servizio sociale e cristianesimo

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Non posso che concordare con Daniela Olivo.

Per noi assistenti sociali cristiane non può esserci una scissione tra fede e servizio sociale. Per la fede l'aiuto non è un'attività esercitata per guadagnarsi il posto in paradiso o per scaricare il nostro senso di colpa.

L'aiuto per noi cristiane è un atto d'amore. La carità -dal latino caritas - non è obolo o elemosina, significa amore per l'altro.

L'incontro con l'altro è occasione di servizio a Cristo. Ogni volta che noi diamo da mangiare, diamo da bere, vestiamo un ignudo, visitiamo un carcerato, lo facciamo a gesù Cristo.

Aiutare come un freddo burocrate o come una portatrice d'amore è cosa ben diversa.

AC

Mi piace molto questa domanda: noi assistenti sociali, quando aiutiamo, siamo più tecnici o più cristiani? secondo me la domanda è sibillina: l'aspetto tecnico è contro l'aspetto di fede? aiutare una persona a stare meglio e' sia tecnico che cristiano.

Siccome sono disoccupata opero alla caritas della mia parrocchia. io che ho studiato vengo vista come l'esperta, mentre i volontari hanno esperienza. però ho tanto tanto da imparare da loro. per esempio la pazienza nell'ascolto degli anziani, ascoltare il loro dolore, le loro storie. anche gesù incontrava le persone e le amava, le aiutava, le guariva. spesso al centro ascolto le persone hanno solo bisogno di raccontarsi, di parlare, di essere aiutate a prendere delle decisioni. in parrocchia stiamo pensando di fare un asociazione per seguire gli anziani malati, ma non capiamo come finanziarci. il comune dice ke e' daccordo, ma non puo' finanziarci.

Maddy80

Maddy 80

Rimango spesso, non sempre per carità, negativamente impressionato dalla facilità con cui , chi ha fatto una scelta nel caso di molti interventi quella di dio, guardi con sospetto o con una forte spinta etichettante, chi invece la scelta non l'ha fatta e ha scelto appunto di stare nella non scelta...o di non volerla fare..volelondolo a tutti i costi “definire” secondo etichette puramente decise da chi “professa la verità “ ma che in realtà: quanto ci appartengono????

Devo sinceramente dire che ho partecipato a questo dibattito semplicemente per amore dello scambio ma non importa granchè definire se il servizio sociale e la religione siano conciliabili.. il motivo è che si "la domanda è sibilina" proprio perchè non c’è conflitto...e credo che nei percorsi individuali ci sia la risposta.

Ed è bello leggere la serenità di chi svolge questa professione con un suo approccio unico.

per quanto mi riguarda..per esempio a chi utilizza il termine di freddo burocrate..rispondo con un sorriso.. tenendo a mente che ognuno può essere esperto di umanità..e non facendomi turbare più di tanto.

ma sopratutto ognuno “individualmente” può scoprire conoscere e parlare ma sopratutto “ASCOLTARE” l’umano diverso da noi o dai nostri presunti percorsi.

E mi soprende che chi parla di “freddo burocrate” in realtà fatica a capire che il burocrate è proprio quello che deve a tutti i costi definire gli altri con un etichetta, proprio come fanno i tribunali, i giudici, gli esperti in diritto.. che praticano le sentenze..davanti a termini come “vita”,”umanità” “dio” e “aiuto”...o proprio come potrei aver fatto io in tante situazioni della vita.

Il vero ascolto però, non definisce..prende tempo...tempo e tempo...anche una vita se necessario..e cosi che si da spazio all’individualità di crescere..e allo spirito di conoscersi.. lavorando per l’umanità, accogliendo le evoluzioni e i percorsi.. anche se sono diversi da nostri..ecco perchè “i diritti umani e individuali” della professione-

Altro intervento che mi trova su una posizione lontana..

“Gesù ci insegna un amore incondizionato, ma che impartisce nel suo amore e nella sua misericordia anche disciplina e ammonimenti...”

Ecco è sul quel “disciplina e ammonimenti“ che non mi ci trovo..

Questa è una versione dell’etica che è cristiana, ma che io non mi stancherò di mettere in discussione nella mie riflessioni personali..

quello della religione cristiana è spesso un ammonimento contrario a quello individuale e pedagogico.

È un significato d’aiuto... un aiuto che ha sempre una connotazione MORALEGGIANTE, che serve a normalizzare e redimere. concependo l’individuo e agruppandolo con altri individui..

L’individuo invece è unico. fatto di peccato e di virtù e di bene e di male, di buoni e cattivi, proprio come il tao cinese insegna sono tutti nella stessa persona e diversi per tutti.

“il burocratico” però è proprio dentro noi stessi.. cosi come l'aiuto umano...e allora non c’è umanità..non si può amare il tuo prossimo, come se stesso” se non si riconosce il burocratico che c' dentro di noi o ci si distanzia dal burocratico.. o ne si ha paura..

Questo secondo me è umano. Esiste un individuo a volte cattivo e a volte buono. se l’uomo non ascolta la cattiveria ma cerca di definirla e giudicarla non comprende l’individuo negli aspetti di luce e ombra e viceversa non comprende sè stesso.

Questo perchè? perchè lo scontro con le forze del male di cui il messaggio dell’etica cristiana si fa portatore è paradossalmente lo strumento più sbagliato perchè allontana dall’indivuduo reale e crea un conflitto che non ha ragione di essere. la religione cristiana è contradditoria..come contradditorio è tutto.

L’etica di chi lavora con l’umanità è quella di armozzare le relazioni umane,e armonizzare l’individuo armonizzando se stessi..

non di farne un “noi” “voi”.. o un buono cattivo, o un ateo o cristiano o un burocrate o volontario.

altrimenti a parer mio si fa come la scuola. Sia quella di stato che quelle del catechismo.., macchine sociali che hanno la protesa all’uniformazione e all’omologazione del pensiero... e i risultati quali sono ??? sono sotto gli occhi di tutti.

invece quanto è ricca l’individualità della persona, buddista, cristiana, burocrate, scienziata, del volontario...

Il servizio sociale deve tendere all’autonomia..l’autonomia è diversità... così si aiuta l’anima E IL DIVINO CHE C'è IN NOI. Io credo che questo sia un buon percorso di umanità...

rileggendo questo intervento sembra di aver fatto una ramanzina proprio come quella che fanno i preti alle messe. non volevo, volevo solo condividere alcuni miei pensieri..ma vabbè...

concludo con una frase di un certo JUNG che diceva.. “le religioni sono sistemi di guarigioni per i mali della psiche, dal che deriva il naturale corollario che chi è spiritualmente sano (o chi cerca di esserlo con tanta voglia come me..) non ha bisogno di religioni”

Visto che si parla di esperienze, dico la mia.

Mi viene in mente quando lavoravo in Germania. In quel Paese i servizi sociali sono delegati alle organizzazioni "non statali" (diciamo così) la prima delle quali è la Caritas, notoriamente cattolica. Poi c'era la c.d. Diakonie, che è espressione della chiesa luterana, la Arbeiterswohlfarts che è "di sinistra" (diciamo così) e, nelle grandi città altre organizzazioni di estrazione (diciamo così)spuria, dalla chiesa ebraica a quelle protestanti della diaspora.

Io ho vissuto quegli anni come collocato in un sistema in cui l'appartenenza determinava messaggi politici del servizio. Invece nella realtà - parlo della collaborazione tra colleghi di organizzazioni diverse - ho di fatto trovato tanta sintonia.

Insomma, non è che tra un assistente sociale cattolico, uno protestante ed uno "di sinistra" ci fosse tanta differenza. Il motivo era semplice: siamo professionisti e non possiano non porci in un modo preciso, con un set competenziale univoco. Questo era un diktat trasversale.

Venendo in Italia mi sono illuso del fatto che, siccome i colleghi erano pubblici, ci si comportava secondo le stesse regole. Purtroppo ho dovuto constatare come il fatto stesso di essere "pubblico", quindi "neutrale", ma anche "allineato politicamente" (perchè appartieni ad una Amministrazione in cui il welfare E' strumento di consenso politico) crea non poche difficoltà a chi invece agisce per etica.

Siccome non siamo un bancomat ma lavoriamo sulle relazioni, ne consegue che tanto "senso del lavoro" passa per la nostra persona.

Ora, c'è chi l'etica non sa neanche cosa sia (anche se conosce a memoria il codice deontologico per l'esame di styato, subito poi "resettato"), chi invece nel tempo va a mediare se stesso sul lavoro (in senso etico, intendo).

Chi è cristiano non può non fare quest'operazione. E' una questione di coerenza: qualsiasi etica richiede una morale, quindi non si può restare scissi tra il credo e ciò che si fa.

Faccio un esempio: immaginate le pressioni in un Comune di un assessore per concedere soldi a certi clienti. Si tratta di saper sciogliere un dilemma: quieto vivere (e chi se ne frega dell'etica) o applicare criteri di giustizia (anche contro i poteri da cui si dipende)? Nel secondo caso il cristiano non può fare come lo struzzo, DEVE prendere posizione, spesso PAGA direttamente (dalla denigrazione al mobbing).

La questione dell'etica cristiana applicata al lavoro non è un' "etichetta". Essere cristiani significa "agire da cristiani" secondo criteri di giustizia, di trasparenza, di appropriatezza, di equilibrio, di accettazione e dialogo, ma anche di responsabilizzazione delle persone quando si dice "no"!

Se essere cristiani significa porsi responsabilmente sul lavoro, occorre capire fino a che punto si è capaci (o viene semplicemente permesso) di mediare se stessi con l'organizzazione. Se, per esempio, confrontiamo tra di loro una Amministrazione statale ed un centro di accoglienza della chiesa, dobbiamo accettare che queste abbiano mission ben diverse, quindi per funzionare richiedono "soggetti" ben diversi.

La "miglior combinazione" è sempre quella tra organizzazione e soggetto secondo lo stesso orientamento. Trovo quindi naturalissimo che i colleghi cristiani si trovino meglio nelle organizzazioni cristiane.

In Italia noi dovremmo avere il coraggio di lasciare questo vestito di "neutralità" (che è apparente, come detto) e fare scelte di campo, anche politiche, perchè no? Per chi è cristiano la strada è spianata, ma occorre decidere di "scegliere" di andare verso certe organizzazioni e non aspettare di "essere scelti" da Amministrazioni apparentemente neutrali (chi fa i concorsi lo sa).

Insomma, essere assistenti sociali e cristiani è un bel problema, perchè LA FEDE CI SPINGE A FARE DELLE SCELTE PRECISE. Chi invece non crede (o fa finta di credere) il problema non se lo pone, quindi si "adatta".

E' una bella testimonianza, dottor albano. io non ho mai lavorato nel settore pubblico, xò è anche lì che siamo kiamate ad essere coerenti con noi stesse.

E' vero, nella mia esperienza, ancora piccole, mi capisco più con i volontari caritas che con la collega del comune. è una burocrate ke ci manda le persone per i pacchi viveri senza mai dare una risposta e pure arrogandosi nei ns. confronti.

il rischio, per chi è in qst organizzazioni cattoliche, è ke perde la propria identità prof.le. le aass sono considerate come burocrate.

mi piacerebbe fare l'as alla caritas, ma lo farei come professionista e cristiana, non come burocrate.

Maddy80

da noi a Milano la caritas ambrosiana assume assistenti sociali.

Ci sono volontari, ma anche servizi con personale.

AC

Ma come si fa a lavorare alla caritas? Io mando sempre i curriculum ,ma non mi rispondono. Inoltre sui siti internet sembra che usino solo volontari.

Maddy 80

Cara Maddalena,

un canale che consiglierei è quello "diretto".

Mi spiego meglio. Siccome si tratta di proporsi su posizioni normalmente "non riservate", è importante segnalarsi per le competenze che si hanno. Inoltre, anche l'appartenenza è importante.

Se c'è una caratteristica che differenzia il noprofit dal settore pubblico è proprio l'appartenenza etica. Insomma, lavorare in Caritas non vuol dire "essere dipendente dalla Caritas", ma "essere caritas".

Quindi essere cattolici, già impegnati nella chiesa è già un buon biglietto da visita.

Consiglio sempre a voi giovani di non perdere tempo a spedire curricula, ma di chiedere - per esempio - un colloquio di conoscenza con chi è dirigente. E' su come ci si presenta e sulla disponibilità a proporre idee e servizi (ciò ci facilita rispetto ad altri) che si viene scelti.

Saluti.

L'altro giorno alla messa si leggevano gli Atti degli Apostoli. Nella prima comunità cristiana, dove mettevano in comune tutti i loro beni, il lavoro di aiuto era tanto. Gli apostoli delegano l'aiuto a persone fidare, i diaconi.

A me piace pensare che noi aass siamo diaconi, vale a dire persone fidate, che aiutano per fede.

A.C.

In questo periodo di povertà e di isolamento sociale vedo persone molto depresse. Quelle che manifestano più positività sono le persone che fanno trasparire la loro fede. Utenti che in questi giorni mi augurano buona pasqua e mi dicono che nonostante tutto sono felici di vivere. Io si sento colpita da questi atteggiamenti cristiani.

Elisabetta