristo. In questo senso ci sono tutta me stessa nell’aiuto. Se una collega è atea, io la rispetto e non mi sento superiore a lei. Solo che io ho una dimensione in più, ma è "mia".

AC

[quote="annaclara"]Nella formazione sono stata formata ad un aiuto “neutro”. Le persone sono giustamente tutte uguali, ma io so che anche l’aiuto cristiano tratta tutti da uguali. Non comprendo Chiara79: non è che il mio essere cattolica mi fa escludere qualcuno, anzi è un motivo per accoglierli meglio. Forse i cristiani hanno questo pregiudizio, cioè che “aiutano solo i cristiani”. Ciò non è vero per nulla.[/quote]

Se leggi bene i miei post, non ho mai scritto questo. Io ho solo detto che non capisco il bisogno di esplicitare per forza il proprio credo nel luogo di lavoro (cristianesimo, islamismo, ebraismo, induismo che sia!). Io non mi considero mica superiore agli altri colleghi, per carità. Dico solo che quando siamo sul lavoro siamo tutti AS, ognuno con il suo mandato personale che deve fare però i conti con gli altri mandati (sociale, professionale, istituzionale). Io come AS non esprimerei mai le mie idee politiche e religiose con le persone che aiuto e se mi dovessi immaginare al posto di un utente mi sentirei a disagio se mi sentissi dire frasi come quelle che ho letto qui ("Per me aiutare le persone significa vivere la fede, che è amore di Dio ed amore verso i fratelli" o "Aiutare l’altro è aiutare Cristo"). Se fossi un utente desidererei essere aiutata in primis in quanto essere umano che soffre e ha delle problematiche. Chi se ne frega se chi mi aiuta lo fa per le motivazioni più svariate purché si comporti come un bravo professionista.

Quindi se l'avere una fede può aiutare il mandato personale di un AS, tanto meglio, vorrà dire che sarà una motivazione in più a svolgere meglio il proprio lavoro. Dico solo che deve restare qualcosa di intimo che non deve emergere negli atteggiamenti e comportamenti del professionista, soprattutto se lavora nei servizi pubblici, che devono essere come hai giustamente scritto "neutri" e basati sui principi e valori del servizio sociale, non su quelli religiosi.

Non sono pienamente daccordo.

Non è che il cristianesimo è un aspetto "intimo" e che quindi non deve trasparire all'esterno.

Per me cristiana è importante comportarmi come tale.

Si tratta semplicemente di vedere l'utente come un fratello da aiutare, cristo stesso.

AC

Nella storia del servizio sociale c’è il cristianesimo: le prime forme di assistenza hanno visto proprio le chiese cristiane in prima linea. Dalle charities inglesi agli ospedali/lazzaretti italiani, erano le chiese a “dare una mano ai poveri”. Ciò chiaramente fine a fine 800.

L’idea di uno “stato sociale laico” è assai recente. I welfare pubblici sono forti specialmente nel mondo anglosassone, mentre quelli “misti” li si trova più facilmente nei Paesi cattolici.

E l’Italia? Fino al dopoguerra la formazione degli assistenti sociali è stata gestita da enti privati, spesso cattolici. E’ solo nell’80 che la formazione è passata all’università. Sul piano del welfare, inoltre, si è aspettato il 2000 per una Legge-quadro poi resa inefficace un anno dopo, per Legge Costituzionale. Ciò per dire che al declamato “diritto” non ha fatto seguito alcunché. Oggi il “pubblico” è spesso solo “sportello” o “erogazione”, la gestione vera e propria è sovente in mano privata, convenzionata col pubblico. Spesso è un privato cooperativistico, ma c’è molta presenza di enti religiosi.

L’assistente sociale in tutto ciò? E’ rimasto nella burocrazia pubblica, nel privato siamo assenti, nonostante la legge-quadro: nella caritas o enti religiosi o cooperative cattoliche non c'è l'assistente sociale. Questo è un problema tutto italiano: questa formazione "neutrale" ci ha fregato!

Il tutto col non trascurabile problema che, se l’ambito religioso definisce una mission di carità , quello pubblico non si definisce, se non dietro l’aleatorietà del politico di turno (regionale). Molto malessere di chi lavora risiede lì.

L’assistente sociale lavora nell’aiuto facendo riferimento ad un’etica. Il codice deontologico ne è una limitata e parziale espressione. Ne consegue che si attinge spesso al livello etico personale per dimensionarsi nell’aiuto. E' questo un limite o una risorsa?

A me fa molto paura, lo dico apertamente, una professione definita prevalentemente sul piano tecnico senza un’etica: ogni professione ne dibatte, la nostra un po’ meno (vedi, per esempio, la bioetica del fine-vita).

Io penso infatti che sia necessario un ritorno della formazione all’etica. In fin dei conti, a quale immagine di uomo lavoriamo? La metodologia non lo dice, l’etica ci prova, ma quel che è certo è che il cristianesimo lo dice chiaramente.

Si potrebbe, secondo voi, ipotizzare una formazione su queste dimensioni? Perchè non si insegna etica sociale?

Che ne pensate?

ugo.albano dici che ti fa molto paura una professione definita prevalentemente sul piano tecnico senza un’etica... ma pensi che il servizio sociale debba seguire un'etica sociale.... o propriamente l'etica cristiana???

Io ho parlato di etica, ovvero di "percorsi di aiuto" sviluppati in direzione di una concezione dell'uomo condivisa o, almeno, dichiarata.

Che sia cristiana o altro, ciò dipende dai contesti.

Se io mi trovassi in un paese arabo, per fare un esempio, non mi meraviglierei se l'aiuto prestato si rifacesse anche all'etica islamica.

Ma parliamo dell'Italia. Invito però a discuterne non in astratto, ma proprio concretamente.......