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Per un servizio sociale trasformativo: approccio dell’agency e narrazione

L’oggetto del servizio sociale seconda parte

Il «come» e il «dove» non ci dicono molto del «cosa»:
Qual è dunque l’oggetto del servizio sociale? Si può rispondere a questo quesito a più livelli: un primo livello è quello che connota il servizio sociale come un «intervento diretto». In questo caso si fa riferimento a quel lavoro svolto per la soluzione di un problema, in una determinata situazione, in cui si incontrano un professionista che indaga e un portatore di disagio, connotato da diversi fattori.
Un secondo livello riconosce scientificità alle azioni dell’assistente sociale il così detto «lavoro indiretto»: si fa qui riferimento a quella molteplicità di interventi destinati alla individuazione/predisposizione di risorse per la gestione di un problema.
Un terzo livello - ma non certo il meno importante - è quello esistenziale che prende in considerazione l’incontro tra due persone: l’altro si pone di fronte a me per farmi sperimentare la sua presenza, si presenta «come persona unica, inoggettivabile» e mi chiede di pormi anch’io come persona nella mia essenzialità... Se non viene valorizzato questo terzo livello si può correre il rischio del tecnicismo e la disumanizzazione del lavoro sociale
(ibidem, 18).

Alla distinzione tra i livelli non segue (in realtà, la distinzione non viene preceduta da) l’individuazione di altrettanti eventuali "oggetti", che restano ancora velati, a mio parere, dall’attenzione ad aspetti metodologici, che spesso appaiono contraddittori e in conflitto tra loro, e che ci distolgono dal tema centrale che non trova piena soddisfazione.

Anche nelle interviste costruite con assistenti sociali nella ricerca su agency, capabilities e servizio sociale19 appare una carenza di consapevolezza narrativa circa la definizione e formalizzazione dell’agire professionale correlato all’oggetto e all’obiettivo specifici, sintonicamente con quanto emerso dalla ricerca promossa da Socialia (2003-2005)20 finalizzata alla Consensus conference del Servizio sociale in Italia.

Rispetto alla definizione degli obiettivi e quindi alla possibilità di valutare l’intervento, un collega che lavora in un servizio del Ministero della Giustizia scrive, rispondendo ad un questionario sulla definizione dei bisogni formativi:
15) Come descriverebbe un trattamento efficace?
Non so, per ora ho assistito più sovente a un "non trattamento. Le cose accadono, talvolta per caso, talvolta per inerzia. Più spesso, se c’è una volontà prevalente è quella che va in senso opposto all’obiettivo talora individuato.
16) Nella struttura in cui opera sono presenti indicatori per valutare l’efficacia dei trattamenti?
No.
18) Per sviluppare le competenze che il suo ruolo richiede, la sua Amministrazione fornisce occasioni che reputa efficaci rispetto agli obiettivi e alle competenze previsti dal suo ruolo?
No.
19) Qui di seguito può indicare le ragioni della sua risposta?
Oltre al ruolo, servono soggetti che rivestono quel ruolo, sotto una certa soglia, il ruolo è irrilevante rispetto al fenomeno su cui il ruolo vorrebbe operare. Qualunque strumento, anche il più efficace, è inutile se non c’è chi lo usa.

Il collega in quel momento aveva collezionato venticinque anni di servizio, nei quali ogni giorno ha dovuto fare fronte all’individuazione di obiettivi virtuali e quindi alla criticità del poter anche solo comunicare con altri colleghi e con altri professionisti. Il testo è sintonico con la testimonianza che segue, tratta da una e-mail inviata ad ASIT21; la collega rispondeva ad una precedente e-mail sulla definizione del ruolo professionale in un ospedale:
Ho lavorato per un periodo (sei anni) in un Servizio Sociale Ospedaliero (come dipendente ASL, ma collocata all’interno di un presidio ospedaliero) io avevo addirittura più riferimenti (il Dipartimento A.S.S.li della ASL e la Direzione sanitaria). La legge di riferimento è una legge nazionale... dove viene imposta l’assunzione di un assistente sociale.
Credo che da quel momento in poi ogni a.s. si sia inventata il suo ruolo.

Se il ruolo è definito, non c’è bisogno di inventarselo: basta collocarsi in esso, come avviene ad un avvocato, ad un medico, ad un insegnante. Il testo di un’altra testimone qualificata che segue evidenzia come il problema si ponga non solo per quanto riguardi la definizione del "trattamento", ma anche per l’assessment iniziale; per potere scrivere una relazione bisogna sapere cosa guardare, bisogna avere un "oggetto" cognitivo - un «filo conduttore» appunto - da poter descrivere e quindi argomentare:
Data: 15 giugno 2005 10:09:11 GMT+02:00
A: <asitforum@yahoogroups.com>
Oggetto: [ASit] Re: relazione scritta
Seguo da tempo le V s discussioni nella ML e vorrei complimentarmi per la Vs professionalità. Al momento partecipo ad un progetto di un anno presso una ASL.
Mi sono da poco laureata e con un po’ di imbarazzo vi confesso che trovo difficoltà a scrivere una relazione scritta specifica della ns professione.
Mi trovo con il foglio bianco avanti, scrivo qualcosa, lo cestino. Poi ritento. Vorrei che le colleghe con più esperienza potessero suggerirmi un .. "filo conduttore" per fare una buona relazione scritta finalizzata per far conoscere un utente, per relazionare dopo una visita domiciliare, per rispondere ad un Tribunale sull’andamento di un caso.
Un po’ di pazienza nel rispondermi, vi prego...

Se questa appare la situazione che si offre allo sguardo del ricercatore, ma anche del professionista che opera quotidianamente sul campo, d’altra parte ritengo che sia possibile, a partire dalla ricerca sulle prassi operative, produrre una formalizzazione che renda disponibile alla comunità scientifica e professionale alcuni elementi a partire dai quali stipulare un assetto comune di definizioni. Dunque è necessaria una formalizzazione che risponda alle domande:



A cura di:
Luigi Colaianni
Creation date : 2007-11-13 - Last updated : 2009-12-18

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