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Per un servizio sociale trasformativo: approccio dell’agency e narrazione

L’idea di azione in Hannah Arendt

Nella riflessione di Hannah Arendt, le idee di lavoro, di opera e di azione trovano distinzioni che è utile considerare nel nostro ragionamento, in particolar modo per quanto riguarda la relazione con la finalità. Fra i tre concetti, solo l’opera sembra connessa in modo solidale al fine: l’opera è il suo compimento e sopravvive all’autore; l’azione, invece,
senza un nome, senza un "chi" che le sia annesso è priva di significato, mentre un’opera d’arte mantiene la sua fisionomia sia che ne conosciamo, sia che non ne conosciamo l’autore
(Arendt 1988, 131).

Il senso, l’attribuzione di senso, è qualità emergente dall’incontro tra un soggetto e l’azione, tra persona e iniziativa, «un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità» (ibidem, 128).
L’azione è qualificante per la persona - solo quando agiamo sappiamo chi siamo (in quel momento) - ed è qualifica umana; con la parola e con l’agire la persona si inserisce nel mondo umano e «questo inserimento non ci viene imposto dalla necessità come il lavoro, e non ci è suggerito dall’utilità, come l’operare» (ivi). L’agire viene proposto dall’autrice in una dimensione non necessitata, né utilitarista; è la libertà del prendere l’iniziativa, dell’iniziare (archein, incominciare, condurre, governare), del mettere in movimento qualcosa; e tale incominciamento è premessa per la comparsa di qualcosa che non c’era, del sorprendente cambiamento e quindi dell’abbandono di altri repertori comportamentali precedenti, già conosciuti e sperimentati: «È nella natura del cominciamento che qualcosa di nuovo possa iniziare senza che possiamo prevederlo in base ad accadimenti precedenti» (ibidem, 129). Nel tempo c’è un inizio che è frutto del caso dell’incontro e ha un esito non predeterminabile, quasi improbabile:
Il nuovo si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi statistiche e della loro probabilità, che a tutti gli effetti pratici, quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre alla stregua del miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile (ibidem, 131).

La comparsa dell’inatteso, nel bene e nel male, di fronte a situazioni inattese - la rottura di sistemi routinari dovuta ad avvenimenti inediti per la persona a cui fanno seguito azioni nuove - sembra essere la specificità della natura dell’azione. Tale punto di vista sull’agire appare diametralmente opposto all’idea dell’azione guidata dal pensiero razionale, la quale è declinabile, come Ritzer ci suggerisce (Ritzer 1997), secondo efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo, secondo la cultura moderna del lavoro in quanto essenziale per l’identità sociale, o, per dirla con Giddens, nella modernità radicalizzata (Giddens 1994). Il miraculum, la piccola meraviglia prodotta dall’agire, invece, è in relazione con l’unicità della persona e con la distinzione nella condizione dell’umana pluralità, cioè «del vivere come distinto e unico essere tra uguali» (Arendt 1988, 129).

Perché l’agire sia tale, perché sia rivelazione della persona nella sua unicità, l’azione deve essere accompagnata dal discorso, dal dire, dal pneuma, non come commento, ma come narrazione, come costruzione di storie, fondamento dell’autenticità. Così l’agire non è pensabile come mero fenomeno individuale; personale, ma non individuale,
la rivelazione del discorso e dell’azione emerge quando si è con gli altri. Sebbene nessuno sappia chi egli riveli quando si esprime con gesti o parole, tuttavia deve correre il rischio della rivelazione (ibidem, 131).

Senza l’epifania della persona nell’azione, questa diviene «una forma di realizzazione tra le altre. Allora è un mezzo rivolto a uno scopo proprio come il fare è un mezzo per produrre un oggetto» (ivi). Anzi, l’azione appare necessaria proprio all’identità: «Infatti, in ogni azione ciò che è soprattutto inteso dall’agente, sia che agisca per necessità naturale sia per libera volontà, è rivelare la propria immagine» e tale rivelazione è a se stessi non meno che agli altri: «Perciò nulla agisce se non per fare esistere il suo sé latente» (Dante, De Monarchia, I, 13).



A cura di:
Luigi Colaianni
Creation date : 2007-11-13 - Last updated : 2009-12-18

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