servizio sociale e libera professione

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Buongiorno, prof. Albano.

Ci siamo conosciuti nel seminario di Parma sulla libera professione. Ero nel gruppo che ho lavorato sul tema dell' "accoglienza dei manager della Ferrari a Maranello", il gruppo più inquieto, ricorda?

Cercando su internet spunti sulla libera professione mi sono imbattuto su questo forum che trovo molto MOLTO interessante.

Devo dire che per noi disoccupati/precari è di grande stimolo, perchè, più che mendicare il solito posto pubblico, dobbiamo lanciarci nel campo privato.

Da noi a Milano sta già avvenendo da anni: ASL e Comuni sono blindati, chi assume sono gli enti privati. Posso immaginare però come sia al sud: ragazzi, se non ci si butta nel mercato si resta disoccupati a vita!

Mi piace molto in questo forum il brainstorming sulle possibili attività liberoprofessionali. Il prof. Albano nel suo seminario ci ha fatto cadere tutte le incrostazioni che abbiamo davanti agli occhi: c'è davanti a noi un mare di possibilità a cui nessuno ci ha mai pensato.

Bella l'idea quella di continuare il brainstorming.

Da come leggo da altri post, la ricerca del lavoro dei colleghi disoccupati è un problema serio, quindi "guardarsi attorno" mi sembra d'obbligo.

In uno dei corsi sulla libera professione nel 2010 a Cagliari uscì fuori un progetto di mediazione civile. Tra l'altro ora la figura è regolamentata per legge ed i corsi sono assai veloci. Io vi consiglio di farlo. Attenzione però all'applicazione, questa competenza va tradotta in quanto assistenti sociali.

Guardatevi questo video:

http://www.youtube.com/v/S_5D-tHBg9M&fs=1&source=uds&autoplay=1

si tratta di proporsi agli Istituti di case popolari come mediatori di conflitti nelle case popolari.

Che ve ne pare?

Certo che si, riprendiamo col brainstorming!!

La mediazione familiare può essere una strada, ma è ancora poco diffusa e passa per di più per gli avvocati che si tengono ben stretti i loro clienti. Per quello che riguarda quello che scrive Gian, la riconciliazione tra coniugi, è un ambito che si sovrappone alla terapia coniugale che fanno gli psicoterapeuti.

Forse proponendosi come counselor, ma anche qui ora ci sono scuole private (costosissime) che formano counsellor ad hoc. Insomma sia per fare i mediatori o i counsellor bisogna sborsare un bel po' e poi non è detto che si lavori sicuramente come libero-professionisti. Bisogna valutare molto bene prima di buttare via altri soldi (dopo tuttti quelli sborsati per la/e nostra/e laurea/e!

Insomma pensando alla libera professione non vedo chiaramente ambiti specifici per noi, ma una buona idea potrebbe essere lanciarsi nell'imprenditoria: pensate a quanti servizi a domicilio una famiglia sarebbe disposta a pagare! Dall'accudimento e accompagnamento per i minori, al sostegno alla genitorialità, all'accudimento per gli anziani... Insomma mettere su un'impresa privata multiservizio flessibile con pacchetti costruiti in base alle esigenze delle famiglie, il che significa avvalersi della collaborazione di varie figure per fornire questi servizi (baby-sitter, educatori, Oss, ect). Lo so che significa mettere da parte il lavoro dell'As come lo conosciamo tutti, ma noi potremmo essere preziosi nella valutazione delle esigenze per la costruzione di questi pacchetti. Che ne pensate?

Non si tratta di fare "altro" ma di fare l'assistente sociale in modo "diverso".

Se nella dipendenza pubblica ormai si lavora solo sul paradigma "riparativo", nella libera professione bisogna fare altro.

In alcuni laboratori esce proprio la tua idea "domiciliare", tipo il monitoraggio a casa del rapporto genitori-bambini. Tipo "SOS TATA", per capirci.

Perchè no?

Richiamo l'interesse dei colleghi su di un interessante contributo del collega Badolati sul blog di questo portale:

http://blog.assistentisociali.org/2012/06/02/libera-professione-di-assistente-sociale/

Come si vede, la questione della libera professione è assai particolare nel servizio sociale, sia per quanto riguarda i budget, sia i campi di applicazione.

C'è inoltre, oltre a i colleghi con partita IVA, tutto un mare di colleghi che, dipendenti, cumula prestazioni occasionali e pure, in qualche caso, cocopro.

mi pare che l'elemento centrale del discorso di Ugo sia proprio la nicchia di mercato. Per la libera professione dobbiamo essere in grado di 'reinventarciì continuamente il nostro lavoro, cercando quegli ambiti che ancora non hanno risposte competenti. Vi faccio un esempio, anche se non riguarda aass:

a Torino un matematico e un fisico hanno aperto una società e si sono specializzati in progetti di prevenzione alla popolazione, alle scuole e agli esperti. cercano di spiegare la matematica, le probabilità nell'ambito del gioco d'azzardo per far comprendere che è difficilissimo vincere ma facilissimo incorrere nella patologia. Questa è una cosa nuovissima, ancora inesistente: ebbene nel giro di pochi anni hanno richieste da tutta Italia e sono stati invitati alla Camera per stilare le prime normative e indirizzi sulla regolamentazione del gioco d'azzardo.

Superbo!

questa è la libera professione!

Marcella

Ciao, Marcella.

Beh, si, ma perchè? Una volta la nicchia richiamava la "sopravvivenza", ora invece essa è figlia di un mercato "polverizzato".

I bisogni delle persone non sono tutti uguali, ne esistono tanti. E' quindi importante capirli e - se possibile - anticiparli.

L'esempio di Torino è emblematico: c'è un'idea, ci sono competenze, si anticipa un bisogno che nel tempo sarà essenziale.

Tra le idee ed il progetto ci siamo però noi e le nostre capacità. Ogni libera professione parte da quì: cosa so fare? Che mi piacerebbe fare?

stavo leggendo qusto post e mi è venuta voglia di scrivere anch'io, sperando di essere pertinente.. mi è sembrato che alcuni facessero fatica nel concretizzare il lavoro libero dell'assistente sociale; chi solo consulenze, chi portare i podotti del pubblico fuori, altri smarriti. io nel tempo ho potuto visualizzare una sorta di idea di sviluppo di libera professione. avete presenti i caf? quanto si siano evoluti nei servizi offerti? consulenze legali, mediche, non solo amministrative/ contabili; ora nella mia zona frequentandone qualcuno, ho potuto quantificare quante persone entrando per una ragione si ritrovavano a parlare dei loro problemi in famiglia senza sapere cosa fare, sapendo che ai servizi sociali comunali non avrebbero avuto accesso per i limiti di reddito, ecc. da questa immagine mi è venuta un'idea; associarsi per "creare" servizi, non solo consulenze, ma raccordi tra le risorse esistenti sul territorio, stimolare e sostenere alla creazione (e perchè no? creare) progetti ed interventi in base alla domanda e bisogni letti sul "nostro" territorio di riferimento.. forse sto delitrando ma secondo me si può fare.. poi ci si possono mettere dentro tante idee, ho letto degli uffici per amministratori di sostegno e tante altre cose... ma la prima cosa per me è avere bene in chiaro "dove" stare; siamo professionisti nati per il territorio e nel territorio eppure gli anni, la butrocratizzazione, i limiti di accesso, ecc sembra che da esso ci abbiano allontanato (almeno per quanto riguarda la mia esperienza nella PA, soprattutto degli enti locali). la gente, le persone in difficoltà è lì che ci devono trovare, e siamo noi che forse in qualche modo con buone azioni di puro marketing dobbiamo andarle a cercare per proporre alternative. ho letto anche di separazione dal pubblico; questa affermazione deve essere presa nel giusto significato però: c'è bisogno di integrazione e se questa (come tutti possiamo constatare) manca, lavorando in autonomia professionale e decisionale (in quel senso separazione dall'idea limitativa della PA) dobbiamo proattivamente stimolare un legame, nuove prospettive, perchè denaro c'è n'è poco ma quel poco che c'è può essere usato in maniera giusta, senza sprechi per interventi inefficaci, e inefficienti!! va bhè ho patrlato troppo scusate!!

Sia nel libro che nelle formazioni, nella costruzione del businessplan, si arriva allo step della lettura del mercato. Ora una cosa è la nicchia (cioè dove non c'è nessuno), altra cosa è entrare in un mercato già saturo. Nel secondo caso io consiglio sempre una entry connotata dalla "alleanza con la concorrenza".

Nel caso dei caf: si tratta di proporre loro una nostra collaborazione, che so, un "punto di ascolto" oppure uno "sportello di consulenza sociale". E' una via tra l'altro semplice, si tratta di iniziare come "prestazione occasionale".

Mi ricordo che feci non poca fatica, quando scrissi il libro, ad "imporre" un paragrafo sui patronat. Cari colleghi, ma avete idea di QUANTI POSTI DI LAVORO ci sono? All'estero le funzioni di patronato sono nelle mani dei colleghi, solo in Italia no. Il motivo? Tanti, ma uno è centrale: Noi non ci proponiamo.

Allora, perchè no?

E' vero, Nimesi86, il caf o sindacato può diventare un luogo in cui ascoltare persone, fare consulenze, orientarle. Si tratta di fare servizio sociale fuori dal comune, tutto quà.

Prof. Albano, ai patronati io non ci avevo pensato. Ci stavo pensando in questi giorni, da noi a Milano stanno nascendo tanti servizi di sportello per stranieri, badanti, ecc gestiti dai patronati, ACLI, CGIL, CISL, UIL,

Posso candidarmi come as?

AC