servizio sociale e libera professione

Sezione: Servizio Sociale · Aperta il

Dobbiamo riconoscere che l'utenza attuale degli a.s. è composta da persone problematiche, probabilmente con poche risorse (economiche, familiari, sociali, ecc.), con un'immagine del servizio sociale distorta (vedi petizione) e settoriale.

Bisognerebbe ripensare il servizio sociale in termini imprenditoriali.

E' possibile? :?

servizio sociale imprenditoriale? secondo me sì! ma è necessario fare un confronto aperto e sincero nella categoria per "eliminare" gli aspetti "missionaristici" e definire gli ambiti di intervento. uscire dallo schema "ti aiuto come posso" per entrare nella definizione "io faccio questo, questo non mi compete".

io credo che per crescere dobbiamo cercare qual'è la nostra specifica area di intervento: non siamo mezzi avvocati, mezzi psicologi, mezzi educatori, ma siamo assistenti sociali.gli psicologi si occupano di "curare" le ferite del passato, gli educatori insegnano a vivere il presente, gli avvocati tutelano i diritti, l'ambito in cui mi riconosco io è la progettazione del futuro e in questo senso sto cercando di affinare le mie competenze.

Si certo IMPRENDITORI. Anche alcuni utenti che si rivolgono a psicologi o meglio ancora quelli che si rivolgono agli avvocati hanno problemi anche economici, per questo esistono anche contributi e accreditamenti per i "rimborsi", basterebbe saperli sfruttare! :wink:

Interessantissima questa discussione...non immaginate da quanto tempo cerco e propongo di aprirne di simili e di parlarne, anche agli ordini regionali che dedicano, purtroppo, pochissimo spazio alla professione del futuro!

Bene! Detto questo, volevo "sparare" la mia:...quando il progetto del servizio non è condiviso dall'utente, che suo malgrado si trova in una condizione di accettazione "necessaria" dell'intervento attuato dal professionista, a chi si rivolge? Quando l'utente vorrebbe chiedere la consulenza di un esperto...magari perchè non è soddisfatto del servizio pubblico...a chi si rivolge?

Potrebbero essere dei campi di interesse per la libera professione?

Forse dovremmo, noi per primi, riconoscerci il valore e far si che quel valore possa essere giustamente ed equamente quantificato e riconosciuto sia dal mercato, sia da altri professionisti!

Anche la gestione delle pratiche per le nomine di amministratori di sostegno sono una cosina interessante!

Ah...un'ultima cosa...chi lavora con minori sa bene che i problemi che l'utenza si trova ad affrontare non sono sempre di tipo economico o comunque non ne sono la conseguenza. Soprattuto nei casi di separazioni turbolente...spesso gli ex coniugi spendono fior di quattrini per i legali...!

sono assolutamente d'accordo con mari... secondo me ha centrato il problema: se non diamo noi valore alla nostra professione, chi è che dovrebbe darcelo?

Ho letto gli ultimi post e mi viene da dire che occorre liberarci, quando parliamo li libera professione, del "vizio identitario": il fatto che agiamo il controllo.

La questione va ribaltata: nella libera professione si offre non solo "aiuto", ma "servizio", ed il tutto si basa sulla volontarietà del cliente: tutt'altro da quel che avviene nei servizi, dove si ha a che fare con persone destrutturate.

Faccio un esempio: una cosa è gestire una vigilanza su un minore dove padre e madre lo usano per farsi guerra (...è un classico...), altra cosa è dare consulenze a coppie intenzionate all'affido internazionale. Nel primo caso non c'è richiesta di aiuto, nel secondo si. Nel primo caso non c'è la consapevolezza degli attori sul dafarsi, nel secondo si, nel primo caso si hanno "persone costrette" all'assistente sociale , nel secondo ti pagano pure se dai un servizio.

Io credo che occorra fare uno "sforzo mentale" e vedersi diversamente dal "lavoro pubblico". Occorre orientarsi verso il mercato.

O sbaglio?

Ugo Albano

e quindi è necessario creare degli strumenti di cui la gente riconosca l'utilità e per i quali sia disposta a pagare? giusto?

se però non si lavora su un'identità professionale è difficile anche lavorare su strumenti operativi...

non sono daccordo: viene prima la competenza e poi l'identità.

La gente paga se "sappiamo fare", non se "siamo assistenti sociali".

Come se io dovessi scegliere il meccanico: vado da "chi lavora bene", non da chi "pensa di lavorare bene".

Insomma, è il "saper fare" che rafforza un'identità, non è l'identità che abilita a fare.

Come detto: ci sono dei paradigmi mentali, su cui ci hanno formato, che dobbiamo cambiare.

Ugo

sono d'accordo, ma quello che volevo dire io è diverso: dove interviene l'assistente sociale? nella tutela? nella sfiga? nella progettazione? ovvio che poi le cose bisogna saperle fare, ma se non c'è un messaggio univoco all'esterno su cosa facciamo, credo sia difficile che i "clienti " capiscano cosa facciamo...

interviene dove c'è un bisogno espresso per cui il cliente paga.

Nella "sfiga", nella "tutela" l'utente non paga, ne consegue che questi sono ambiti che non ci stanno nella libera professione.

Sto parlando del servizio sociale liberoprofessionale, NON del servizio sociale pubblico.

Reinsisto: questo passaggio è cruciale.

Ugo